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La sorella

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Il protagonista, Z., musicista, pianista, grande esecutore, viene bloccato da un’improvvisa e misteriosa malattia in un letto d’ospedale a Firenze. Siamo nell’Italia fascista tra venti di guerra. Ma il fronte attorno cui combatte Z. è quello della malattia, del dolore, della privazione della sua arte, dei ricordi: in particolare quello della bellissima signora del gran mondo che ha come iniziale una E., e a cui Z. è legato da una travolgente attrazione, senza nessuna realizzazione pratica, ma non per questo meno fatale. Attorno al malato Z., paziente eccellente e trattato con tutte le attenzioni del caso dall’intero ospedale, si muovono quattro “sorelle”, quattro suore, diversissime nella loro apparente uniformità.

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La sorella 2019-10-14 05:04:44 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    14 Ottobre, 2019
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La vera malattia è il male di vivere

"La menzogna è quella che fino al giorno prima si chiamava lavoro, o dovere, o ambizione, o amore, o famiglia. Ci vogliono mille, diecimila giorni e notti, affinché in un corpo, e al suo interno in un sistema nervoso, nei centri sensori, quella menzogna si trasformi nell'unica insopportabile realtà; finché un giorno l'organismo, l'intero individuo, con un atroce rantolo, si mette a urlare al mondo sotto forma di malattia quella menzogna, che nel frattempo si è tramutata in una intollerabile sensazione di panico. Urla che non tollera più il proprio ambiente, o la propria vanità, o la routine con cui ha cercato di stordire, come con un narcotico, il vuoto esistenziale; che non tollera più quell'esercizio meccanico in cui si è trasformato il talento che Dio gli ha donato. E allora geme, e urla, ed è assalito dalla nausea come se l'avessero avvelenato. Ed è proprio così, infatti: l'hanno avvelenato con il veleno più volgare, che non conoscevano né i ciarlatani della corte dei Medici, né i Borgia... La vita diventa un veleno se non crediamo in essa, quando non è che un mezzo per saziare la vanità, l'ambizione, l'invidia. E si comincia ad avere nausea". La malattia fisica come risultato del malessere mentale è il concetto alla base di questo bellissimo testo del grande maestro ungherese. È quello che succede al famosissimo musicista magiaro Z. negli anni turbolenti della prima metà del secolo scorso. Il protagonista è in viaggio per Firenze, dove è atteso per una delle sue acclamatissime esibizioni, quando si accorge all'improvviso che qualcosa in lui è cambiato. C'è un istante in cui, senza provare né dolore, né paura, né eccitazione, si rende conto che la sua vita si è staccata da tutto ciò che fino a quel momento ne era stata condizione imprescindibile. Una piccola avvisaglia di ciò che succederà a breve, proprio sul palco di quella meravigliosa città barocca, che sancirà per Z. l'addio alle scene. La malattia si manifesta palesemente, attacca il corpo del malcapitato con dolori lancinanti che solo i tanto agognati rendez-vous chimici a base di morfina riescono ad alleviare. Z. si ritrova bloccato per mesi in un letto d'ospedale, lontano dalla sua patria, dai suoi cari, isolato da un mondo in cui, frattanto, imperversa la guerra. Ha contatti solo con il medico ed il suo assistente, nonché con le quattro suore che compongono il personale della clinica, le uniche figure del libro ad avere un nome. Ben presto capisce che per lui, ma più in generale per tutti gli esseri umani, la malattia è diretta conseguenza di un profondo malessere interiore, di quel male di vivere che attanaglia lui e i suoi simili e che spesso, quando diventa insopportabile, trova sfogo martoriando il corpo nelle più svariate maniere. Z. prova a lottare, si comporta da paziente modello, ma ad un certo punto sembra destinato a soccombere. In punto di morte si rende conto che c'è una persona che lo ama che ha deciso di lottare al suo fianco, quasi al suo posto. Che sia E., donna per cui nutre un profondo amore platonico, probabile causa del suo male? E se non lei, chi? Servirà questo inaspettato e misterioso sostegno a salvare il nostro artista? L'unico modo per saperlo è farci guidare dalla ricercata penna di Sandor Marai in questo delicato e struggente viaggio introspettivo che amalgama con grande sapienza amore e morte, vita e malattia, passione e menzogna, musica e letteratura, ammaliandoci con la prosa poetica e la notevole capacità empatica a cui l'autore ci ha abituati. "...E a un tratto capii di essermi smarrito. Ondate di gelo assalivano il mio corpo. Giacevo immobile, sentivo sciabordare nelle membra le onde della coscienza purificata, come se mi trovassi in un deserto di ghiaccio e non avessi più voglia di muovermi... e in quel momento vedessi e comprendessi tutto, la strada che mi aveva condotto fin là, e la meta stessa di quel viaggio".

