La caverna La caverna

La caverna

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La vicenda è incentrata su un'onesta famiglia di poveri artigiani composta da Cipriano Algor, vasaio, la figlia Marta, e il genero Marçal, guardiano in prova presso il Centro, un luogo misterioso, fulcro di ogni attività economica e amministrativa. La vita procede normalmente, con il vasaio che consegna a scadenze regolari le sue stoviglie al magazzino del Centro, finché un giorno, inaspettatamente e senza alcuna avvisaglia che potesse far presagire qualcosa, il Centro annulla il suo ordine per le ceramiche di Cipriano, gettandolo nell'angoscia di un futuro improvvisamente fosco. A quel punto Cipriano e la figlia decidono di cimentarsi in un nuovo progetto da sottoporre al Centro: statuette d'argilla raffiguranti diversi personaggi. Contro ogni previsione, il Centro accetta, ordinandone mille e duecento...

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La caverna 2018-03-11 10:46:14 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    11 Marzo, 2018
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IL MITO DELLA CAVERNA IN VERSIONE NO GLOBAL

" Leggendo, si viene a sapere quasi tutto, Anch’io leggo, Qualcosa, dunque, dovrai pur saperla, Ora non ne sono più tanto sicura, Allora dovrai leggere in altra maniera, Come, Non serve per tutti la stessa, ciascuno inventa la propria, quella che gli sia più consona, c’è chi passa tutta la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di un fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda”

