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Chiedi alla polvere Chiedi alla polvere

Chiedi alla polvere

Letteratura straniera

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Pubblicato per la prima volta nel 1939 è uno dei primi romanzi dello scrittore italo-americano, riscoperto in Italia e in Francia alla fine degli anni Ottanta dopo un lungo periodo di dimenticanza. La saga dello scrittore Arturo Bandini, alter ego dell'autore, giunge in questo romanzo al suo snodo decisivo. L'ironia sarcastica e irriverente, la comicità di Arturo Bandini si uniscono alla sua natura di sognatore sbandato, che ne fa il prototipo di tutti i sognatori sbandati che hanno popolato la letteratura dopo di lui. Al centro della vicenda è il percorso di Bandini verso la realizzazione delle sue ambizioni artistiche e la sua educazione sentimentale dopo l'incontro con la bella e strana Camilla Lopez...



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Chiedi alla polvere 2020-07-31 12:08:54 WottaCambija
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WottaCambija Opinione inserita da WottaCambija    31 Luglio, 2020
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La sensibilità di un cinico

Un'immersione nell'emotività di un (finto) cinico. All'inizio lo si odia questo Arturo Bandini. Arrogante, sfacciato, misogino, razzista, esaltato. Un ragazzo che vive nel narcisismo del proprio personaggio nonostante le turbe e le voci interiori che spesso urlano l'esatto opposto di quello che fanno le sue azioni. Arturo a tratti è perso, a tratti è illuminato, a tratti innamoro ed altre volte spietato. Arturo però non è un cinico, è uno scrittore alla massima potenza, uno che mentalmente romanza la sua stessa esistenza, fantastica ed addobba il suo vivere quotidiano battendolo costantemente nella sua macchina da scrivere mentale. E' con l'immersione nel romanzo che si arriva a scoprire l'anima di questo uomo che gioca a fare il duro, lo scrittore di successo, l'uomo che non deve chiedere mai, ma poi si rivela una persona di cuore, sensibile, fragile. Bandini, circondato dalla miserabilità di cui ne estrapola e ne assapora l'essenza pulsante che tutto smuove, quell'essenza che si chiama vita.

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Consigliato a chi ama il genere di Bukowski
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Chiedi alla polvere 2020-06-16 16:45:35 Little cozy world
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Little cozy world Opinione inserita da Little cozy world    16 Giugno, 2020
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LE MONTAGNE RUSSE EMOTIVE DI ARTURO BANDINI

Mi è stato vivamente consigliato, quindi ho iniziato questo libro riponendoci delle grosse aspettative.
Aspettative che in fin dei conti sono state abbastanza disilluse.

L'ho trovato non esaustivo e nemmeno coinvolgente, mentre il protagonista invece a tratti era in grado di irritarmi parecchio.
Ma andiamo per gradi.
Quando inizi a leggere questo romanzo, sicuramente ci rivedrai qualcosa di Charles Bukowski.
Quindi se conosci un po' questo scrittore, ma in generale se conosci la Beat Generation, sai già che parliamo di protagonisti che vivono vite ai margini, personaggi sregolati e che fanno uso di alcool e droghe.
Ed in questa descrizione ci ritroviamo perfettamente anche Arturo Bandini, il protagonista di "Chiedi alla polvere".

Tra il fanciullesco e lo stupido, tra l'illuso e l'egoriferito, Arturo Bandini, vive inseguendo il suo grande sogno di diventare uno scrittore, anzi Lo scrittore del Libro con la L maiuscola, con il quale riuscire a ritagliarsi una mattonella nella memoria e nella "walk of fame" degli scrittori.

Ancora dipendente economicamente dalla famiglia, decide di inseguire il suo grande sogno trasferendosi a Los Angeles, la città per eccellenza del sogno americano o meglio dell'illusione americana.
Qui vive in una bettola di albergo, ed in fase alterne soffre la fame o spende e spande senza criterio non appena riesce a racimolare qualche soldo.
Sempre in bilico tra l'entusiasmo e la depressione, il sentirsi fallito o vedersi come uno scrittore di fama, ma non ancora compreso, in questo romanzo ci si ritrova costantemente sulle montagne russe emotive del protagonista.
Cercherà la sua musa ispiratrice prima in Camilla Lopez, la cameriera del bar che è solito frequentare e nell’amore frastornante e delirante per lei, poi con un incontro decisamente surreale con una donna che letteralmente si ritrova nella sua camera d’albergo: Vera Rivken.
Sarà proprio grazie a questi incontri che il giovane Bandini evolverà, da bambino che a malapena riesce a prendersi cura di sé stesso, a uomo: diventeremo cosi spettatori dell’evoluzione del personaggio che da egocentrico, riuscirà a spostare l’occhio di bue che prima puntava solamente su se stesso, verso una delle due donne e tenterà di prendersene cura per evitare che una delusione d'amore le permetta di andare in pezzi.

