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Ritratto di donna in cremisi
 
Ritratto di donna in cremisi 2014-02-06 14:09:48 Queen D
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Queen D Opinione inserita da Queen D    06 Febbraio, 2014
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La Svezia incontra il gusto vittoriano

Ho un vero debole per le donzelle dai capelli rossi e ultimamente sto sviluppando una seria mania nei confronti dei paesi freddi della Scandinavia, quindi è con uno spirito decisamente curioso che mi sono avvicinata alla lettura di questo libro.
Il romanzo inizia con un prologo che in apparenza potrebbe sembrare convenzionale e semplicemente introduttivo, invece è crudo e incisivo, per cui le parole iniziali diventeranno il fulcro intorno a cui si svilupperà tutta la trama e la scoperta dell’identità del narratore diventerà di vitale importanza.
Siamo in Svezia, fine del 1800, la nostra lei è Beatrice Löwenström e il nostro lui Seth Hammerstaal e il luogo galeotto, l’Opera della capitale. Lei, orfana, allevata dagli zii crudeli e spietati, è una ragazza vivace, esplosiva e piena di vita, assolutamente degna della sua chioma straordinariamente fulva; lui, ricchissimo borghese norvegese, è cupo, cinico e in apparenza superficiale. La scintilla fra loro scocca potente alla prima occhiata e la passione sembra divampare in occasione dei loro futuri incontri. Mentre per la cugina Sofia e il suo innamorato Johan tutto sembra andare per il verso giusto, Beatrice ben presto saprà di non poter condividere lo stesso felice destino della cugina: lo zio ha in serbo un malvagio ricatto che la costringerà ad allontanare Seth e a sposare, contro la sua volontà, un viscido, perverso e violento conte. E’ in questo momento che la trama, finora abbastanza lineare, si ingarbuglierà in un groviglio di malintesi, fraintendimenti e incomprensioni, sfociando nella commedia degli equivoci tanto cara alla Austen. Più che commedia però io trovo che qui sia più una tragedia: tutte le vicende successive saranno esasperate, tese e talmente amare da digerire che non credo si possano paragonare alla delicatezza e all’eleganza della Austen. Con questo non voglio dire che questo romanzo sia volgare o scortese, ma lo stile e alcuni temi trattati non rispecchiano l’autrice inglese. Quindi se vi aspettate dei protagonisti sì in difficoltà, ma immuni alla sofferenza più truce, rimarrete delusi.
Al contrario Beatrice dovrà attraversare tutti gli strati del dolore, da quello psicologico a quello fisico, e solo l’amicizia e la verve di Vivienne de Beaumarchais, spumeggiante dama francese, la riporteranno indietro dall’abisso in cui era caduta. Nonostante la sua rinascita, gli equivoci continueranno e il tormento, sia suo che di Seth, non sembra dare segni di voler terminare. Ci sarà un happy ending? Lascio a voi l’onore di scoprirlo.
La sezione che mi è piaciuta maggiormente del libro è stata quella centrale, in quanto l’inizio mi è sembrato un po’ troppo ordinario e la fine un po’ forzata; in secondo luogo le difficoltà descritte in questa parte fanno brillare la protagonista che, se da principio ha rivestito i panni della martire, più in là svela un bel carattere deciso e focoso, molto più degno di lei.
I personaggi cosiddetti “buoni” mi sono piaciuti, soprattutto l’affascinante Vivienne e ovviamente la protagonista, ma sono quelli “cattivi” che hanno suscitato in me i sentimenti più forti: sono assolutamente meschini, folli e distorti. Avrei voluto introdurmi nella storia solo per poter avere l’occasione di strozzarli.
Invece ho particolarmente apprezzato le ambientazioni, sicuramente meno convenzionali rispetto alla solita Londra vittoriana o alla lussuosa Parigi, quindi più originali: merito della nazionalità dell’autrice è infatti la descrizione di un’affascinante Stoccolma, Göteborg, delle adorabili tenute di campagna dei nobili locali e dei castelli immersi nei ghiacci.
Un consiglio: se vi accostate al libro con l’idea di un romanzo alla Jane Austen in salsa svedese non potrete godere appieno della storia, perché inevitabilmente vi ritroverete e a fare dei paragoni inutili; al contrario prendetelo come un bel racconto, di innegabile matrice vittoriana, ma con tocchi disciplinati verso un gusto più moderno.

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