Il postale Il postale

Il postale

Letteratura italiana

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Nell’Italia dell’Ottocento, le stazioni di posta dei cavalli erano l’organizzazione principe della nostra locomozione. Lo rimarranno finché non arriveranno i treni, in un primo momento mal visti dalla gente: invadevano il territorio, e la macchina a vapore e i vagoni erano considerati estranei e pericolosi. La diligenza con uno o più cavalli, era invece familiare alla gente di ogni ceto. Fra queste c’era il postale, addetta al trasporto della posta che, dalle città dove la vettura andava a prelevarla, avrebbe raggiunto i paesi tramite i portalettere, che viaggiavano a piedi. Liberio Fraterni, il vetturino de Il postale, è uno degli ultimi a svolgere questo mestiere, ma lo fa con un cavallo d’eccezione, Balio; un cavallo misterioso, che viene acquistato da venditori altrettanto misteriosi a un mercato di paese, e che sembra non invecchiare mai.



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Il postale 2017-11-29 10:35:48 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    29 Novembre, 2017
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Altri tempi

L’idea di narrare un po’ della nostra storia attraverso la vita del conducente di una diligenza postale è indubbiamente originale, anche perché richiama un sapore pionieristico di frontiera che noi ben conosciamo grazie ai film western, dimenticando che negli stessi anni la vita non era dissimile anche in Europa. In effetti, pagina dopo pagina, ci si appassiona alle vicende di Liberio Fraterni, di quest’uomo che alla fine dell’Ottocento recapitava la posta nell’Alta Toscana. I personaggi non sono molti e direi che l’autentico e assoluto protagonista è Balio, un cavallo nero, unico nel suo genere, capace di trainare da solo la diligenza senza apparente sforzo e senza mai stancarsi, una bestia un po’ bizzosa, non del tutto domata e che mi sono chiesto che significato metaforico possa avere. Senza arrivare a una conclusione certa credo che il quadrupede in questione rappresenti il senso di libertà innato in ognuno di noi e a riprova di questa opinione sta il fatto che Balio, che stranamente non invecchia mai, non appena il progresso soppianta il trasporto con la diligenza, fugge e di lui non si saprà più nulla. Peraltro, l’autore a cui non si deve negare il merito di saper descrivere con abilità situazioni e paesaggi, mostra una spiccata attitudine a relazionarsi con la natura, il che può richiamare, ma solo in parte, un’altra figura di narratore, cioè Mario Rigoni Stern. Il romanzo in sé presenta appunto il motivo di interesse in questo rapporto fra Liberio e il cavallo, mentre l’aspetto storico, che dovrebbe costituire l’ossatura, a mio avviso è un po’ carente, nel senso che pur rappresentando un periodo a cavallo di due secoli non approfondisce più di tanto. Purtroppo, più si va avanti con le pagine e con gli anni emergono alcune lacune, come riferimenti fuorvianti a personaggi particolari, come nel caso della suora-madre o di Giovanni Pascoli, oppure anche di Giuseppe Garibaldi, sul quale il giudizio dell’autore è senz’altro opinabile, ma che in ogni caso non si capisce perché venga inserito nel testo. Con lo scoppio della prima guerra mondiale la vena fantastica si amplia e così grazie alla massoneria Liberio farà la conoscenza di Cadorna e di Vittorio Emanuele III, in una casa posta immediatamente a ridosso della prima linea. In seguito, terminato il conflitto, il figlio Amilcare, invalido di guerra, diventerà un protagonista assoluto del fascismo. I tempi sono cambiati, tutto sembra procedere veloce verso il futuro, il passato ben presto sembra un trapassato e Liberio, che è un uomo di un’altra epoca, che non può accettare i fascisti perché così diversi da lui, comprende che il suo tempo è finito e si lascia andare. Le ultime pagine, che lo colgono nel momento della sua dipartita, non sono strazianti, ma nella misura in cui danno il senso dell’inutilità di sopravvivere a un’epoca sono veramente stupende e fanno dimenticare quelle manchevolezze di cui ho prima accennato, contribuendo non poco a un giudizio sostanzialmente positivo.

