L'inverno di Giona L'inverno di Giona

L'inverno di Giona

Letteratura italiana

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"Non ti ho mai conosciuto davvero, padre. Uomo sparito, fantasma di un fantasma. Hai carne di vento, pelle di nebbia. Non ti riconosco eppure sei me centomila volte al giorno." Siamo su una montagna ostile, fa molto freddo. Giona non ha ricordi. Ha poco più di quattordici anni e vive in un villaggio aspro e desolato insieme al nonno Alvise. Il vecchio, spietato e rigoroso, è l'uomo che domina il paese e impone al ragazzo compiti apparentemente assurdi e punizioni mortificanti. In possesso unicamente di un logoro maglione rosso, Giona esegue con angosciata meticolosità gli ordini del vecchio, sempre gli stessi gesti, fino a quando, un giorno, non riesce a scappare. La fuga si rivelerà per lui un'inesorabile caduta agli inferi, inframmezzata da ricordi della sua famiglia, che sembrano appartenere a una vita precedente, e da apparizioni stravolte. In un clima di allucinata sospensione temporale, il paese è in procinto di crollare su se stesso e la terra sembra sprofondare pian piano sotto i piedi del ragazzo. La verità è quella che appare? Solo un decisivo cambio di passo consentirà al lettore di raggiungere la svolta finale e comprendere davvero che cos'è l'inverno di Giona.

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L'inverno di Giona 2019-08-22 21:21:53 ALI77
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    22 Agosto, 2019
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UNA STORIA A SORPRESA

Quando ho finito di leggere questo romanzo ho provato tanta angoscia e tanta paura.
Sì lo confesso, ho sofferto molto nel finire questo romanzo, perché questa storia mi ha davvero sconvolto e lasciato senza fiato.
Ancora non so definire il genere di questo libro se sia un thriller psicologico, un horror o una sorta di viaggio introspettivo nella vita del piccolo Giona.
L’inizio del libro ci presenta il racconto in prima persona di Giona, che abita con il nonno Alvise che lo tratta male e gli infligge delle punizioni fisiche e psicologiche. Da subito, questa prima parte, suscita nel lettore un forte senso di rabbia nei confronti del vecchio parente e anche una sorta di protezione per il bambino.
“Il nonno mi punirà perché per ogni azione, giusta o sbagliata, c’è sempre una lezione che io devo imparare.”
Alvise è un uomo autoritario, severo e senza cuore e vuole che Giona segua le sue regole e se non lo fa lo punisce in modo che capisca la lezione.
“«Deve essere così. Diffida di chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica.»”
Giona ad un certo punto ha la possibilità di scappare dalla casa del nonno e da qui il libro entra in una nebbia fitta fatta di ricordi confusi del bambino e anche il lettore non capisce più nulla, nemmeno il nome del protagonista che potrebbero essere Giona o anche Luca.
Ad un certo punto mi sono posta una domanda, quale fosse il significato di questo libro e solo nelle ultime quaranta pagine ho trovato le risposte che cercavo.
L’autore è riuscito a creare in maniera abile una serie di intrecci e di personaggi che solo alla fine trovano un senso, che personalmente mi ha sconvolto molto.
Ho trovato la parte finale molto scorrevole mentre il resto del romanzo è stato un po’ lento, perché la narrazione non è così facile da seguire e da capire. La trama subisce dei forti rallentamenti andando ad analizzare quello che prova Giona, le sue parole, le sue sofferenze e il dolore che prova e che ha provato.
La maggior parte del libro verte sull’incertezza mista alla curiosità del lettore di capire qualcosa, quindi bisogna riporre tanta fiducia nell’autore e nella narrazione che ha creato, solo così riusciamo ad andare avanti e a finire il romanzo.
Il finale è a sorpresa e risolse tutti i vari intrecci e sicuramente ne vale la pena aver superato i dubbi iniziali e aver continuato la lettura.
Quello che più mi ha colpito è la scrittura precisa, ricca, dettaglia dell’autore che sorprende e arricchisce sicuramente la storia.
Pertanto quello che vi posso consigliare è di non scoraggiarvi e di andare avanti con la lettura.



