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Le nostre vite
 
Le nostre vite 2021-10-23 15:57:14 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    23 Ottobre, 2021
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Due vite lacerate da rimpianti e ricordi

Francesco Carofiglio, fratello del ben noto Gianrico, ex magistrato e scrittore, ha svolto più attività, da architetto, regista, scenografo, illustratore e, non certo ultima, da scrittore. Numerosi sono i suoi romanzi, tra i quali spicca quest’ultima fatica, “Le nostre vite”, un’opera che fa riflettere sulle vicissitudini che possono segnare una vita, la nostra vita non di rado inasprita o addolcita da ricordi e rimpianti.
Sono due le vite narrate, che si dipanano parallele e che avranno alla fine un accostamento inaspettato. C’è la vita di Anna, detta Nina, ragazzina sedicenne, in vacanza a Martina Franca con la mamma: durante una festa sulla spiaggia con gli amici, incontra un giovane, Lupo, ne è irresistibilmente attratta e, pur timida e riservata, cede alla sua corte. Al ritorno in città, si accorgerà di essere incinta, scriverà lettere appassionate a Lupo, senza risposta. La sua vita sarà segnata per sempre da rimorsi e solitudine. E poi c’è l’altra vita, quella di Stefano Sartor. Ha perso completamente la memoria della sua gioventù, dopo che un grave incidente gli ha annientato la famiglia, causandogli gravi traumi di cui porta ancora le cicatrici. E’ ora, a distanza di anni, professore di filosofia a Parigi, stimato e famoso, autore di un bestseller sulla sua vita, ma ama tornare qualche volta in Puglia, dove è stato amorevolmente allevato da suo nonno Zeno, autodidatta e coltissimo, padrone di una grande azienda agricola. Confida le sue ansie, le sue esperienze ed i suoi sogni, riportati fedelmente nel romanzo, ad una psicoterapeuta, Barbara, che lo aiuta nel tentativo di rientrare in possesso di quella parte di vita spezzata e dimenticata. Ma la vita offre sorprese inimmaginabili: Stefano incontra casualmente a Firenze Anna, che è diventata una celebre fotografa, nasce una forte amicizia che, dopo un successivo incontro a Parigi, si tramuta in una relazione appassionata. In seguito Anna crede di scorgere negli occhi di Stefano lo stesso sguardo di Lupo, ma non è così: Stefano rivela di essere stato un altro frequentatore di quella spiaggia, segretamente innamorato di Anna.
La mamma di Anna sta morendo, la voglia di rivedere Stefano è lacerante, ma Stefano desidera tornare alle origini, alla sua Puglia, a quella terra che l’amatissimo nonno Zeno, che ormai non c’è più, gli ha lasciato.
Due vite perse, lacerate. Anna, una professione appagante ma l’animo inquieto per un amore appassionato, quello per Stefano, di breve durata e forse perduto per sempre. Stefano, una gioventù smarrita per sempre, un’identità cercata disperatamente, ravvivata da lampi di ricordi che svaniscono nei sogni di notti tormentate.
Ecco, due vite che sopravvivono con ricordi e rimpianti. Per Anna il ricordo di un tenero grande amore, vissuto con l’intento di dimenticare il trauma di una giovinezza segnata da un’esperienza traumatica e incancellabile e, nel contempo, il rimpianto per una vita sfuggita nell’attesa di una improbabile felicità. Per Stefano, i ricordi mancati di una gioventù drammaticamente perduta ed il rimpianto per quello che la vita, travagliata e senza approdi dopo la perdita dei genitori e della memoria, avrebbe potuto dargli. Per Anna e Stefano, però, l’autore sembra aprire uno spiraglio di speranza, l’unica fiammella in fondo al tunnel: per Anna la speranza di rivedere Stefano, non si sa come e quando, per Stefano la concreta speranza di ritrovare nella masseria del nonno la pace e la serenità perdute.
Lo stile di Carofiglio è potente, perfetto nella descrizione dei tormenti e delle ansie di due anime alla ricerca di sé stesse. Il lettore si immedesima nelle loro vicende, le rivive con partecipazione e commozione. A proposito di commozione, non si può non immedesimarsi in Stefano quando, entrato di notte in un parco, si trova a tu per tu con un orango, separati solo dalle sbarre di una gabbia: nel buio e nel silenzio, i due si guardano, si sfiorano i polpastrelli, Stefano imita i movimenti delle labbra ed i suoni gutturali dell’animale. Sembrano comunicare, capirsi, e Stefano non riesce a trattenere le lacrime: un attimo, a mio giudizio, sublime, in cui si compendiano due vite, anzi quasi si materializza l’Essenza della vita stessa.
Non mancano, nel romanzo, inportanti riferimenti letterari. Soprattutto Platone, con il famoso “mito della caverna”: lo schiavo incatenato ritiene che le ombre proiettate sulla parete davanti a lui siano soggetti reali, quando in realtà sono illusioni. E ancora Platone, quando afferma che l’anima immortale, che tutto ha visto e sa, ricorda quello che già sapeva: quindi il cercare e l’imparare non sono altro che ricordare.
Da leggere e rileggere: ogni volta si scoprono nuovi aspetti non solo delle vite di Anna e Stefano, ma anche della nostra.


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