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Il bambino che sognava la fine del mondo
 
Il bambino che sognava la fine del mondo 2021-07-14 10:54:42 anna rosa di giovanni
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anna rosa di giovanni Opinione inserita da anna rosa di giovanni    14 Luglio, 2021
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Anche il mondo finirà. Intanto vivremo.

IL BAMBINO CHE SOGNAVA LA FINE DEL MONDO
di ANTONIO SCURATI (pubbl. marzo 2009)

Un paio di anni fa avevo già letto questo libro segnalatomi dalla collega di lettere E.M., ma l’avevo letto talmente tutto d’un fiato che non ricordavo più perché mi fosse piaciuto, e a questo proposito devo dire che sono un po’ sorpresa nel constatare che le opinioni espresse su di esso in questo sito sono quasi tutte molto negative, sorpresa perché trovo che difficilmente in un libro così denso non si trovi qualche elemento di soddisfazione. Almeno tre cose mi sembrano dover “agganciare” il lettore: 1. il fatto che si ispiri molto da vicino a fatti realmente accaduti fra il giugno 2007 e il giugno 2008, per quanto raccontati con la libertà che ogni romanziere giustamente rivendica, la quale gli consente di inserire singoli fatti di cronaca in contesti più ampi: quello dell’interpretazione della realtà storico-sociale e quello dell’esperienza personale, cosa a cui aspirano tutti i grandi romanzieri; 2. i molti passaggi in cui Scurati parla - in modo acuto/arguto - di esperienze che tutti noi, uomini del 21° secolo viviamo (dallo stravolgimento del paesaggio agricolo e più in generale il dissesto ambientale alla morte lenta dell’amore romantico alla paura della procreazione al rapporto con genitori anziani ...); 3. una lingua mai banale, che indulge talora, a mio parere non eccessivamente, ai colori forti di certo vocabolario riecheggiante il Romanticismo satanico e, non casualmente, come si vedrà, l’Apocalisse.

IL TEMA

Nella pagina che precede la dedica dell’autore alla sua bambina che sta per nascere, è precisato (credo dall’editore) che “questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione”. Nella fattispecie, in senso stretto si tratta di ciò che l’autore sintetizza nel Prologo: la nascita, lo sviluppo e la fine dell’ondata di isteria collettiva nata da dicerie e pregiudizi, che tra il 2007 e il 2008 spinge gli Italiani (ma poteva succedere anche agli abitanti di altri paesi) a credere che un’orda di pedofili attenti alla sicurezza dei loro bambini: dapprima nella scuola materna Sorelli di Brescia, poi nella scuola materna Rodari di Bergamo, infine dappertutto, soprattutto nei luoghi fino ad allora considerati luoghi protetti per antonomasia: parrocchia, scuola, famiglia. Ondata di isteria che alla fine fortunatamente si infrange contro gli scogli della realtà (nessun abuso sulle piccole presunte vittime è stato perpetrato), lasciando però l’amaro in bocca a tutti coloro che, pur rallegrandosi dell’esito della storiaccia, osservano con amarezza quanto poco, anzi nulla ci sia voluto perché la paura generatrice di odio e follia esplodesse nella nostra società “opulenta” (vedi l’esergo). Opulenta, ma malata in modo evidentemente grave, pensa Scurati, che rappresenta questo fenomeno di isteria di massa alla stregua di una malattia (morale) altamente contagiosa: la peste, riprendendo un’immagine che risale almeno a Boccaccio, “peste” che galoppa attraverso i massmedia (e qui francamente non so se Gramellini e Mentana non si siano sentiti “sputtanati” da Scurati ...). E qui, come si vede, la narrazione attinge una dimensione che trascende la cronaca e si allarga ad una riflessione sulla nostra società. Pessimistica, si può immaginare. E ovviamente quello che accade da almeno un anno e mezzo di pandemia da covid 19, con tutte le psicosi e polemiche di varia natura ad essa legate rendono questo libro ancor più attuale.

A proposito di peste, anche lo psicanalista Paolo Ferliga ha pensato alla peste riunendo nel dossier “Falsi abusi a Brescia: una nuova Colonna infame”, consultabile nel suo sito, tutti gli elementi chiave del caso dell’asilo Sorelli e della sentenza pienamente assolutoria del processo di Cassazione: nella “Storia della colonna infame” Manzoni ricostruisce come in occasione della pestilenza del 1630, a partire da dicerie e false credenze, a Milano vennero giustiziati due “untori” ed eretta una colonna ammonitrice sulle rovine della casa rasa al suolo di uno dei due infelici.