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L'inverno di Giona 2019-08-22 10:42:16 topodibiblioteca
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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    22 Agosto, 2019
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Il percorso di Giona

Credo non sia sempre facile approcciarsi all'esordio letterario di uno scrittore. Occorre superare quello scetticismo che ti porta a pensare quanto, magari, possa essere meglio dedicare il proprio tempo ad un autore noto piuttosto che ad uno sconosciuto che si affaccia sul mercato editoriale, proponendoti chissà che cosa. Invece una volta superata la possibile diffidenza iniziale, la scoperta di un nuovo autore può trasmetterci la piacevole sensazione di avere individuato una "nuova penna" da tenere d'occhio. Filippo Tapparelli, vincitore del Premio Calvino 2018 con questa sua opera prima, riesce a dimostrare un certo talento creativo e narrativo raccontandoci una storia dalle tinte fosche, tragiche e drammatiche, con alcuni personaggi di assoluto spessore ed un'ambientazione oscura. Giona, il ragazzino spaurito e senza memoria ("Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno") che vive con il nonno Alvise duro, autoritario, violento e dominante, sono i veri protagonisti di un romanzo claustrofobico ambientato in un paesino di montagna immerso nella nebbia, isolato e fuori dal mondo e dal tempo ("Qui il tempo è bloccato in un oggi senza ieri, che non diventerà mai domani"). Alvise in particolare, si staglia al di sopra di tutto e tutti, vestendo i panni del rigido educatore di Giona ("La sapienza, Giona, si acquisisce attraverso la sofferenza. Deve essere così. Diffida da chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica"), autentico padre-padrone dell'intero paese, penetra nelle menti dei suoi abitanti, sembra sostenere da solo l'equilibrio del luogo ("Tutto il paese gira attorno a lui. Alvise al centro e tutti gli altri attorno") .

Partendo da queste premesse Tapparelli costruisce una narrazione avvincente in cui è possibile assistere al percorso di progressiva presa di coscienza da parte del giovane Giona, come si trattasse di un romanzo di formazione in cui la maturazione psicologica viaggia di pari passo con il tema della memoria, del ricordo, della riscoperta delle proprie radici e della famiglia. Un percorso in cui Giona viene accompagnato da una sorta di mentore, di un "Virgilio sui generis" in grado di fargli attraversare la selva oscura e che assume le sembianze di una misteriosa bambina accompagnata da un gatto nero, fino ad un epilogo che sa tanto di catarsi, di svelamento, di superamento di quell'inverno oscuro che si porta dentro e che lascia attoniti.
In definitiva trattasi di un'opera prima che si legge con piacere e che non lascia indifferenti, anche se, a mio avviso, non risulta priva di alcuni difetti come diversi rallentamenti nel ritmo della narrazione a causa di lunghe descrizioni assolutamente ben scritte ma talvolta eccessive e ridondanti.

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L'inverno di Giona 2019-08-03 20:44:02 Jacopo
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Opinione inserita da Jacopo    03 Agosto, 2019

Un esordio tutto da scoprire

«Tu hai di nuovo i ricordi, Giona. Lo hai visto prima. Non dovevi ricordare e lui adesso vuole portarteli via di nuovo.»

Perché Norina, perché? Perché Giona non doveva ricordare? Perché adesso il vecchio vuole che dimentichi di nuovo? Cosa si nasconde dentro la mente di questo giovane quindicenne che non ha memoria, che non ha passato e che nulla ricorda se non quell’appena prossimo avvenuto? Chi sei davvero Giona? Chi è Alvise? Chi è la vittima, chi il carnefice?
Il suo nome è Giona, o almeno questo è l’appellativo con cui è sempre stato chiamato da Alvise, l’anziano di cui tutti nel paese hanno terrore e che lo ha raccolto dalla solitudine e abbandono in cui verteva. Perché Giona non ha genitori, non sa chi è, non conosce le proprie origini, un maglione rosso è il suo unico tesoro e nulla ricorda. Sa soltanto che deve fare del suo meglio per non sbagliare perché in tal caso, la punizione che gli verrà commisurata sarà ben più severa di quello che è stato il suo errore. Non ha scelta, e lo sa. Questo, a detta di Alvise, è l’unico modo per imparare. Perché soltanto con il dolore si può apprendere, soltanto con la sofferenza. In altro caso, tutto si dimentica, tutto cade nell’oblio. Non vi è insegnamento. Un paese di contadini e pecorelle sperduto tra le montagne, nelle nubi e in una dimensione atemporale è il luogo in cui si dipanano le vicende e dove le voci corali dei coprotagonisti si fondano e uniscono a Luca e alla sua voce.

«È questa la sua magia. È fatta di musica e suoni, Anna. Lei è tanto musica quanto sua nipote è silenzio. Anna, la donna che dà i nomi alle cose e alle persone. Quella che ha trovato un soprannome per ognuno dei suoi abitanti e per ogni albero del paese.»