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Chiedi alla polvere 2020-03-23 17:08:41 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Marzo, 2020
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Polvere, tu che sai.

«I giorni grami, i cieli azzurri senza mai una nuvola, un mare di azzurro giorno dopo giorno, e il sole che lo solca. I giorni dell’abbondanza… abbondanza di preoccupazioni, abbondanza di arance.»

Arturo Bandini è un’anima triplice. È colui che, ventenne, sogna di diventare scrittore grazie a quel famoso racconto pubblicato su una rivista, è colui che di origini italiane è cresciuto nel dogma della fede cattolica, un credo che lo imbriglia ancora seppur la sua vita sia dissoluta e scapestrata, è colui che ama, colui che ama la sua Camilla che però ama un altro, Sammy. È un’anima triplice che viene ricostruita con perfetta armonia geometrica da Fante che offre uno sviluppo orchestrato con grande linearità e con un finale per ogni dimensione di questo eclettico uomo. Perché se la storia dello scrittore finisce bene, non trova conclusione la dimensione della fede che al contrario non finisce e resta bloccata su se stessa e trova un funesto epilogo la vicenda amorosa. Il libro pertanto cresce, cresce e travolge con durezza e con forza, cresce e travolge con un personaggio che nella sua vita vince e pareggia, che perde simultaneamente e poi riparte, che erra e poi si corregge talvolta perfino grazie a quella religione che è una costante vissuta come una incostante ma che tuttavia persiste e conduce.
È un elaborato doloroso e addolorato, “Chiedi alla polvere”. Un componimento che è l’esercizio compiuto per ricostruire il passaggio da vita a racconto, da verità a finzione. È emblema della ricerca di Fante, una ricerca portata avanti per tutto il suo vissuto e che si esprime nella parola scritta all’interno della quale l’esistenza si disciplina nel racconto perché scrivere è un modo per mettere ordine, per scandire i tempi, per ricreare la forma geometrica, per coniare sequenze. La cura che vi è dietro la pagina è maniacale, il reale è sgrossato dei suoi confini tangibili e concreti ed è riportato e plasmato nella sua solidità, nella sua coerenza, nell’irrealtà affinché il lettore possa impugnare e passarsi di mano la sagoma modellata. Tuttavia “Chiedi alla polvere” è anche altro.

«Cosa potevo offrirle di diverso da quel mondo brutale che l’aveva già stroncata una volta? Ripresi il cammino in senso inverso, triste, nella triste luce dell’alba. Lei apparteneva alle colline, ora, e le colline l’avrebbero nascosta. Dovevo lasciarla tornare alla loro solitudine, lasciarla vivere con i sassi e con il cielo, lasciare che il vento giocasse con i suoi capelli fino alla fine. Era questa la sua strada.»

E allora chiediamolo alla polvere. A quella polvere che risiede nelle strade dell’Est e del Middle West, a quella polvere da cui non cresce nulla, a quella polvere che offusca una cultura che non ha radici, una cultura che è frenetica ricerca di un riparo, che ricopre le spalle di queste anime che fanno capolino, in queste anime perse e senza speranza, in queste anime che sono in continua ricerca di una pace che mai potrà essere raggiunta, in quell’inganno di una società che apparentemente accoglie quando in verità esclude. Perché alla fine tutti cerchiamo comunione, cerchiamo condivisione, cerchiamo collettività, cerchiamo solidarietà, cerchiamo accettazione. Ma spesso, questa volontà spasmodica di voler far parte di qualcosa, di essere parte di qualcuno, non è altro che un affanno che porta all’autodistruzione, alla perdizione. E allora, chiediamolo alla polvere. Lei che custodisce i segreti, lei che tutto conosce, lei che protegge ed è memoria. E chissà, forse un giorno ci risponderà…

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Chiedi alla polvere 2018-12-03 08:19:41 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    03 Dicembre, 2018
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STORIA DI UN LOSER DI SUCCESSO

“Non è colpa tua, ecco cosa pensi; tu sei nato povero, figlio di contadini miserabili, la tua città natale ti ha respinto perché eri povero, speri di scrivere un libro che ti faccia diventare ricco, così quelli che ti odiavano, laggiù nel Colorado, ti ameranno. Sei un vigliacco, Bandini, tradisci la tua anima e menti davanti a Cristo sofferente. Ecco perché scrivi, ecco perché sarebbe meglio che fossi morto.”