Sempre a proposito di peste, non c’è nessuna analogia con la “peste” di Camus, il quale mette in scena una peste vera e propria e osserva come gli uomini reagiscono a questo “male”, il “male” inteso come sofferenza “assurda”, cioè non conseguente ad una colpa bensì semplicemente appartenente alla naturalità dell’esistente. Nel romanzo di Scurati, invece, la “peste” si sovrappone al “Male”, con tanto di M maiuscola, e persino al “Diavolo”, evocando l’idea di colpa, ed evocandola in termini religiosi. In effetti, nei “Ringraziamenti” finali Scurati dice che il suo libro “deve molto” a due opere, che hanno entrambe un risvolto legato alla religione:
1. la biografia romanzata scritta da E. Ferrero di Gilles de Rais, personaggio storico rappresentato da Ferrero come malato di “sconforto metafisico” (un po’ come il Don Giovanni di Molière, che però, almeno, non ammazzava ecc. …), che credo sia lo smarrimento morale che per Scurati i due casi hanno portato alla luce, uno smarrimento che in un certo senso trova conforto nella paura di qualcosa o qualcuno: almeno si sa con chi prendersela!;
2. il saggio di M. Marzano “Cattolicesimo magico” del gennaio 2009, in cui si parla - mi sembra di aver capito leggendo la breve presentazione nel sito della Bompiani - delle forme che il cattolicesimo “magico”, quello popolare, avrebbe assunto oggi in Italia (mentre la Chiesa si sforza di espungere la pedofilia di suoi membri che a lungo ha coperto), incrociando pregiudizi sociali quali la xenofobia. E qua si torna alla necessità di qualcosa o qualcuno di cui aver paura e con cui prendersela ...

LA STRUTTURA DEL ROMANZO E COS’È QUESTA STORIA DEL BAMBINO CHE SOGNAVA ECC.

Il romanzo è costruito in modo originale: tra il Prologo e l’Epilogo (quest’ultimo in corsivo) ci sono 12 capitoli il cui titolo compare nell’indice (il primo si riferisce al giorno dell’evento scatenante, l’ultimo al giorno in cui tutto si chiarisce, gli altri segnano, mese dopo mese, l’avanzata della “pestilenza dell’anima e delle menti”), e questi 12 capitoli sono inframezzati da svariati capitoli in corsivo come l’Epilogo non titolati e non inclusi nell’indice, in cui si parla de “il bambino”, quello che “sognava la fine del mondo”, che ben presto si può immaginare, per riferimenti ad elementi autobiografici, essere Scurati bambino, afflitto da turbe del sonno, sempre che l’io narrante coincida in tutto e per tutto con l’autore. In relazione ai fatti di cui parla, dire il vissuto de “il bambino” serve a Scurati innanzitutto per dire che ogni bambino filtra e rielabora in modo proprio e ben diversamente dall’adulto le suggestioni che gli vengono da cose sentite o viste: dalle parole degli adulti alle cose viste in TV alle fiabe ai racconti di ogni genere, tutto ha un’eco, nel cuore e nella mente di un bambino, che l’adulto neanche immagina, anzi ben diversa da quella che l’adulto immagina. Per cui se alcuni bambini dissero cose che fecero pensare ad abusi è perché oscuramente sentivano la pressione degli adulti in determinate direzioni. In secondo luogo parlare de “il bambino” serve a Scurati per dire che non si finisce mai di essere i bambini che si è stati: perlomeno nel romanzo lui (o l’io narrante) era suggestionabile da piccolo - glielo dice la sua vecchia mamma a p. 266 - e lui (o l’io narrante) giornalista e docente universitario arriva a non poter più dormire e persino a rifiutare l’idea di paternità a causa del coinvolgimento emotivo nei fatti di cui deve occuparsi: bambini circondati da adulti diventati dementi in un mondo stravolto.

Guarisce. Guarisce perché l’esperienza della sofferenza psichica dei bambini di Bergamo e di Brescia, vittime non di abusi sessuali ma delle loro fantasie di bambini e soprattutto degli errori degli adulti lo aiuta a capire di essere stato un bambino come tanti, un bambino che “sogna”, che fantastica anche cose terribili, forse sentendosi amato e al contempo non abbastanza amato dalla mamma. Guarisce e riesce anche a voler diventare padre, ed è questo il segno più certo della guarigione. Non ha smesso di pensare alla fine del mondo, ma mentre “il bambino” sognava che il mondo sarebbe finito distrutto dalle fiamme, l’adulto immagina - più realisticamente - una fine graduale della civiltà umana: sa che il mondo finirà, che il sole si spegnerà. Perchè la fine è iscritta nelle cose. Però “non piangere, bambino, non piangere. Non hai nulla da temere dal futuro. La fine è già arrivata. Tanto tempo fa.”: così si conclude l’Epilogo, facendo eco all’inizio del Prologo: “Nei primi anni del terzo millennio ...”.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
"Rinoceronte" di Ionesco e "La morte di Marx ed altri racconti" di Vassalli
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