L’universo disegnato da Filippo Tapparelli, autore esordiente Mondadori e vincitore del Premio Italo Calvino 2018, è totalmente privo di affettività bensì è caratterizzato da violenza, da un quotidiano che riflette il dolore come rappresentazione di una unica e improcrastinabile verità fatta di controllo, di precisione, di resilienza, di schemi precostituiti e irreversibili. Tuttavia, dopo una partenza in cui l’angoscia attanaglia il lettore tenendolo imbrigliato nelle sue morse e obbligandolo ad andare avanti senza possibilità di interruzione alcuna, ecco che tutto quel che era stato costruito e che si era delineato, si sgretola. Si sgretola per focalizzare l’attenzione su un’altra verità. Dal tema del ricordo assente, misteriosamente venuto a difettare, lo scrittore prende per mano il suo conoscitore e lo conduce tra nuove tematiche e in una dimensione psicologica tutta da scoprire.
Il risultato è quello di un elaborato di grande pregio caratterizzato da una trama solida e ben articolata, una penna pregiata, erudita, fluida e capace di trattenere il suo lettore e da personaggi tangibili con mano tanto che non faticano a disegnarsi nella mente. Da leggere.

«E mi chiedo se per me ci sia una qualunque esistenza fuori da questa casa oppure, anche se ora mi pare terribile, io possa vivere solo qui dentro. Sono uscito da qui tante volte, eppure quello che ora mi stringe il petto non è il sollievo del ritorno ma il peso dell’addio. È come se provassi nostalgia per questo luogo, per le botte di Alvise, per la sua violenza mascherata da lezioni di vita.»

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L'inverno di Giona 2019-07-02 16:17:09 68
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68 Opinione inserita da 68    02 Luglio, 2019
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Verità inconsistente

Tutto parrebbe non essere come sembra, all’ inseguimento di una logica inconsistente, sconvolgente, inesistente, tra pensieri dissociati e difformi.
Giona-Luca, nonno Alvise, due genitori prematuramente scomparsi, altri nomi, Norina, Anna, Andrea, Eleonora, un paese di pecorelle ostaggio di un vecchio crudele, una voce, più voci, ripetute, frammentarie, una fuga affannosa ma necessaria.
Il racconto sospeso in un tempo solo presente, un protagonista senza ricordi, memoria e quindi un futuro, che da sempre ha vissuto nella metà dell’ ombra, lontano dai sogni, recluso, tiranneggiato, violato, in una rappresentazione di anaffettività e violenza.
Il quotidiano riflette il dolore come rappresentazione vivente ed una sola verità, quella che conta, un’ intimità inesistente ed una storia di controllo, precisione, resilienza, seguendo uno schema collaudato.
Una casa con un camino sempre spento, nessuna vicenda da condividere e raccontare, nessuna risposta, un’ attesa protratta, senza ascolto, solo ordine, precisione ed obbedienza.
Un vecchio maglione rosso in cui crescere, eredità di un passato senza volto, forgiato a propria immagine, che ha acquisito quella forma mentre gli si vive dentro.
Rapito, abbandonato, affidato, solo, quale il destino di Giona? Per lui una fuga quantomai necessaria, un tempo finito e l’ eco di giorni sconosciuti e dimenticati.
Non ha mai visto il proprio volto e vaga in un paese dove non può più sostare, in un tempo bloccato, con un oggi senza ieri che non diventerà mai domani.
Il dolore diviene suo compagno di viaggio, essenza purificatoria, la paura plasmata dentro, lui ciò che qualcun altro ha voluto che fosse.
Ma poi tutto improvvisamente cambia, senza un senso, o forse plasmato da una furia assassina, protagonista della propria storia, una condanna scontata dopo un’ accusa infamante, oggi una probabile guarigione voluta da altri.
E quella voce sempre presente sventra e percuote ogni più piccolo gesto, indirizzando gli eventi.
Ma allora nulla ritorna, se non all’ interno della propria follia, nella schizofrenia del presente e gli altri chi sono, un’invenzione dell’io narrante, la rappresentazione di se’, semplici essenze inesistenti?
Vittime e carnefici continuano a trascinarsi in un senso insensato, inopportuno, con la certezza di un viaggio negli abissi di una mente malata, e se invece tutto fosse solo una recita?
Uno psico-thriller di sicuro interesse per il tema prescelto, un flusso narrante che cambia gli eventi oltre ogni immobilismo apparente, respingendo certezze acquisite, affondando in abissi mentali, inseguendo ricordi inafferrabili e futuro inconsistente.
Ed allora chi siamo realmente e quale la nostra storia? Vittime o carnefici, sani o malati? Che cosa oltre il proprio racconto, quale il segno del presente?
Il mistero parrebbe finalmente risolto, emersa una verità sconvolgente, poi tutto, d’ improvviso, ancora una volta, cambia...

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L'inverno di Giona 2019-06-28 14:10:37 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Giugno, 2019
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I ricordi fanno male ma non uccidono, Giona.

