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Exodus
 
Exodus 2020-06-04 15:15:53 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    04 Giugno, 2020
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L’chaim (alla vita)

Conoscere il passato per comprendere meglio il presente, magari, perché no, costruire un buon futuro: sic et simpliciter, questo è il messaggio insito in “Exodus”, romanzo dello scrittore ebreo, polacco di origine ma naturalizzato americano, Leon Uris.
Un libro datato nel tempo, in verità, ristampato in una nuova edizione da pochi anni; la sua prima uscita, infatti, risale al finire degli anni ‘50, addirittura, eppure è un testo quanto mai attuale, vivo, pulsante, grondante verità e chiarezza su episodi storici passati, spesso misconosciuti ai più.
“Exodus” non è un romanzo storico, strettamente parlando, e nemmeno è un racconto romanzato di cronache passate reali, con tanto di personaggi e personalità veramente esistite, a fare da contorno a un immaginario dello scrittore, un romanzo alla Ken Follet per intenderci, senza nulla togliere al valente scrittore del Galles.
“Exodus” è tutt'altro: utilizza personaggi di fantasia, è vero, con altri nomi e altre sembianze, ma esattamente riconducibili a persone realmente esistite, narrando i fatti esatti che li hanno visti attori principali a tutto tondo.
Soprattutto, il romanzo racconta, ammantati non di poesia, ma di delicata empatia umana, gli eventi come si sono, in effetti, spiritualmente originati, e poi umanamente susseguitisi nel corso del tempo. Non solo, ma fa ben di più, manifesta in maniera chiara l’autentico sentimento, di la da ogni deriva sociopolitica, che c’è dietro ad una questione decennale, per non dire secolare, tuttora non risolta: la questione israelo – palestinese.
Tutte le tensioni tuttora esistenti nel Medio Oriente trovano il loro catalizzatore, il punto focale su cui convergono tutte le annose questioni di quest’area calda, se non caldissima, del nostro pianeta, proprio sull'irrisolto problema della terra contesa fra israeliani e palestinesi.
Sussiste un’impossibilità, insormontabile da sempre, nonostante gli annosi sforzi della diplomazia internazionale, di raggiungere un accordo, un’intesa, una firma definitiva di pace tra due popoli che, per assurdo, pur vantando un’unica origine etnica, sono da sempre in conflitto.
Niente e nessuno sono riusciti a dar luogo alla soluzione più logica, pragmatica e dogmatica, la creazione di due stati che vivano a fianco a fianco in pace e sicurezza, corrispondenti in linea di massima all'attuale stato d’Israele da una parte, di popolazione ebraica, e i territori circostanti di Cisgiordania, della Striscia di Gaza e quanto altro variamente denominato dall’altra, il cosiddetto Stato Palestinese, terra martoriata associata all'intifada, ai poveri disgraziati profughi palestinesi, al terrorismo e agli atti di sangue di Al Fatah e Yasser Arafat, tanto per dirne qualcuna.
Israele, stretta tra terra e mare, con tutti i crismi di stato sovrano riconosciuto, si batte strenuamente dalla sua creazione, letteralmente con le unghie e con i denti, per la difesa del suo territorio, o meglio per quello che gli è stato concesso per partizione dalle Nazioni Unite, e per quello che in seguito si è annesso, per conquista militare, insediamento di coloni e conseguente introflessione nei suoi confini.
Fin dalla sua origine, ricordiamo che lo Stato d’Israele fu proclamato il 14 maggio 1948 allo scadere del mandato britannico.
I paesi arabi si opponevano al piano e le forze militari congiunte, di credo musulmano, di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq attaccarono subito Israele.
Lei sola si trovò contro tutto il mondo arabo e musulmano, da cui è circondato da ogni lato.
Pertanto gli ebrei sono ben consci che un’eventuale sconfitta in una qualsiasi guerra, con relativa invasione del suo territorio, sarebbe anche l’ultima della sua giovane storia: sarebbero ributtati a mare una volta per sempre, senza possibilità di rivincita.