“Chiedi alla polvere” è un romanzo fortemente dicotomico. In primo luogo, è il protagonista stesso, Arturo Bandini, a soffrire di una sorta di sdoppiamento della personalità: aspira a diventare uno scrittore, ma, per buona parte del libro, non riesce a scrivere una sola riga dopo il breve racconto pubblicato tanto tempo prima su una rivista; si professa laico, ma è paralizzato dai sensi di colpa derivanti da una educazione rigidamente religiosa; è un idealista fiero della propria integrità morale, ma non sa resistere alle tentazioni, salvo poi squagliarsela pavidamente quando si arriva al dunque; vuole provare tutte le esperienze della vita, ma per lo più si limita a vagabondare oziosamente per le strade di Los Angeles; ha grandi traguardi nella testa, ma è velleitario e inconcludente, quando ha un po’ di soldi li sperpera senza criterio, e quando non li ha passa il tempo con le mani in mano, soffrendo pateticamente la fame e la povertà; oscilla tra momenti di esaltazione (pochi) e periodi di autocommiserazione (ben più numerosi), tra orgoglio e vittimismo. A fare da spartiacque nel romanzo esistenziale di Arturo Bandini (perché in fondo di un vero e proprio bildungsroman si tratta) è la storia d’amore con Camilla. Sì, perché a partire dal primo fortuito incontro con la ragazza messicana, e dalla repentina e violenta infatuazione per lei, si può finalmente parlare di un prima e di un dopo (non solo in relazione alla sua vita sentimentale, fatta precedentemente solo di sporadici incontri mercenari non consumati, ma anche riguardo al passaggio dalla vita grama e stentata degli esordi nella città forestiera al provvidenziale successo letterario, dalle ultime propaggini dell’adolescenza alla definitiva maturità), anche se il dopo è fatto di una continua alternanza di litigi e di rappacificazioni, di umiliazioni e di propositi di ravvedimento, di separazioni e di ricongiungimenti, come se a fronte di una lampante e inesorabile incompatibilità reciproca vi fosse una altrettanto inevitabile comunanza della sorte. Fante non lascia alcuna speranza di futuro ad Arturo e Camilla, e la tristissima decadenza di quest’ultima, che dall’avvenente “principessa maya” che avevamo conosciuta all’inizio, quando correva nuda sulla spiaggia californiana o sembrava che danzasse sulle sue scalcagnate huarachas tra i tavoli del bar dove lavorava, si trasforma in una figura spettrale, drogata e senza più voglia di vivere, è il motivo principale del passaggio del tono del romanzo dal comico al tragico.
Su quest’ultima dicotomia bisogna spendere qualche parola in più. Se il finale è indubbiamente tragico (Camilla che abbandona Arturo scomparendo nel deserto, il protagonista che getta al vento il suo ultimo libro con la dedica alla ragazza, l’incertezza sul futuro segnata dalla perdita della stanza e dalla decisione di lasciare Los Angeles), è tutto da provare che il resto del romanzo sia comico. Certo, lo scarto irresolubile tra la realtà e lo sguardo ingenuo e candido di Arturo Bandini (che narra in prima persona) genera molti momenti di irresistibile comicità, che sfociano addirittura nel grottesco tout-court dell’episodio del terremoto, quando il giovane si convince che il cataclisma non è altro che l’inesorabile castigo che Dio ha mandato per punirlo della sua trasgressione al sesto comandamento. Ma “Chiedi alla polvere” non è, a ben guardare, né comico né allegro, percorso com’è da tante tristi e patetiche figure di cameriere, di prostitute e di altri losers venuti dal Middle West in California per cercare di fare un po’ di soldi (sono gli anni immediatamente successivi alla Grande Depressione, quindi suppergiù gli anni di “Furore”) o per dissipare i sudati risparmi di un’intera vita di lavoro. Il mondo di Los Angeles è terribile e spietato: messicani e italo-americani sono degli emarginati, il sogno di Camilla è di avere un cognome americano come Johnson, e la terra del sole e dell’oro è solo una chimera destinata a svanire e a trasformarsi in un doloroso disinganno, di fronte al quale non resta che la mesta accettazione del declino o il ritorno umiliante a casa. Los Angeles è poi essa stessa il simbolo di una umanità assediata dal deserto (quella tra la città e il deserto, tra la civiltà che cerca di sfuggire alla propria morte e la natura indifferente e crudele, è un’altra fondamentale dicotomia presente nel romanzo), e la sabbia portata dal vento che grava come una coltre soffocante e irrespirabile sulla metropoli è il monito permanente di una condizione umana fatta di precarietà e di desolazione.
Il successo che arride ad Arturo, in un mondo così triste dove nulla sembra andare per il verso giusto, appare irreale, quasi l’happy ending di una favola, ma il finale malinconicamente aperto stempera assai il giovanile ottimismo del protagonista, e dietro l’angolo c’è sì la incontenibile voglia di libertà di un Kerouac, ma anche, come contrappeso, il ricordo della fame di un Hamsun, i pochi spiccioli in tasca che non bastano neppure per una birra, l’invidia per il lusso ostentato nelle vetrine, i maldestri tentativi di rientrare in possesso del danaro prestato ai vicini di camera e i meschini stratagemmi per sopravvivere di cui non resta che vergogna e rimorso.