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La sorella 2019-06-21 09:58:57 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    21 Giugno, 2019
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Rinascita

La malattia non è un bel argomento, è scomodo, cupo, trasmette angoscia e tristezza e  pochi scrittori si addentrano su questi sentieri letterari. Sandor Marai è uno di essi. Credo che non abbia bisogno di molte presentazioni, basta citare "Le braci" e si riconosce subito la sua grandezza. Non nomino "Le braci" solo perché è tra i suoi libri più conosciuti e belli, ma anche perché "La Sorella" ne assomiglia molto secondo me, seppur diverso.
Dicevo appunto che la malattia è un argomento graffiante, urta il nostro animo e leggere un libro di questo tipo può risultare faticoso, ma l'autore lo intreccia in modo meraviglioso alla musica, e il risultato finale è delicato ed elegante. Il personaggio principale, un noto musicista Z. , si ammala improvvisamente ed è costretto a rimanere sotto intensa cura in una clinica per parecchi mesi e questo tormentato percorso viene analizzato e annottato in una specie di racconto da Z. stesso, narrando quindi in prima persona questa esperienza che lo ha portato vicino alla morte. Fortunatamente è guarito, ma non potrà mai più suonare il pianoforte e queste sue memorie - introdotte nel libro da una seconda voce narrate che è un vecchio conoscente di Z. al quale vengono assegnate dopo la scomparsa del musicista, anni dopo- rappresentano la sua ultima composizione musicale:

"Forse ci sarà chi leggerà questa storia come l'ultima composizione di un musicista, in cui la melodia è più importante persino del testo. La melodia non ha mai "senso". Eppure esprime cose che a parole non si è capaci di esprimere."

Prima ho nominato "Le braci" e la loro somiglianza. Perché? Perché nella mia interpretazione entrambi hanno un finale "partorito", liberatorio e di conseguenza gioioso, rappresenta una rinascita. Dopo un lungo periodo di tormenti e sofferenze che occupa gran parte del libro, nelle ultimissime pagine Marai mette in ordine l'intero caos con poche e simboliche frasi e gesti, che lasciano un alone di mistero e spazio alla libera interpretazione di essi da parte del lettore. La "sorella" che da titolo al libro compare come personaggio possente e determinante per la sorte di Z. solo nelle ultime pagine, rimanendo avvolta in un alone di mistero però decisiva sulla sorte e sulla totale guarigione del personaggio principale. Perché la malattia non è solo una questione fisica ma anche la conseguenza di un vissuto non appropriato, di passioni represse, frustrazioni, e abbandonare la via che porta a esse aiuta il nostro animo a purificarsi e a guarire e quindi ad essere in armonia con il proprio corpo. Infatti, queste memorie ripercorrono non soltanto gli aspetti specifici della malattia di Z. ma anche il suo vissuto e l'analisi di come esso si sia sviluppato nella malattia fisica. Sotto quest'aspetto richiama molto all'attenzione "La montagna incantata" di Thomas Mann: anche lì la malattia era una conseguenza della repressione di sentimenti, passioni, piaceri e il parallelismo tra Z.- E. e Hans Castorp- Clavdia mi ha portata a queste conclusioni.
La prosa di Marai è sempre brillante, ti cattura sin dall'inizio con facilità e ti accompagna armoniosamente per tutto il libro regalando al lettore un'esperienza unica e insegnamenti o punti di vista che rimarranno indelebili.

"Possibile che l'uomo sia tanto indifeso? L'educazione, la morale, le regole del vivere sociale, tutto questo non basta a permettergli di erigere una diga, nei momenti cruciali, per fronteggiare la passione?... E' un sentiero di sabbie mobili - pensavo -, e dove finiremo, noi europei, se ci avventuriamo lungo l'insidioso sentiero di questa anarchia?"

"(...) non si deve mai ritornare da una persona dalla quale ci siamo allontanati definitivamente. E' una regola di vita. Ci sono pochissime regole di vita, e questa è una. Certi ritorni sono pericolosissimi."

