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I demoni di Wakenhyrst
 
I demoni di Wakenhyrst 2020-12-18 12:00:49 Mian88
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Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
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5.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    18 Dicembre, 2020
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Maude Sterne e il mistero del 1913

«Non spiegò mai perché l’avesse fatto e non c’era alcuna ostilità tra lui e la vittima: si era limitato a uccidere la prima persona a capitargli a tiro. La polizia gli trovò nelle tasche frammenti di vetro verde identici a quelli incastrati nei bulbi oculari, nelle orecchie e nella lingua del cadavere, oltre a quattro foglie di una pianta chiamata “sigillo di Salomone”. Altre tre foglie come quelle erano infilate nella gola della vittima.»

Siamo nel 1966 eppure tutto sembra essersi fermato a quel 1913 a Wake’s End, un maniero dai tetti dissestati spruzzati di licheni arancioni che sorge a Wakenhyrst. È un luogo fuori dal tempo che il tempo stesso ha reso ancor più imperscrutabile e selvaggio. Qui nel 1913 è stato perpetrato un orribile delitto a mano di un uomo, Edmund Stearne, ricco proprietario terriero e stimato storico alle prese con una importantissima traduzione ed esegesi, che viveva nella tenuta con la figlia Maude, al tempo sedicenne, armato di un punteruolo da ghiaccio e un martello da geologo. A seguito dell’omicidio del frutteto, il proprietario terriero fu internato in manicomio dove dedicò il resto della sua vita alla creazione di indecifrabili e magnifici dipinti. Ma è stato davvero lui a commettere l’omicidio? C’è chi pensa che al contrario possa essere stata la figlia Maude, a oggi sessantanovenne in condizioni di forte indigenza e dall’aspetto di una fattucchiera, o perché no, qualcun altro ancora, ad averlo commesso scaricando poi la colpa sulla figura maschile? Che sia davvero andata così? Maude per oltre cinquant’anni ha mantenuto il silenzio su quanto accaduto ma forse è giunta l’ora di rivelare la verità, di rendere pubblica la sua storia…

«Sapeva che Chiacchierino non le voleva bene, il che era giusto, dato che era selvatico. Ma sapeva anche che per tre giorni lei era stata importante per lui, perché l’aveva nutrito e tenuto al sicuro. Adesso era tutto finito e lei era nuovamente sola. Solo che stavolta era peggio, perché la gazza le era stata davvero vicina e adesso se ne era andata.»

E torniamo allora indietro nel tempo, torniamo a quegli anni in cui Maude era soltanto una bambina innamorata della figura materna troppo spesso malata a causa di quei “congiungimenti” obbligati e provata da quei figli nati morti o deceduti poco dopo il parto, e ancora intimorita e poi incantata da quella figura paterna di cui negli anni cerca di conquistare, seppur fallendo, le grazie. Maude cresce sola, cresce in un ambiente dove l’affetto è centellinato e dove la vita è sondata da regole improcrastinabili. Vi è inoltre un luogo in cui non può assolutamente entrare: la palude. A causa degli spiritelli, a causa della scaramanzia, a causa del fatto che lei è una signorotta e non può “sporcarsi” in luoghi non degni. Tuttavia, mai davvero conosce l’affetto. I suoi fratelli al trattano da essere inferiore perché femmina, la madre è troppo dedita a servire il marito per dedicarle il suo amore sino a che a furia di assecondarlo non pagherà il più caro dei prezzi e infine Edmund non farà altro che denigrare la figura della giovane perché scialba e sgraziata perché donna e dunque essere di non pari livello seppur riconoscendone una degna intelligenza rispetto alla progenie maschile. Ci saranno momenti di verità, un mistero che si infittisce, un enigmatico testo da tradurre, tanta superstizione, tanto sentimento in questa storia che prende sempre più forma e campo ne “I demoni di Wakenhyrst”.
Il lettore è affascinato e incuriosito da quel che si cela dietro la realtà e ogni tassello che viene aggiunto alla narrazione permette di ricomporre un puzzle più grande che si sviluppa anche grazie a quel taccuino dello storico con cui veniamo a conoscenza dei pensieri e degli avvenimenti che colpirono la tenuta. Al tutto si somma uno stile narrativo fluido, accattivante, pregiato e ben descrittivo che consente di rendere vivide le immagini. Altrettanto degna di nota è altresì la ricostruzione storica posta in essere dalla Michel Paver che è minuziosa, pregna di particolari e perfettamente cristallina.
Il risultato è quello di uno scritto che cattura, trattiene e che si fa divorare. Unica pecca è un certo rallentamento, dovuto, nella seconda metà della narrazione. Dovuto perché è uno dei tasselli che porta in essere la ricostruzione e chiarificazione del mistero e che se da un lato risolve e appaga il lettore, dall’altro lato tende a sfiancarlo un poco. La lettura resta comunque intensa e si conclude in un arco di tempo anche troppo breve.
Gotico, esaustivo, gaudente. Una scrittrice da leggere e da tenere d’occhio per il futuro.

«La gente di solito non va nella palude di notte, per paura degli spiritelli e compagnia, ma Jubal sa che sono tutte scempiaggini. Sa che ci sono cose peggiori che infestano la palude. E in estate, al crepuscolo, quando l’odore dell’olmaria è soffocante e i rondoni lanciano versi striduli in cielo, quelle grida gli entrano dentro […]. Per questo Jubal fa in modo di avere sempre con sé una bella presa di tabacco e una fiaschetta di infuso di papavero, più forte è, meglio è. Ma non è mai abbastanza forte da fermare le grida che gli rimbombano dentro.»

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