Questa situazione, e soprattutto come e perché si è giunti a tanto, è appunto il tema del romanzo “Exodus”. Esso racconta soprattutto come, a seguito al movimento d’immigrazione in Palestina già in atto fra gli ebrei della diaspora, frutto della dispersione del popolo ebraico avvenuta durante i regni di Babilonia e sotto l'impero romano, tale fenomeno andò naturalmente accentuandosi per l’afflusso durante, e massicciamente dopo, la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto sotto la stimolo fisica ed emozionale dello stermino di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti.
La storia è ambientata nel 1947, nella zona funzionava il mandato britannico, ostile a tale immigrazione, nonostante l’olocausto; mandato mal tollerato da tutti i residenti palestinesi in generale, ma in particolare dagli ebrei, animati da volontà di trovare finalmente una patria dopo le atrocità e gli infiniti lutti sofferti.
Tutto il romanzo è una storia di lotta e di passione, di astuzie e di guerriglia, una guerra d’indipendenza impari ma ispirata da tenacia e da ferma, ostinata, ossessiva aspirazione alla creazione di uno stato ebraico, di una patria, ma più che altro di un rifugio definitivo alla paura e all'angoscia da sempre opprimenti gli ebrei, stranieri in terra straniera dovunque si stanziassero, perenni capri espiatori di qualsiasi crisi politica, con prescrizioni e vessazioni continue.
Volete dargli torto?
Abbiamo accennato al fatto che l’autore è ebreo, ma questo particolare non deve risultare fuorviante. Leon Uris, quantunque la sua origine, non è uno scrittore di parte, meno che mai ha prodotto un’elegia dell’ebraismo: semplicemente riporta il romanzo, perché questo evento è per davvero una storia fantastica, della nascita dello stato di Israele.
Con imparzialità e rigore, non dello storico, ma del cronista, perché prima di essere uno scrittore, Uris è stato un corrispondente di guerra, proprio in quegli anni e in quei luoghi caldi, dove ci si batteva per la sopravvivenza dello Stato ebraico, ne ha sentiti in prima persona le storie e i sentimenti, ha raccolto testimonianze ed esperienze, le ha filtrate per il tramite della sua sensibilità umana, e ne ha tirato fuori un piccolo capolavoro letterario nel suo genere.
Scritto in maniera precisa, accurata nei fatti e negli episodi, riporta in maniera obiettiva stati d’animo, reazioni, perplessità e emozioni dei personaggi principali, riconducibili malgrado i nomi differenti, con gli autentici protagonisti dell’epoca, e però con scrittura scorrevole, fluida malgrado i continui intrecci e scenari divergenti, a riprova della complessità della Storia.
Il racconto è incentrato su un personaggio principale, Ari Ben Canaan.
Da questo libro fu tratto anche un film di successo, anche se il libro è tutt’altra cosa, assai meno romantico e più realistico della pellicola, e il ruolo di Ari è fissato nell’immaginario degli spettatori con gli occhi di ghiaccio dell’attore Paul Newman, allora all’apice del suo successo.
L’Ari letterario è altro, e figura ben più consistente: è un sabra, cioè un ebreo nato in Palestina.
Siamo, infatti, in una situazione tale che agli ebrei sopravissuti all’Olocausto e a quanti altri intendono raggiungere la Palestina, è impedito con la forza dagli inglesi di raggiungere la zona, rinchiudendoli in autentici campi di concentramento.
Figuriamoci come possono reagire gli ebrei superstiti a un simile trattamento, ne hanno avuto abbastanza di campi e fili spinati.
Ari è un agente dell’Haganà, il servizio segreto clandestino del popolo ebraico, che riesce con un colpo di mano a trasportare nella terra promessa circa un migliaio di profughi, con un nave ribattezzata appunto “Exodus”, in ricordo dell’esodo del popolo ebraico descritto nella Bibbia. Questo episodio avventuroso del viaggio da Cipro all’Haifa, con l’arrivo in Palestina, è l’occasione per Uris per ricostruire la situazione del nascente stato di Israele, la colonizzazione delle terre e il duro lavoro di fertilizzazione e insediamento con i kibbutz, specie di fattorie collettive, la lotta politica tra le diverse fazioni dei servizi segreti, divisi tra politiche diplomatiche o di sanguinaria guerriglia, in particolare i contrasti tra coloni ebrei i residenti.