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La sorella 2017-06-26 12:10:25 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    26 Giugno, 2017
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Il mal di vivere

Un musicista famoso si ammala di una malattia progressiva e gravissima che colpisce i nervi portando a dolori fortissimi e a una progressiva paralisi. La malattia (forse la sindrome di Barrè?) può essere mortale ma ci sono anche casi di completa remissione. E' chiaro dal diario del maestro che la malattia (come molte malattie autoimmuni nel caso si trattasse della sindrome di Barrè) ha un'origine psicosomatica. La malattia è associata dal musicista alla menzogna che è entrata nella sua vita attraverso due diverse vie: il rapporto con l'arte e il rapporto con E, donna sposata. Le due strade sono legate in quanto E. per sua stessa ammissione non è attratta dagli uomini e l'unico uomo che l'abbia mai attirata è il maestro stesso grazie però alla sua musica. La musica come motore di passioni o come frutto di passioni, come anche l'amore per E. contengono il veleno della menzogna. Quale sia il veleno non si capisce bene: il rapporto con la musica costringe il maestro a fingere (l'arte è finzione in quanto simula la vita?). Anche il rapporto con E. è finzione in quanto mediato dall'arte anche se é un rapporto sincero d'affetto (pur non contenendo attrazione fisica che lei non è in grado di provare). Forse è l'arte il veleno che allontana dalla vita vera e lega perennemente alle passioni portando alla nausea e alla noia frutto entrambe della distanza e del distacco. In un certo senso la malattia cura la noia e il senso di estraneità alla vita. La vera medicina è però la frase che il maestro sente in una notte sussurrata da una donna, una delle quattro sorelle che lo assistono: non voglio che tu muoia. Questa frase con l'energia che contiene è un messaggio che viene non da un corpo, ma quasi direttamente da Dio che è misericordioso come dice Carissima, una delle sorelle alla fine del romanzo. La suora in fin di vita, è quella che, probabilmente tramite la sofferenza, è più legata a lui pur nel suo apparente distacco.
All'inizio del romanzo troviamo il maestro, che ha già passato le traversie della malattia, in una località montana. L'inizio del romanzo ci racconta quindi cosa succederà dopo la malattia: il maestro ha smesso di suonare, non vuole più saperne di concerti. La malattia gli ha lasciato due dita insensibili per cui non può più suonare. Ma ha anche smesso di comporre. Il maestro, in quella località remota, fa anche una riflessione molto interessante sulla sofferenza come scopo della vita. Quasi che la sofferenza contenga una dose di verità preclusa all'arte e alle passioni. Parla di una sofferenza particolare, quella volontaria che è il sacrificio. Nel suo caso il sacrificio potrebbe consistere nell'essere nella località montana invece che ad Atene, quindi nell'avere rinunciato ad E., alla musica e alle passioni. Infatti se la passioni inoculano la menzogna nella vita, probabilmente il sacrificio (leggi rinuncia volontaria) è il miglior modo di vivere l'amore nella verità.
«L’umanità ha sempre creduto nel valore del sacrificio,» dissi «ma ci sono occasioni in cui è molto difficile comprenderne il senso. Soprattutto il senso del sacrificio umano». Replicò testardo: «Bisogna fare dei sacrifici. Altrimenti non è possibile il cambiamento, e nemmeno la salvezza».
All'inizio del romanzo si capisce che il pensiero del maestro ha subito una deviazione mistica:la passione sotto questa nuova luce è diventata strumento di salvezza per arrivare a Dio, qualcosa che brucia l'anima e la purifica o con lo stesso valore della croce. Il passaggio dalla malattia al misticismo non è ben spiegato nel romanzo ma si capisce che passa attraverso la figura di suor Carissima. Come se la frase: voglio che tu viva abbia nel testo all'inizio un significato letterale di guarigione fisica ma poi ne assuma un altro, durante il colloquio con la sorella, di natura più spirituale di guarigione dell'anima.

«A ognuno di noi» disse lentamente, strascicando le parole «tocca prima o poi assumersi il peso della passione, come fosse una croce. Solo nel fuoco si consuma il peccato che alberga nell’uomo e nel mondo.



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La sorella 2016-11-10 11:13:38 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    10 Novembre, 2016
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Armonia, malattia e vita.