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"Il giovane Holden" di J.D. Salinger
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Chiedi alla polvere 2016-11-18 16:01:51 giuse 1754
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giuse 1754 Opinione inserita da giuse 1754    18 Novembre, 2016
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L'amore è una piccola guerra, chiedilo alla polver

Non servono parole. Per innamorarsi basta uno sguardo, un maledetto sguardo e non sarai più lo stesso. Non sai quasi niente di chi sta dietro a quegli occhi, non sai chi è stata prima, né cosa pensa di chi nella vita vuole diventare scrittore, neanche cosa mangia a colazione. Eppure qualcosa, in quello sguardo, ti cattura per sempre. Così i tuoi pensieri, e la tua vita, cominciano a ruotare intorno a quel nome che hai conosciuto per caso.
Camilla è il nome della cameriera messicana di cui hai incrociato lo sguardo; lei la ladra inconsapevole che ti ha rubato istanti di vita che prima appartenevano solo a te. E mentre cerchi faticosamente di sopravvivere mangiando arance e di costruirti una credibilità di scrittore, dando seguito a quell'unico racconto che hai venduto, dal ridicolo titolo Il cagnolino rise, il bisogno di lei ti perseguita. A volte è desiderio senza passione, altre passione senza desiderio.
Di certo, in questo dannato guaio che è l'innamoramento, non ti aiuta il tuo essere cattolico fino alle ossa, con il conseguente circuito desiderio-peccato-rimorso-colpa-castigo, di certo non sei fortunato perché lei vuole un altro. Eppure è grazie all'incontro con la ladra di pensieri che hai scritto la tua storia, e quello che di te e di lei ancora non conoscevi lo hai chiesto alla polvere del deserto, dove è sparita per sempre. Perché la polvere parcellizza la materia e ne trattiene il ricordo.
Ecco, non so se ti può consolare, ma volevo dirti che anch'io ti ho amato da subito, Arturo Bandini.

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Chiedi alla polvere 2015-11-25 13:09:41 Lonely
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Lonely Opinione inserita da Lonely    25 Novembre, 2015
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"Il mondo era polvere e sarebbe tornato polvere"