Non ha ricordi della sua infanzia Giona. Nemmeno uno. È consapevole di esser stato bambino ma la sua memoria è ferma ai giorni del presente o a quelli del passato prossimo. Vive in un tempo immobile dove i rammenti non esistono, dove non esiste un prima e dove la sua unica eredità è un logoro maglione rosso rattoppato che ha mutato la sua forma in funzione della sua crescita. Ha quindici anni, Giona. Vive con Alvise, un uomo che riveste la funzione di padre e nonno e che lo educa in modo austero, con la violenza, con il dolore, con il castigo. Perché questo è l’unico modo di apprendere, l’unico modo di far propria la conoscenza.

«Hai sbagliato e queste sono le conseguenze. Lo sai benissimo. Io ti spiego come fare ma tu continui a sbagliare. Non impari. Ecco perché ti punisco. La sapienza, Giona, si acquisisce attraverso la sofferenza. Deve essere così. Diffida da chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica.»

Anche i corpi raccontano una storia, l'una di precisione e di esattezza, di controllo, l'altra una di insicurezza, sottomissione, asservimento. Mentre Giona ha i capelli color iuta, il torace sottile, le gambe magre e lunghe, il collo e spalle spioventi, il vecchio ha capelli candidi, senza interferenze di grigio, mani grandi ma non sproporzionate, giuste per torcere la legna o insegnare, un corpo robusto quel tanto che basta a compiere i vari lavori e a incutere timore. Non solo nel nipote, ma in tutto il paese. Perché tutti, indistintamente, temono l’anziano. Tutti, indistintamente, si piegano al suo volere.

«Perché non hai portato il maglione di sopra, Giona? mi chiede di nuovo. […] Guardami, Giona. Ora ti insegnerò cosa è il freddo e cosa è una scelta. Brucia il maglione nella stufa o lascialo dov’è ed esci da questa casa. […] È facile, Giona. Butta il maglione nella stufa o vai fuori di qui. La sua voce è diversa. Più affilata. Se avesse un colore sarebbe grigia come la lama del suo coltello. “Non sai cosa fare, Giona? È facile. Brucia il maglione, ha detto il vecchio. Brucialo e accucciati per terra vicino alla stufa. Almeno ti scalderai ancora per qualche ora, fino a quando non si raffredda. E domani ci penserai”. Ma così lo perderò e avrò freddo per sempre. “Allora esci dalla porta, passa la notte al gelo e spera che domani gli sia passata. Spera che ti faccia ritornare a casa, spera che ti ridia il maglione. Ma non hai nessuna certezza che lo farà. Quale delle due cose è quella giusta, bambino?” Non so.»

Voce, che cosa devo fare? Voce, taci. Madre, dove sei? Padre, perché non vi trovo più? Mi sono allontanato soltanto per far pipì. Carbone, cosa ci fai qui micio? Scappare. Scappare da quelle punizioni, affrontare il passato, ricordare.

«I ricordi fanno male ma non uccidono, Giona. Sei stato coraggioso. Sei ancora vivo.»

Chi sei davvero Giona? Sei sicuro che questo sia il tuo vero nome? Un medico, un ospedale. Ciao Luca. Cos’è davvero l’inverno di Giona?
Una narrazione serrata, forse poco fluida, allucinata e capace di trasmettere la sensazione di trovarsi in una dimensione temporale sospesa, isolata, a sé, è il teatro in cui, per mezzo di un paese a ridosso della montagna le cui fondamenta sembrano sgretolarsi e in cui il confine tra verità e finzione è labile, sottilissimo, le vicende prendono campo. Il lettore è condotto per mano, è costretto a confrontarsi con un mondo fatto di violenza, cattiveria, brutalità, un universo privo di affetto alcuno, privo di ogni manifestazione positiva del sentimento. È costretto a confrontarsi con una stagione aspra e dura, metaforicamente e non. Ciò, almeno, sino all’ultima sezione, una discesa che dagli inferi in cui ci eravamo precedentemente calati, ci riporta alla dimensione del presente, a scenari completamente diversi ma comunque non meno aspri, tormentati, angoscianti e veritieri, a nuovi salti temporali, a nuove voci, nuovi protagonisti; una chiusa che ci porta capire cosa davvero è accaduto, qual è la verità, chi è davvero il personaggio principale e quale sia l’inverno che noi, insieme a lui, siamo costretti a fronteggiare. Il tutto sino a giungere ad un epilogo affatto scontato, che rimescola le carte, che sorprende.
Meritatamente vincitore della XXXI edizione del Premio Calvino, Filippo Tapparelli propone al lettore un romanzo fortemente evocativo, ambiguo, dalle atmosfere conturbanti, dai virtuosismi stilistici e dove niente è come appare. Invita il conoscitore a riflettere, lo obbliga a governare emozioni quali ansia e angoscia, a scrutarsi dentro, a indagare nel proprio buio.
Un esordio che ha quale colonna portante una storia insolita che tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine, ben orchestrata e dal finale inaspettato e che ci permette di conoscere un autore che saprà ancora far parlare dei suoi lavori.

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