«Non mi compatisca» disse tagliente. «La malattia ci dona esattamente quanto ci toglie.» «Tanto quanto la musica?» chiesi con assoluta mancanza di tatto. «Ci dà qualcosa di diverso, ma nella stessa misura» insistette. P. 59

Era il terzo Natale dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale quando ha luogo l’incontro tra lo scrittore io narrante e Z., pianista ungherese di grande talento musicale oltre che di notevole fama. Quella comunione di circostanze e pensieri che sorge tra i due uomini, non è altro che un rincontrarsi ad anni di distanza da quei salotti dove immancabile era la figura di E., donna maritata, di grande fascino e presenza. Ed è a seguito di questo incontro, ed è solo e soltanto dopo mesi da questa notte che, l’io narrante, riceve quel manoscritto di cui le voci e le parole avevano proferito. Un lascito, non solo una memoria.
Firenze. Il musicista ha appena terminato uno dei tanti concerti che ha in programma quando lo sente, quando ne percepisce la presenza. Qualcosa è cambiato, il suo organismo lo sta avvertendo del fatto che una strana malattia è insita nel profondo; tutto ha principio con una leggera nausea, un capogiro, con un qualcosa che in lui «morì per poi allo stesso tempo farlo rinascere» come se fosse «morto per la vita e nato per la morte». Di fatto questa è in realtà una patologia dolorosa, incerta, invalidante, capace di arrecare la paralisi oltre che altre sofferenze nel corpo e nell’anima. Il lungo ricovero ha inizio, dei salotti dell’alta società, del ménage a trois con E. la moglie del diplomatico comune amico, della musica e di tutto quello che sino ad allora costituiva la sua quotidianità, non vi è più traccia, si tramuta in un sogno, in una bolla, in un universo parallelo; una seconda vita che si è intercambiata con quella della degenza, con quella dettata, statuita e regolata dal male che affligge, che sfianca, che priva. Una nuova realtà scandita quindi dal ritmo inesorabile delle cure che si susseguono a quegli incontri costanti della giornata: il professore, l’assistente medico, le quattro sorelle e… il dolore. Il patire è una voce sorda, regolare, continua, che compare nelle ore e nei momenti della giornata più inconsueti, che talvolta concede una tregua silenziosa, per poi riaffiorare nel cuore dei momenti più inaspettati come una lama di coltello che penetra le carni.
I giorni passano, tutti uguali, cadenzati dalle visite della alta e grossa suor Dolorissa, dalla bella ed ingenua suor Cherubina, dalla diligente suor Mattutina e dalla cerea e meticolosa suor Carissima, donne che altro non sono che le custodi del segreto della malattia, sono cioè «depositarie del segreto di mille tormenti, umiliazioni, miserie umane. [.. ] Portavano la felicità proibita, e sapevano che il tormento e il piacere, nel corpo straziato, cercano ospitalità con la stessa crudele indifferenza (p.147)». Ma spesso nemmeno questa quotidianità instaurata è sufficiente ad alleviare il patimento, è necessario ricorrere a quel “rendez-vous chimico” che facendo leva sulle sostanze stupefacenti, appiana quella sensazione di disagio, di male senza, apparentemente, chiedere alcunché indietro. Ed è in questo limbo, in questa atroce sensazione di nulla che inizia l’analisi della propria vita, del proprio passato, presente e della consapevolezza dell’assenza di un futuro poiché tra le eredità della malattia vi è la paralisi a ben due dita, anulare e mignolo, della mano destra. Non ha altra scelta se non quella di dire addio alla musica colonna portante del compositore.

«Avevo capito che l’unico senso della mia via era stato servire quella tenue armonia; e che ormai tutto era in ordine, perché avevo adempiuto al mio compito, avevo servito fedelmente la musica, non avevo mai peccato contro l’armonia di proposito, e con ogni energia del corpo e della mente, della ragione e della volontà avevo espresso quello che la musica voleva dire. [..] L’avevo capito, finalmente. Quando era venuto a mancare? Non riuscivo a trovare una risposta. Nonostante l’esercizio, l’ansia del perfezionamento, la cura scrupolosa dei particolari, non avevo raggiunto la musica: è pur vero che erano ben pochi coloro che, come me, erano in grado di servire la musica con tanta imparziale fedeltà, con la stessa coscienza di sacrificare ogni capacità fisica e spirituale, ma io avevo smarrito il contenuto divino della musica, il vissuto.» pp. 89/91.