Non c'è niente da fare, ci sono certi libri che ti calzano come una seconda pelle, ed altri che sono come maglie strette, in cui stai così scomodo, che non vedi l'ora di spogliarti.
Per questo libro per me è stato così, non vedevo l'ora di arrivare alla fine, come un viaggio noioso in cui non si arriva mai a destinazione.
Avevo già provato un'altra volta a leggerlo e l'avevo abbandonato, poi leggendo la recensione che mi precede di Valerio, ho pensato che invece era il caso di riprovarci, ma temo che John Fante sia un po' troppo distante da me e dai miei gusti letterari.
L'autore calca, secondo me, un po' troppo, lo stereotipo dello scrittore che vive praticamente in miseria, sempre insicuro delle sue idee e del suo stile, e perennemente innamorato di una donna che lo fa soffrire.
Di molti nostri romanzi italiani, la nostra critica li accusa di essere troppo provinciali, io di questo direi invece, troppo americano, e mi ricorda molto Bukowskj.
Lo stile, una specie di monologo interiore narrato dal protagonista Arturo Bandini, alter ego dell'autore, è fluido e scorrevole, e a tratti ironico.
La storia è quella di un uomo, Arturo Bandini, che insegue il sogno di diventare uno scrittore famoso.
Un uomo che cerca il successo, che vuole distinguersi dalla massa, che vuole lasciare un'impronta nel presente perchè ne resti memoria in futuro; che insegue il denaro, ma che non sa come gestirlo; che ha una morale tutta sua; che rincorre una donna che non lo vuole e che fallirà inesorabilmente tutte le aspettative, scadendo in un percorso di vita senza speranze nè alternative.
In un continuo susseguirsi di giornate senza senso, Arturo cerca la sua strada, ma è completamente oscurato dalla voglia di arrivare e dall'amore per Camilla, perdendo di vista i suoi veri obiettivi.
Poco prima della narrazione del terremoto a Los Angeles, l'unico passo interessante di tutto il romanzo, Arturo ha una sorta di epifania, una rivelazione sul senso della vita, che preannuncerebbe una sorta di cambiamento del personaggio, ma anche qui l'autore disattende il lettore, e nonostante l'acquisita consapevolezza Arturo prosegue sulla stessa strada fino alla fine, senza far tesoro della sua esperienza.

Il libro è uscito nel 1939, e nel 2006 ne è stato tratto un film, che, ricordo solo ora, avevo iniziato a vedere qualche tempo fa . Ma anche il film l'ho abbandonato dopo una mezz'ora, quindi deduco, concludendo, che evidentemente non era nelle mie corde!

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Chiedi alla polvere 2015-09-15 19:34:41 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    15 Settembre, 2015
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Polvere Onnisciente

"Chiedi alla polvere" è un'opera particolare, come il suo autore. Lo stile di John Fante è davvero di alto livello, e riesce a dar vita a un libro denso di significato e allo stesso tempo di facile e piacevole lettura.
Arturo Bandini, il protagonista, è uno di quei personaggi che rimangono impressi, perché ne vengono tratteggiate egregiamente le sfumature caratteriali; la follia e quell'instabilità emotiva comuni a ogni essere umano, chi più e chi meno.
La nostra mente è un fiume in piena.

Arturo Bandini è uno di quegli uomini che rinuncia a tutto per inseguire il proprio sogno. Vuole diventare uno scrittore, e il talento di certo non gli manca. Accetta la miseria, la solitudine; eppure la cosa che risulta più difficile è convivere con sé stesso. Accettare i propri sbalzi d'umore, i repentini cambiamenti di opinione, ma soprattutti i propri limiti. Bandini è un uomo che si scontra ferocemente con la realtà, un uomo consapevole del proprio talento, orgoglioso, eppure fragile, alla continua e disperata ricerca di conferme di quel talento che è fermamente convinto di avere. Egli si sente grande, eppure cerca incessantemente l'approvazione altrui; vuoi per orgoglio, vuoi per una mancanza di autostima di fondo.
Egli vuole lasciare il proprio segno in questo mondo, fare in modo che quando tornerà essere polvere essa possa comunque testimoniare che in quella Terra c'è stato anche lui: Arturo Bandini, il grande scrittore. E alla fine lui è lì, sta per realizzare il suo sogno più grande, quello per cui ha sacrificato tutto, che nemmeno trovarsi faccia a faccia con la morte è stato abbastanza da farlo rinunciare.
Eppure qualcosa non va.
Sì, perché possiamo anche diventare grandi al punto da segnare come un'immensa cicatrice la crosta di questo mondo, ma sarà tutto inutile se non abbiamo amato.
E Arturo ama Camilla, una semplice barista; ma lei lo odia e con il suo disprezzo rende vacuo tutto il resto, anche i suoi sogni più grandi. Lui la ama e la tratta come una regina, ma Camilla ama un altro uomo che la maltratta e non vuole saperne nulla di lei, chiudendo un circolo vizioso che definire tragico sarebbe un eufemismo. Camilla non ha altra cosa al mondo se non il suo amore non corrisposto, Arturo ha i suoi sogni ormai scoloriti.
Eppure chi è più infelice? Camilla, alla quale non resta che la morte; o Arturo, che vede sui sogni infettati e resi inutili da un amore impossibile? E' più infelice chi non ha nulla, oppure chi una volta raggiunto il traguardo si rende conto che non ha nessuno con cui dividere la gioia della vittoria?
Chiedetelo alla polvere.

"Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell'uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell'umanità e fui contento di farne parte."

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Il giovane Holden
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Chiedi alla polvere 2015-07-30 10:18:10 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    30 Luglio, 2015
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Polvere indigesta

Mentre leggi, ti rendi conto di essere di fronte a uno di quei testi che vengono definiti capolavori. Cionondimeno, la polvere è dura da digerire.

E la polvere è l’essenza del mondo in cui si muove il protagonista Arturo Bandini, aspirante scrittore di origine italiana che approda in California in cerca di successo. E’ la polvere delle aspirazioni tradite, della mancanza di radici, dell’assenza di speranze.

A volte è proprio difficile da sopportare, la polvere.

Non ci sono sentimenti nobili. Bandini non è un aspirante scrittore animato da vocazione, amore per l’arte o necessità di comunicare i propri pensieri più profondi. Vuole avere successo, arricchirsi, essere acclamato, far parte del mondo di lusso e luci che intravede oltre la polvere.

Non ci sono risolutezza interiore e forza d’animo. Bandini è pieno di contraddizioni e ingenuità. Si crogiola nel suo sentirsi scrittore ben prima di diventarlo, si sente in qualche modo superiore agli altri, eppure propina il suo racconto agli improbabili avventori dello squallido motel in cui vive, elemosinando approvazione e riconoscimento. E’ capace di slanci di grande generosità (forse per non saper dire no?) quanto di estrema cattiveria.

Non c’è redenzione. Bandini è sempre bloccato, indeciso, vittima della propria insicurezza, della paura di non essere all’altezza. E l’amore morboso e incompiuto per la messicana Camilla, altro volto di una California di emarginazione e di miseria, diventa la dimensione del suo insuccesso.

A volte è proprio difficile da sopportare, Arturo Bandini.

Eppure le sue paure e le sue contraddizioni si fondono con le nostre, i nostri arresti, le nostre insicurezze e la nostra incapacità di agire. E ci si rende conto che forse la polvere è tanto amara e indigesta perché è tanto reale.

“Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto”.

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Chiedi alla polvere 2015-07-03 17:48:19 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    03 Luglio, 2015
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Bandini,protagonista di magnifiche uscite di scena

Chiedi alla Polvere (Ask the Dust) – John Fante, 1939

SPOILER

«Ho qualcosa da dirvi sul mio libro. Non sconvolgerà il mondo, non ammazzerà nessuno, non sparerà nemmeno un colpo, ma ve lo ricorderete finché avrete vita e anche quando esalerete l’ultimo respiro, sorriderete ripensandoci.»

Ero un po’ spaventata all’idea di affrontare questo romanzo, pietra miliare della letteratura, amatissimo.
Non temevo la delusione in agguato, perché avendo già assaggiato Bandini (Aspetta la Primavera, Bandini e La Strada per Los Angeles) sapevo che mai avrebbe potuto deludermi.
Quello che temevo era il plot che – confesso – avevo mio malgrado un po’ conosciuto (complice pure Alessandro Baricco a Pickwick nel 1993).
È molto difficile che mi appassioni alle “storie d’amore” e ancor di più che empatizzi con i personaggi femminili. Quel poco che sapevo di questi due elementi, in “Chiedi alla Polvere” mi disturbava già. La cattiva notizia è che la protagonista (?) femminile, Camilla Lopez, è anche più insopportabile di quello che si potrebbe pensare.
La buona è che non ce ne importa niente, che la fanciulla in questione è praticamente un pretesto e che il riflettore – come era prevedibile – è sempre saldamente su Arturo nostro.
Per fortuna.