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Il postale 2014-04-09 08:28:00 Acherontia Atropos
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Acherontia Atropos Opinione inserita da Acherontia Atropos    09 Aprile, 2014
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Un vero viaggio nel tempo

Giudicato da alcuni come uno dei più grandi scrittori italiani viventi, Pardini scrive un libro ambientato a fine '800 ed ha come protagonista un vetturino (o meglio un "procaccia") e il suo cavallo ("Balio" come il nome del cavallo di Achille).
La cosa che molto mi ha colpito è lo stile di scrittura: il linguaggio è prezioso e molto ricercato per immergere (riuscendovi, nel mio caso) il lettore nel detto periodo storico. Linguaggio specialistico si intreccia con il linguaggio desueto (quindi doppiamente prezioso) spaziando dalle "martinicche" alla "brusca" per poi arrivare a "rampare" e "frangere" (seppure questo verbo, in luogo di "mangiare" riferito al cavallo, diventi a volte decisamente abusato). Tutto questo per riutilizzare termini ottocenteschi (presenti sia in Pascoli che Carducci) che creano la parte migliore del libro; quella traslazione temporale che avvicina all'onirico.
Per quel che riguarda le cose che meno mi sono piaciute ho avvertito talvolta, nello stile, un compiacimento abbastanza marcato tanto che il linguaggio, a volte, stucca. La descrizione dei luoghi della valle del Serchio (luogo in cui l'autore vive da tutta la vita) sono molto belli, un po' lirici a volte (per me se non sei Proust o Flaubert, puoi abbandonare il lirismo), ma comunque belli e, soprattutto, si sente l'amore profondo per ogni strada e scorcio; ogni monte, ogni fiume e strada ha in sé un carattere, una storia.
Le apparizioni dei Personaggi storici realmente esistiti sono, a mio parere, inutili e, invece di apparire come tocchi di colore, a me sono parsi come sbavature. La parte della guerra è parte a sé. L'invettiva di fondo antifuturista (e, ovviamente, antifascista) prende il sopravvento sulla storia di Liberio e Balio e, seppure giustificata da un contrasto antico/moderno-padre/figlio (tra l'altro molto bello), devìa dal soggetto, a mio giudizio più originale e interessante, del contesto storico ottocentesco e dalle sue antiche figure (il postale, ad esempio). La peggiore nota negativa di questo libro sta nello spessore di alcuni personaggi; benché Amilcare, Liberio e Balio siano sufficientemente ben realizzati, il personaggio di Altea (su tutti) è a dir poco grottesco. I suoi "poteri" non convincono nessuno e il suo carattere rasenta il ridicolo. In tutto il libro poi, l'alone di mistero convince assai poco.
Ciò detto ne consiglio assolutamente la lettura.

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Il postale 2014-04-02 14:26:19 marib
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marib Opinione inserita da marib    02 Aprile, 2014
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Il tramonto di un epoca

Il libro narra la storia di uno degli ultimi "postali" quei guidatori di diligenze che portavano posta e passeggeri dalla città fino ai più piccoli paesi dell'Italia monarchica. La storia comincia agli inizi del '900 e attraverso gli occhi di Liberio Fraterni ci parla di un epoca di grandi cambiamenti in un ambientazione molto ristretta: la valle del Serchio e Lucca. E' il declino di un epoca e di uno stile di vita che verrà irrimediabilmente modificato dal progresso e dagli avvenimenti storici; con il racconto di una quotidianità banale si ha lo scorcio su avvenimenti storici quali la grande guerra, la caduta della monarchia, l'avvento del fascismo il tutto arricchito dagli incontri casuali del protagonista con illustri personaggi dell'epoca, ma con l'ombra della modernità che avanza e che presto sconvolgerà tutto sotto forma del treno che sta raggiungendo anche le piccole località.
E' una storia molto semplice ma allo stesso tempo intrigante e poetica; il libro è ben scritto e molto fluido, l'unica pecca a mio avviso è che si fa molto riferimento a località che, per chi non conosce le zone, possono essere non individuabili.

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