«La melodia non ha mai “senso”. Eppure esprime cose che a parole non si è capaci di esprimere.» p. 228

Quelli della degenza sono per Z. giorni in cui elabora, riflette sulla propria arte, sul proprio essere, sui suoi sentimenti. La malattia a tal proposito sembra evolversi finendo cioè col rappresentare la menzogna della vita, lo strumento con il quale ha finito per identificare il vuoto esistenziale dettato dall’insoddisfazione, dalla mancanza, che lo circondavano. Quella voce femminile che durante una tanto attesa – puntura della – notte gli sussurra “non voglio che lei muoia” fornisce al malato l’energia e la speranza necessarie a non lasciarsi andare al buio dell’aldilà.
Quello di Marai è un elaborato ricercato, fornito di una trama solida nonché di una penna ricercata, mai approssimativa e sempre eruditamente avvalorata. L’autore riesce infatti a rendere atto all’essere umano la sua complessità, quello che è il profondo insieme di strati e substrati che consciamente e/o inconsciamente lo compongono. Tante sono le perle di riflessione contenute in questo romanzo, tanto in merito alla malattia che alla condizione di malato, quanto al parallelismo tra chi assiste il paziente e chi subisce questa condizione, tanto in merito a quella sofferenza non sempre fisica bensì psicologica che viene definita patologia ma che in realtà è ben altro. Talvolta, sembra sussurrarci Marai, basterebbe analizzarla più nel dettaglio questa psiche, poiché attraverso questa ricerca potremmo conoscere delle risposte ai nostri più arcani enigmi.

«La ragione è nulla. La passione è tutto. Forse è quello che Goethe chiamava Idee, e così Platone e gli altri, i quali sapevano che il senso della vita è la passione che splende dietro le forme. La passione è più forte del piacere.» p. 178

«Il suo polso è eccellente. Lei ha una tempra straordinaria, maestro. E ha imparato molto negli ultimi mesi. E’ stato un ottimo paziente. Ha imparato che non basta essere malati, non basta prendere le medicine. Bisogna anche rispondere, alla malattia e a tutto ciò che ci mandano la malattia e la guarigione. Anche questo bisogna impararlo. E poi, quando la vita ci chiama..» p. 227

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La sorella 2016-10-28 16:55:20 68
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68 Opinione inserita da 68    28 Ottobre, 2016
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Vita e malattia, malattia e vita.