Saramago scrittore no global? La cosa non mi sorprenderebbe affatto, dato che, oltre alla ben nota fede politica di uomo di sinistra e a quello che lui stesso chiamava “un punto di vista di confessata simpatia di classe", elementi questi presenti un po’ in tutte le sue opere e del tutto compatibili con l’etichetta di cui sopra, nel fantomatico Centro de “La caverna” è altresì ravvisabile un’azzeccata metafora della globalizzazione. Infatti, è difficile non vedere nel Centro e nel suo inarrestabile potere di espansione l’immagine traslata della civiltà delle multinazionali, che da anni sta lentamente colonizzando il pianeta, modificando i gusti dei consumatori e pianificando le economie dei paesi del Terzo Mondo, il tutto in nome del dio profitto e senza riguardo alcuno per la sopravvivenza di aziende e lavoratori, tradizioni e mestieri. Così l’anziano vasaio Cipriano Algor, che si vede di punto in bianco annullare dal Centro il contratto di fornitura di stoviglie in terracotta e tenta di sopravvivere alla crisi riconvertendo l’attività della sua fornace attraverso la produzione di statuine ornamentali, è, a livello individuale, l’immagine di tutte quelle nazioni africane, asiatiche e latino-americane costrette dal protezionismo, dal progresso tecnologico e dall’agguerrita politica imperialistica di Stati Uniti ed Europa alla marginalizzazione, alla povertà e, per via di un’emigrazione sempre più massiccia, all’assorbimento e alla perdita delle rispettive identità culturali.
Man mano che il romanzo procede prende corpo un altro aspetto di non secondaria importanza, che non mi viene da descrivere se non attraverso il ricorso all’imprescindibile paragone kafkiano. I diversi colloqui che Cipriano ha con i funzionari del Centro mettono infatti in rilievo il carattere di quest’ultimo come autorità trascendente e autoritaria, impermeabile a qualsiasi tentativo esterno di comprensione, melliflua e conciliante in superficie come un piazzista che debba magnificare le qualità della sua mercanzia, in realtà implacabile e spietata come chi non ha altro scopo se non la sopravvivenza e la perpetuazione di sé stesso a scapito di tutto il resto. Con il trasferimento della famiglia Algor nei quartieri residenziali del Centro e il misterioso ritrovamento nel sottosuolo della caverna del mito platoniano, assistiamo poi a un ulteriore approfondimento in chiave per così dire filosofica: il Centro diventa in questo senso lo specchio di una società in cui la vita è solo un riflesso, una riproduzione, una simulazione della vita autentica.
Qualcuno può obiettare che anche l’arte e la creazione artistica (alla cui fatica greve e senza requie e alle cui difficoltà che in certi momenti paiono insormontabili Saramago dedica pagine tra le più belle che abbia mai scritto) in fondo falsificano, inventandola, la realtà. Ma ben diversi sono i loro strumenti, e diversa la loro funzione. Attraverso un procedimento simbolico, e non meramente riproduttivo, di banale ricalco, l’arte si sforza infatti di interpretare, di decifrare la realtà, mentre il Centro (con i suoi appartamenti senza finestre, i suoi divertimenti artificiali, i suoi spettacoli che simulano le sensazioni naturali come il vento, la pioggia o la neve) questa realtà la uccide, inscatolandola in una prevedibile e omologante uniformità che non ha più bisogno di chiavi di lettura perché è offerta, inoffensiva e asettica come una belva allo zoo, alla stregua di un prodotto commerciale ad un pubblico apatico e senza più reazioni. Dal Centro di Saramago alla realtà dei nostri giorni il passo è poi breve, perché l’onnipresenza della televisione nella vita di tutti i giorni o gli aspetti di virtualità indotti dagli strumenti informatici dell’ultima generazione sono troppo simili alla suadente invadenza del Centro per non pensare che lo scrittore portoghese abbia voluto dar corpo a una meditata e consapevole metafora mirante a mettere in guardia il lettore più attento dai pericoli subliminalmente presenti nella nostra società affluente, progredita e democratica. I membri della famiglia Algor, compreso il genero Marçal Gacho, guardiano del Centro, questo pericolo lo capiscono (“quelle persone siamo noi”, dice Cipriano Algor riferendosi ai cadaveri rinvenuti nella grotta, aggiungendo poi: “non rimarrò per il resto dei giorni legato a una panchina di pietra a guardare una parete”), rinunciando definitivamente al loro comodo futuro nel Centro e partendo invece verso l’ignoto, senza certezze ma con la confortevole fiducia nei sentimenti e nelle occasioni che la vita – quella vera, quella a cui, come al cane Trovato, al Centro non è dato diritto di cittadinanza – sempre mette a disposizione.
Ne “La caverna” ritroviamo il messaggio più autentico di Saramago: la sua scelta di campo a favore della genuinità contro la sofisticazione, della verità contro la mistificazione, degli istinti contro la ragione calcolatrice, può forse sembrare semplicistico, ma è in realtà il frutto maturo di una ideologia portata avanti con rigore, coerenza e onestà intellettuale nel corso di una carriera più che trentennale. Nemmeno l’amore è assente in questo romanzo: improbabile e salvifico come ne “L’anno della morte di Ricardo Reis”, nella “Storia dell’assedio di Lisbona” o nel “Memoriale del convento”, esso è forse l’ultima ancora di salvezza cui l’uomo moderno può aggrapparsi per evitare il naufragio nelle secche dell’egoismo e dell’indifferenza. Grazie all’amore per la vedova Isaura e alla religiosa dedizione al proprio anacronistico lavoro di artigiano, Cipriano Algor (anti-eroe per eccellenza) trova nuove, insospettate ragioni di vita e si erge alla fine all’altezza degli eroi epici, incarnazione di una caparbia e indomita volontà di resistenza al Potere. Il romanzo risulta così sospeso tra una dimensione fantascientifica, orwelliana, e un’altra dimensione arcaica, mitologica: insomma, siamo di fronte a un vero e proprio ossimoro letterario, che si oggettiva nei continui viaggi da pendolare che Cipriano compie tra la sua casa in campagna e la città (e, all’interno di essa, quella città nella città rappresentata dal Centro).
Per il resto, ne “La caverna” ritroviamo puntualmente la grande, incomparabile abilità del Saramago narratore, la quale ci fa sentire le sue storie come un qualcosa di tranquillizzante e familiare, un po’ come un focolare domestico: il buon senso che trapela da riflessioni apparentemente a ruota libera, l’umanità che i suoi personaggi rivelano tanto individualmente quanto nel rapporto con il loro prossimo, l’affettuosa condivisione della sorte degli umili, la profondità di pensiero che si traveste di semplicità, la naturalezza con cui vengono portate alla luce motivazioni psicologiche complesse, sono doti artistiche ormai rare, proprio come l’arte manuale, tramandata da generazioni, del vasaio, e da esse – si può scommetterci – riescono sempre a uscire fuori sorprendenti verità e affascinanti invenzioni, come nelle pagine delle mute conversazioni tra Cipriano Algor e il cane Trovato o nel delizioso paragrafo dei piccoli cervelli presenti in ciascuna delle dieci dita delle mani.

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