Da un lato gli ebrei che, come dice Ari, hanno smesso di fidarsi di chiunque non sia ebraico fino al midollo, non si affidano più ciecamente ad altri di fede diversa non per sfiducia ma per convinzione, avendo compreso che il libero arbitrio che il loro Dio gli ha concesso, contempla un’intensa attività del fare esclusivamente in proprio, ad ogni costo, senza contare più su altri.
Tutti i non ebrei hanno condannato l’olocausto senza riserve, ma ben pochi non ebrei hanno fatto altro per impedirlo.
Il saluto ebraico di rito suona “Shalom”, che significa pace, ma il modo ebraico di intendere l’esistenza è ben espressa nel loro brindisi, “L’chaim”, che significa “alla vita”.
La vita richiede impegno personale, dal fucile alla zappa, dall’amore al sacrificio.
Dall’altra, gli indigeni musulmani, tra l’altro aizzati contro i presunti usurpatori della loro terra, per i loro scopi di egemonia nella zona, da organismi tedeschi o filo germanici, guarda caso.
A loro, per lo più nomadi e pastori, è volutamente fatto apparire blasfemo voler trasformare a forza in un Eden fertile e produttivo le antiche, brulle e desertiche terre degli avi, convinti che la loro vita sia volere di Allah, e intestardirsi a mutare lo stato delle cose sia un’autentica offesa a Dio.
Inshallah, se Dio vuole, quindi; non si può costringere le cose ad andare diversamente, se Lui non vuole. Due filosofie diverse, certo, eppure ambedue monoteiste, potrebbero ambedue fare di più.
Tutto intorno ad Ari, Leon Uris raccoglie un ricco corredo di storie collaterali dei vari personaggi di grande e piccolo spessore umano, sempre evidenziando un qualche legame della loro vita personale alla nascita del nuovo stato ebraico.
Per gli appassionati di storia, non è difficile riconoscere le figure di Yitzhak Rabin, Moshe Dayan, Menachem Begin, Yitzhak Shamir, Golda Meir, Ariel Sharon e altri.
Il romanzo ha un finale struggente, in cui un’ebrea e un arabo condividono finalmente la loro terra…vista dalla parte delle radici, però.
Una tragedia che perdura tuttora.


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Leon Uris, e a chi ama la Storia.
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Commenti

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Le tue non sono solo recensioni, Bruno, ma autentiche tranches de vie. Ti leggo sempre con molta curiosità e interesse, complimenti.
In risposta ad un precedente commento
Bruno Izzo
05 Giugno, 2020
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Ti ringrazio tantissimo, davvero, sono un sentimentale, mi commuovo con facilità! In verità, detto tra noi, forse qui sopra su QLibri non è esattamente il mio posto, sono molto prolisso! Insomma, più che recensioni, che devono essere brevi e concise, tendo a scrivere, e tanto, troppo, delle impressioni che a me personalmente ha suscitato quella lettura, insomma l'abito di recensore non è proprio il più adatto a me! Ma fin quando qualcuno, come te ad esempio, continua ad avere la bontà di leggermi, insisto a picchiare sulla tastiera! Cordialità, alla prossima!
Mi pemetti di scoprire un autore sconosciuto, indagherò...Ciao!
In risposta ad un precedente commento
Bruno Izzo
08 Giugno, 2020
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Ti dirò, sconosciuto fino ad un certo punto. Ma i libri hanno questo di buono, quando sono belli, li riscopri anche dopo anni. In effetti, l'ho letto la prima volta anni fa, ero un baldo 20nne, e pensa che leggendolo cominciai a fantasticare di partire volontario per passare del tempo in un kibbutz israeliano nel deserto del Sinai...ti lascio immaginare la paura e le preoccupazioni dei miei davanti a queste mie intenzioni! Poi li hanno ristampati di recente, e le nuove edizioni li ho viste tra le mani di mia figlia...quando le ho raccontato questa mia follia giovanile, si è messa a ridere! I giovani faticano a capire che anche i loro papà sono stati delle teste calde! Ciao!
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