Questa è la storia di un uomo, o meglio la rappresentazione di una parte della vita di un uomo con un grande talento musicale ( è un pianista di fama ) improvvisamente colpito da una malattia inaspettata ed invalidante, assai dolorosa, dalla prognosi incerta, e da essa costretto ad un lungo ricovero a Firenze, dove si era recato per una serie di concerti alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Z. ( il protagonista ) si è nutrito da sempre di musica, ha frequentato l' alta società, è stato coinvolto in un ménage a trois con un diplomatico e la di lui moglie, la bella E., sua musa ispiratrice, ma questo ormai appartiene al passato. Non ha amici, perché " l' artista non può condividere niente con nessuno."
Il presente è un senso di malessere improvviso, avvertito durante il viaggio che lo porta in Italia, la perdita di ogni certezza e l' idea di una fine imminente.
Ma che cosa ha avuto inizio realmente in quel momento, la malattia o qualcos' altro?Semplicemente "... cominciò. Qualcosa in me mori' ed io allo stesso tempo rinacqui come se fossi morto per la vita e nato per la morte."
Inevitabile il ricovero ospedaliero, le indagini del caso, l' affidarsi alle cure, più o meno efficaci, la sofferenza, il dolore, lo sconforto, la speranza, la condivisione.
Un nuovo inizio, segnato dalla malattia, insinuatasi silente a rigettare ogni certezza, ripudiata, scansata, odiata, fino ad acquisire lentamente un proprio ritmo ordinato.
Comincia un' altra vita, ed un' altra storia, che scava in un corpo ferito ed in un animo affranto, ed è fatta di piccoli gesti quotidiani, ritualità, persone che entrano nel proprio mondo e ci restano, il primario, l' assistente medico, le 4 sorelle ( Dolorissa, Cherubina, Carissima e Mattutina ) che " non parlavano di nulla: sorridevano, tacevano ed assistevano ".
Vi è un' altra presenza, quotidiana, che compare improvvisa e si allontana silente, quel " dolore " che si impara a conoscere e a scacciare per finire con l' accettarne l' inevitabile presenza.
È un dolore fisico, a tratti insopportabile, che necessita di interventi sedativi con oppiacei, quel rendez-vous chimico che diventa "... un rapporto misterioso con un' amante che non chiede nulla e da' tutto. "
Ma è anche disagio psichico che apre una rivisitazione del passato, il senso di una vita sacrificata, un futuro ormai morto, l' impossibilità di tornare a suonare.
Sotto forma di diario, che Z. lascia ad un amico scrittore, ripercorriamo la sua storia in un arco temporale di pochi mesi, costretto in un letto, ancora in vita, scrutando la morte, smarrito dalla non conoscenza, scacciato dal proprio mondo, di arte e puro talento, imprigionato in un corpo e nella fisicità di un ospedale dove si impongono gestualità impellenti, tralasciando filosofiche dissertazioni.
Z. osserva, chiede, elabora, intreccia rapporti che paiono puramente convenzionali, asettici, ma che finiscono per mostrare intimità e condivisioni insperate.
Riflette sulla propria arte, su quello studio del dettaglio ( la musica ) e sulla certezza che non vi sia "...via più disperata di quella che conduce alla perfezione. " " La vita diventa un veleno se non crediamo in essa, quando non è che un mezzo per saziare la vanità, l' ambizione, l' invidia."
L' individuo comincia ad avvertire un senso di nausea, avvelenato dalla vita stessa, e la malattia sembra rappresentare il rifiuto di una menzogna, di un ambiente e di una routine con cui ha cercato di stordire, come un narcotico, il vuoto esistenziale.
Una notte, annebbiato dai sedativi, giunge a Z. una voce, vicina, " Non voglio che lei muoia ", ed in lui risorge la speranza, un fuoco dentro, come quando "... un ' anima, attraverso un corpo, chiama un' altra anima alla vita...". Ed allora " decisi di non morire ".
Ma alla fine non sono sufficienti le medicine, non basta guarire per vivere, occorre rispondere alla malattia ed ai segnali che ci ha inviato e a questi affidarsi.
Marai è un autore molto interessante, la cui scrittura non è mai banale. Ha una prosa essenziale, chiara, precisa, ama i dettagli, e sa esprimere come pochi l' essenza umana nella propria complessità ed interezza.
In " La sorella " vi sono pagine bellissime sul significato della malattia e dell' essere malati, con un' analisi puntigliosa e di sensibilità rara, trasferendoci mirabilmente le emozioni del paziente e di chi lo assiste, pur conservando un profondo rispetto per la dignità umana e la sofferenza.
Si introduce un elemento spesso sottovalutato, la centralità della psiche quale causa patologica oltre al sapere leggere tra le righe, nei recessi più oscuri del corpo e della mente, per giungere a risposte sorprendenti ed impensabili, sempre considerando la complessità umana nella propria unicità e globalità.

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La sorella 2012-07-10 18:51:53 antonelladimartino
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antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    10 Luglio, 2012
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Quella musica sorda

Se questo romanzo capitasse sotto forma di manoscritto sconosciuto tra le mani di alcuni editor di mia conoscenza, rischierebbe di finire cestinato senza ripensamenti, bollato come noioso e privo di ironia, disprezzato in quanto triste e, peccato imperdonabile, appesantito da troppi aggettivi.

Certo, qualcuno potrebbe trovare noiosa la trama insolita di questo romanzo dalla struttura circolare, che attraverso la malattia e il dolore racconta la vitalità, la passione e il carattere di un personaggio insolito, circondato da personaggi altrettanto insoliti, molto lontani dal nostro quotidiano. L’insieme è dipinto a tinte forti, ma senza eliminare sfumature e ambiguità, completo nei dettagli che connotano e incidono con forza.

Non c’è ironia nella scrittura elegante e sontuosa, che non teme di raccontare emozioni in azione all’interno di un corpo quasi immobile. Stupisce, a tratti, la resa degli aspetti più assurdi che si scoprono nell’esperienza della malattia, esperienza che l’autore riesce a narrare senza pudori, senza enfasi.

Non sono temi allegri la malattia grave, la morte, così come non sembrano temi leggeri Dio, l’arte e la musica: eppure l’autore riesce ad affrontarli in modi alternativi: senza tristezza, ovviamente senza allegria, scavando nei modi più nascosti e inaspettati, sfiorando gli aspetti già visti, affondando nell’intimo di emozioni poco frequentate.