Ask the Dust (geniale, a partire dal titolo), ci porta a Los Angeles, sempre alle costole di Arturo, che arranca nella sua vita, in una piccola stanza d’albergo, con vicini improbabili, sempre in lotta con la sua macchina da scrivere.
E vince lei.
«Giorni di magra, carichi di determinazione, perché proprio di questo si trattava, determinazione: Arturo Bandini, seduto davanti alla sua macchina da scrivere per due giorni consecutivi, deciso a farcela. Ma non funzionò. Fu l’attacco di testardaggine più lungo e violento di tutta la sua vita, ma non ne uscì neanche un rigo, solo due parole ripetute per tutta la pagina, su e giù, sempre le stesse: la palma, la palma, la palma, una lotta all’ultimo sangue tra me e la palma, e la palma vinse: eccola là che ondeggia nell’aria azzurrina, che scricchiola piano nell’aria azzurra. Vinse dopo due giorni di lotta e io scavalcai il davanzale e mi sedetti ai suoi piedi.»
Sempre volubile, spaccone e un po’ cazzaro, ma con momenti di grande tenerezza, il nostro titano ha pubblicato un raccontino che gli ha fruttato qualche soldino.
Che ovviamente sperpera.
Chiede soldi a casa (Svevo è nel frattempo “risorto”), arranca, pubblica un altro racconto, largheggia nelle spese e – ahilui – conosce Camilla, barista di origini messicane, che si diverte a fare un po’ di tira e molla con lui, pur essendo innamorata del collega Sammy, che – da copione – la tratta malissimo e non la sopporta (non si riesce a biasimarlo).
Camilla non mente ad Arturo, ma ne sfrutta costantemente la generosità [a partire dalla richiesta di leggere il manoscritto di Sammy – aspirante (pessimo) scrittore – a quella di accompagnarla da lui, a chiedergli soldi per comprarsi droga e via discorrendo] e lui la lascia fare, sia quando le regala gli ultimi soldi che ha guadagnato con il racconto, sia quando accetta di correggere il manoscritto di Sammy, sia quando cerca di salvarla da sé stessa.
Ma in realtà Arturo ama il suo amore e l’idea che di esso si è fatto (come Cyrano, mi vien da pensare), il suo amore che non Camilla e che non è Vera. È il suo amore, appunto.
«Per tutta la notte abbiamo bevuto e pianto, e da sbronzo sono riuscito a dirti quello che mi si agitava nel cuore, tutte le parole dolci e le similitudini ingegnose, tanto eri troppo intenta a soffrire per quell’altro per sentire quello che ti dicevo, ma lo sentivo io, e Arturo Bandini era particolarmente in forma quella sera, perché si rivolgeva al suo grande amore, al suo vero grande amore, che non eravate né tu né Vera Rivken. Era semplicemente il suo grande amore.»
In realtà il grande amore di Arturo era e rimane la scrittura. Questa passione che non lo molla, che sostanzia ogni momento della sua esistenza, anche quello più drammatico.
«Dovevo riuscire a tutti i costi a tenere la testa fuori dall’acqua, ma mi sentivo risucchiare sotto dalle onde che si ritraevano. E così questa era la fine, la fine di Camilla e di Arturo Bandini; eppure, anche in quel momento, era come se stessi scrivendo, come se stessi registrando tutto sulla carta. Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo, sbattuto dalle onde, senza riuscire a raggiungere la costa, sicuro che non ne sarei uscito vivo.»
…e non è una metafora. Sta affogando davvero!
In tutto questo, Arturo conosce Vera, una donna di mezza età, molto bella, ma abbandonata dal marito a causa di alcune ustioni che ne hanno deturpato il corpo. Arturo la conosce e decide di raggiungerla e di fare l’amore con lei. Immediatamente dopo un terremoto devasta la città.
Traumatizzato dall’evento a cui assiste, Arturo maledice dio, l’amore e le donne e come sempre torna alla scrittura e decide di scrivere la storia di Vera. Non più racconti, ma un romanzo.
« Il telegramma diceva: romanzo accettato. Invio contratto oggi stesso. Firmato: Hackmuth. Tutto qui. Il foglietto mi sfuggì di mano, ma io non mi chinai a raccoglierlo. Poi mi sedetti per terra e cominciai a baciarlo. Strisciai sotto il letto e rimasi lì sdraiato. Non avevo più bisogno del sole, né della terra o del cielo. A questo punto potevo anche morire. Non mi sarebbe successo mai più niente. La mia vita era giunta al compimento.»
Un po’ come accade a Stoner, è il libro che sostanzia la vita di Arturo Bandini.
E forse anche di John Fante.
Poi il nostro vivrà un certo numero di ulteriori avventure, ma nel prologo (che la mia edizione Einaudi, per motivi imperscrutabili, mette in fondo) torna il tenero e titanico Arturo, velato di malinconia, soprattutto pensando al destino di John Fante.
«Parlo come un pazzo? E sia, ridatemi la pazzia e quei giorni, datemi un romanzo bizzarro su un uomo e sulla sua compassione per il genere umano, su quella gran persona che era Bandini, protagonista di magnifiche uscite di scena, e sulla sua compassione per tutto quanto, per l’assurda città attorno a me, che ha allevato il mio genio, e lassù in cima ad Angel’s Flight, in cima a duecento gradini fino a Bunker Hill nel cuore della città, gradini consacrati, Signore, Bandini li ha percorsi fino all’immortalità!»

