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Elogio della laboriosità
Il ritorno di Ken Follett vede l’autore inglese cimentarsi nella prosa sua solita in cui eccelle di più, quella cioè di rievocare gli episodi salienti della Storia dell’Uomo. Lo scrittore è un maestro in questo, nel romanzare dal vivo gli eventi storici, in qualsiasi epoca realmente avvenuti, quasi a far sì che siano gli stessi oscuri personaggi, non già i noti protagonisti, bensì le persone comuni, quelli sullo sfondo, i veri testimoni diretti in quel tempo di quelle vicende, a raccontare i fatti.
Come si sono realmente svolti, riportati da chi li ha vissuti.
Lo ha fatto calandosi in pieno, talora con stupefacente abilità narrativa, pari alla rigorosa ricostruzione storica, per esempio in epoca medievale, all’epoca delle costruzioni delle grandi, maestose cattedrali, simbolo altissimo di nome e di fatto della crescente influenza religiosa della Chiesa sulle masse. Attraverso le voci delle persone sul posto, l’autore conduce per mano il lettore accompagnandolo nei lavori in corso d’opera, riportando dal vivo tutti gli antefatti e le vicissitudini, le trovate di ingegno, gli scontri, le alleanze, l’acume e l’intelligenza necessarie per dar luogo in quelle epoche lontane, e con quei mezzi e artifici tecnici tanto rudimentali quanto ingegnosi, a quelle immani opere di avveniristica ingegneria, tuttora imperiture, svettanti a simboleggiare a quali livelli giunge la capacità umana volta a celebrare il divino, a sua immagine speculare.
Vale per i romanzi del notissimo ciclo delle cattedrali, come per quasi tutti i suoi lavori, dagli esordi fino ai più recenti, non c’è episodio storico cruciale che Ken Follett non abbia indagato fondendo insieme narrativa e ricostruzione storica rigorosa, indagine reale e prosa verosimile, documentazione ufficiale e creatività eccelsa.
In verità, “Il cerchio dei giorni”, pur essendo un tomo poderoso e ben scritto, non è proprio all’altezza dei lavori precedenti, non prende in pieno il lettore, ma dipende più che altro dal tema, indubbiamente le cattedrali sono più intriganti dei semplici o dolmen o altri rudimentali monumenti in pietra. Inoltre, nel romanzo in esame, l’epoca considerata è ancora più datata, è l’alba dell’uomo appena sceso dagli alberi, già ingegnoso ma non ancora del tutto intelligente, è uomo dei boschi, attivo e industrioso, ancora primitivo ma non più ai primordi della civiltà. Tutto sommato un bel vivere: la vita degli abitanti dei boschi è felice; mangiano nocciole e frutti degli alberi quando hanno fame, fanno l’amore con chiunque lo voglia, non hanno ancora freni morali e costrizioni religiose o sociali, vivono al meglio che i tempi permettono e accettano serenamente la morte, quando arriva, come fanno gli animali, anche se sanno già di non essere più animali, o non solo, almeno. Ma questo modo di vivere non può continuare. L’uomo è così, evolve; obbedisce ad un proprio istinto tutto suo, cambia, si modifica, si differenzia. Perciò gli uomini cominciano a dividersi, a raggrupparsi per indole, a sviluppare senso di appartenenza ad un gruppo più che alla comunione e solidarietà nel solo nome di unica umanità conviviale. Presto tutte le genti si dividono, chi si dedica alla caccia, chi è più stanziale e tende a specializzarsi in pastorizia o coltivazione, ciascuno in un proprio territorio, altrimenti le attività sarebbero in contrasto, il bestiame impedisce la regolare crescita delle coltivazioni. I gruppi perciò risulteranno divisi, custodiranno gelosamente il loro bestiame e i loro campi, lavoreranno duramente e vivranno nell’infelicità. Perchè la divisione sempre presuppone infelicità, futuri contrasti, conflitti, manie di prevaricazione sugli altri: dall’alba dei tempi, sempre l’uomo proverà a soggiogare i suoi simili. Follett descrive abilmente tutto questo, racconta degli uomini del loro tempo, narra le loro anime, riporta la loro vita, i canti sulla caccia al cervo, le emozioni sulla ricerca di nidi di uccello, le sorprese ed i turbamenti sull’innamorarsi. Rievoca le loro canzoni ai bambini per farli addormentare, riporta i faticosi lavori di minimo artigianato con rudimentali utensili di selce, scrive finanche dell’abbrutimento degli animi a causa della dura fatica del vivere. E della necessità allora di una morale, di una filosofia del vivere in cui quasi tutti possano riconoscersi, quindi di una religione, di una liturgia, di monumenti dove esplicarla. Non è ancora tempo di cattedrali, ma una pietra, un dolmen, un qualche simulacro sacro è essenziale. Meglio se è un monumento stabile, non di legno perché fragile, ma di pietra, perché perenne. Un monumento, quindi; un monumento che era essenziale: chiamava a raccolta tutto il popolo della grande pianura nei giorni speciali, e ricordava loro che erano comunque parte di una unica, grande comunità, quella dell’Uomo. Ben lo capivano le più intelligenti tra gli umani: le donne. Portatrici di pace, di amore, di saggezza. Per questo se non divine, però sacerdotesse. In grado di contare, di calcolare: serviva allora preservare le preziose conoscenze delle sacerdotesse sui movimenti di sole e luna, assicurando che non andassero perse. Perchè il bene più grande dell’Uomo è il tempo: indica l’inizio e la fine, quando coltivare e quando raccogliere, quando attendere e quando agire. Serve un monumento in cerchio che il tempo lo delimiti, e serve costruire un monumento in pietra, in modo da risultare eterno, proprio come il Tempo: circolare ed eterno. Un monumento in pietra, non semplici dolmen sparsi a casaccio, ma una Stonehenge, un cerchio dei giorni. Chi lo ha concepito? Quali uomini e donne coraggiosi hanno superato ogni ostacolo per innalzarlo? Chi sono i giganti che lo hanno realizzato? Follett fornisce la risposta giusta: il suo è un elogio della laboriosità umana, furono realizzati da quegli uomini che vollero essere quei giganti. E se lo furono, fu perché guidati dai campioni dell’umanità, le donne. Loro sì, dei veri giganti: le uniche che possano dare un senso ed un valore ai giorni della nostra vita.





