L’autore non raziona gli aggettivi, che non risultano inutili e non cadono in schemi stereotipati; ma se in certi punti eccedono, molto spesso si rivelano indispensabili nell’illustrare emozioni e immagini molto complesse.

Infine, al di là del valore dell’opera letteraria, c’è un aspetto interessante da un punto di vista “sociologico”: ambientato in epoca fascista, il romanzo descrive un’assistenza sanitaria dall’efficienza sbalorditiva, in cui la terapia del dolore era praticata senza badare ai pregiudizi bigotti molto attivi nel nostro presente. Certo, si tratta di del punto di vista di un personaggio molto altolocato, un privilegiato, ma mi chiedo quanto la realtà dell’epoca abbia influito nelle descrizioni della routine ospedaliera.

Insomma, non aspettatevi una lettura per lievi ombrelloni, ma un’avventura corposa, sfaccettata, del tutto priva di scarna sobrietà. Siete avvisati:-)

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La sorella 2012-03-04 12:28:14 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Marzo, 2012
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Quando la vita ci chiama.


http://www.youtube.com/watch?v=Q00tA0G7BrA

Sandor Marai non ha bisogno di una trama.
Leggere questo autore e' perdersi nei suoi paesaggi ,descritti con minuziosa eleganza.
Quasi fossero le mani che hanno scritto non di carne ed ossa, sangue e nervi, ma di una preziosa porcellana bianca, arricchita con fini e rare decorazioni dorate.
Esordisce il libro in una squallida locanda di montagna, l'umidita' dei materassi ci penetra nelle ossa, il cielo plumbeo intacca l'umore ma poi si apre offrendoci un sole tiepido, il bosco ci incanta e ci offre la musica del suo candore innevato.
Passeggiando tra le pagine, alle nostre spalle una sinfonia di Chopin.
Un pianista scivola le dita in una melodia che poco ha di terreno : " la musica' e' un vincolo neutro tra l'uomo e l'immensita' , un legame immateriale."
L'uomo, l'amore,la musica che nutre la vita, un pianista.
La malattia.
Sandor Marai crea una trama non tanto di eventi quanto di descrizioni e riflessioni.
Quando l'infelicita' porta alla malattia, quando le cure non servono senza la voglia di vivere, quando la vita ci chiama e sembriamo sbocciare , bucaneve in un suolo infreddolito dall'inverno.
E mentre ci perdiamo nella bellezza di quest'opera, l'eleganza di questo autore dona serenita', anche nella malattia, anche nel dolore fisico , anche nel silenzio di un piano senza musicista.
Ci fermiamo, in ascolto, da lontano torna la sinfonia, basta saperla ascoltare.
Basta volerla ascoltare.
"La melodia non ha mai senso. Eppure esprime cose che a parole non si e' capaci di esprimere ."

Buona lettura.

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La sorella 2012-01-25 15:11:46 Cla93
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Cla93 Opinione inserita da Cla93    25 Gennaio, 2012
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Rapita di nuovo...!

Lo ammetto: anche questa volta Màrai mi ha totalmente coinvolta nella sua storia, nelle sue pagine, nelle sue parole.
Come l’ultima - e anche la prima- volta mi ha trasportata in un mondo quasi magico, in cui io soffrivo con il protagonista: un musicista che, a causa di una strana malattia, non può più suonare il pianoforte, la "belva nera", per una paralisi a due dita della mano destra.
La storia inizia con il racconto di uno scrittore che ha conosciuto il musicista; e dopo la morte di quest'ultimo decide di pubblicare il manoscritto in cui il musicista narra della propria malattia.
Vi assicuro che le due dita della mano destra – anulare e mignolo – si sono paralizzate anche a me!!
Màrai è geniale. Usa un ottimo linguaggio, ha un ottimo stile e le sue storie sono commoventi, anche se fin’ora ne ho lette solo due.
Ancora non lo affermo… ancora non affermo di aver trovato un nuovo amore. Per poter affermarlo con certezza devo leggere almeno tre libri dello stesso autore.
Però credetemi se vi dico che ho la sensazione che Màrai mi conosca… che mi conosca profondamente: questo ho percepito scorrendo ogni sua pagina.
Consiglio a tutti di abbandonarsi a questa fantastica storia nella storia.
Buona lettura!

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