Infine.
Questo è in assoluto uno dei romanzi che ho più amato. Quest’anno e in generale.
Fante finisce dritto dritto nei miei personali Campi Elisi, con Steinbeck, Marquez, Salinger, Flaubert, Leopardi e qualche altro.
Di seguito ho letto anche “Sogni di Bunker Hill”, ma ora prenderò una lunga pausa.
Mi capita con pochissimi autori, quelli che amo davvero.
Non leggo tutto quello che hanno scritto.
Perché è triste pensare, “poi”, di doverne rimanere per sempre senza.

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Consigliato a chi ha letto...
Salinger e Steinbeck.
(E pure Rostand)
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Chiedi alla polvere 2015-04-10 15:25:46 MrsRiso13
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Stile 
 
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Contenuto 
 
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Piacevolezza 
 
3.0
MrsRiso13 Opinione inserita da MrsRiso13    10 Aprile, 2015
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Lettera aperta a un autore indolente

Caro Arturo D. Bandini,
dopo la lettura mi sento in dovere di scriverti con la stessa passione con cui tu, Arturo Dominic Bandini alias John Fante, narri le vicende della tua vita.
A essere sinceri, non mi sei immediatamente piaciuto, il nostro non è stato amore a prima vista e spesso, nel corso di questi mesi passati insieme ti ho tradito con commissari di ogni foggia e fama e con signorine dagli occhi a mandorla relegando il nostro rapporto in angoli bui. Solo ultimamente quella polvere che tu descrivi mi è entrata nella ossa e mi ha fatto desiderare di capire dove il tuo racconto andava a parare.
Alla fine anche io ho chiesto alla polvere, a quel pulviscolo che s'insinua in ogni dove, portando con se quelle briciole dell'esistenza, quei granelli dei ricordi, quelle particelle delle occasioni afferrate e irrimediabilmente perdute.
Capisco la difficoltà del momento, di codesto '39 del XX secolo, che scuote l'America nel profondo gettandola in una guerra assurda, la difficoltà che tu, figlio di contadini immigrati dall'Italia, hai affrontato per ambientarti in una città dalle molteplici facce come il deserto che la circonda. Quegli spazi rubati all'aridità che promettono sfarzi e ricchezze, ma che offrono, appena scendi dall'autobus proveniente dal paesello, alberghetti di second'ordine, strade polverose contornate di case cadenti e pasti rubati alla spazzatura. Immagino il fuoco dell'arte che brucia in ogni giovane scrittore, che porta a sopravvalutare le proprie capacità che infiamma e infonde speranza, ma che si spegne con altrettanta facilità lasciandosi dietro un oceano di paure. L'arroganza del successo che si trasforma in cattiveria per l'insuccesso, la sfacciataggine diviene codardia, il narcisismo muta in autolesionismo lasciando spenti ora dopo ora, percorritori idiosincratici di strade illuminate solo dalla luna, tra facce omologhe alla ricerca di una nuova musa senza un soldo in tasca.
Concordo che tutto questo può rendere instabili, può far diventare crudeli, può indurire, ma ti ho odiato per quel veleno che sprizza da ogni riga per la tua incapacità di riconoscere l'amore, per il desiderio di sesso e l'inadeguatezza di farlo, per tutte le gioe e i tormenti vissuti da quando Camilla Lopez, con le sue huarachas consunte, ti ha ghermito trascinandoti in un balletto schizzofrenico di desiderio e di rifiuto fino all'autodistruzione.
Pagina dopo pagina, quel lessico raffinato mi ha annoiato e ammaliato, quel narrare senza filtri le emozioni, quell'esprimere ogni sentimento senza pudore mi ha attirato e respinto generando sensazioni non dissimili da quelle che tu racconti. Stucchevoli illusioni, dolore autentico, conflitti dilanianti si susseguono in me e nel tuo romanzo lasciandomi perplessa, non lo nego, felice ma diffidente sul proseguire fino alla fine.
A oggi, caro Arturo, affermo di aver fatto bene a leggerti fino alla fine, ma francamente, non so se ci rincontreremo, per il momento mi sento di doverti abbandonare qui e di non volere null'altro sapere di te, tuttavia “se la donna mobile qual piuma al vento” (Rigoletto) potrebbe arrivare il giorno che tornerò te.

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