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Lettera a Berlino Lettera a Berlino

Lettera a Berlino

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Berlino, inverno 1955: il tempo della guerra fredda, il tempo delle spie. Nelle viscere della città devastata si lavora all'«Operazione Oro», lo scavo di un tunnel al confine con la zona russa, allo scopo di immettersi sulle frequenze telefoniche sovietiche e intercettarne i messaggi operativi: un progetto ardito e pericoloso a cui collaborano la Cia e l'M16, i due servizi segreti alleati e al tempo stesso rivali. In un simile clima di tensione e sospetto prende avvio la vicenda di Leonard, timido tecnico inglese coinvolto nel progetto spionistico, e Maria, donna tedesca esuberante e desiderosa di vivere: una struggente storia d'amore e di iniziazione ai sensi e alle emozioni.



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Lettera a Berlino 2017-03-11 13:01:04 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    11 Marzo, 2017
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Quando la storia è metafora della Storia

Mai scelta di titolo per la versione italiana di un romanzo è stata così inappropriata. “Lettera a Berlino” non rende assolutamente l’esteso significato simbolico e metaforico che McEwan aveva attribuito al suo “The innocent”. Le due citazioni poste all’inizio del romanzo, una tratta da “La tana” di Franz Kafka e l’altra da una dichiarazione di Winston Churchill, offrono già una chiave di lettura del romanzo. Da un lato, infatti, la tana, lo scavo della piazzaforte descritto da Kafka si riallaccia al tunnel scavato tra Berlino Est e Berlino Ovest negli anni cinquanta nel quale il protagonista Leonard si trova a installare una rete che intercetti le comunicazioni sovietiche, dall’altro lato le parole di Churchill sottolineano quello stato di debolezza in cui la Gran Bretagna era venuta a trovarsi all’indomani della seconda guerra mondiale. “[…] Questa guerra ci lascerà deboli, impoveriti ed esausti, alla mercé delle grandi potenze: Stati Uniti e Unione Sovietica.”
È dunque su uno sfondo storico ben documentato che McEwan colloca la storia d’amore di Leonard, giovane e inesperto inglese, e Maria, tedesca e divorziata. A sostegno dei fatti a cui fa riferimento, l’autore aggiunge una nota a conclusione del romanzo che cita l’ Operazione Gold e chiarisce come il personaggio di Blake non fosse frutto di fantasia, ma che fosse in realtà stato un agente doppiogiochista realmente attivo in quel periodo. Ecco dunque che la storia individuale si intreccia indissolubilmente con la Storia collettiva. In questo contesto ogni personaggio assume un ruolo e un significato specifico. Siamo di fronte all’eterna rivalità tra americani e britannici, accentuata nel momento del declino britannico e dell’ascesa americana. Leonard e Glass ne sono il simbolo. E siamo di fronte, nondimeno, al rapporto delicato e talvolta critico tra vincitore e vinto, rappresentato nel legame tra Leonard e Maria, un rapporto che non manca di assumere talvolta toni di prevaricazione e di violenza, dai quali spesso può essere attratto il più forte nei confronti del più debole.
Dunque la vicenda complessa in cui si trova coinvolto Leonard è il terreno sul quale il giovane britannico è destinato a perdere la sua innocenza, una innocenza che assume significati molteplici, non solo sessuale, ma politica. Dal particolare di Leonard all’universale della Gran Bretagna e della Storia. La mancanza di esperienza di Leonard è strettamente legata al suo senso del peccato. La sua storia diviene una metafora politica che coinvolge le nazioni in un gioco sleale e subdolo.
La conclusione del romanzo, così amaro nel suo complesso, vuole trasmettere tuttavia un messaggio di speranza. Leonard ritorna a Berlino trent’anni dopo la fine della guerra fredda, poco prima della caduta del muro, recando con sé una lettera di Maria. Rivedere i luoghi del passato significa rievocare episodi di vita felici e terribili. Ormai l’età è avanzata. Leonard è stanco. Sente il bisogno di appoggiarsi a un tronco giovane. E’ alle future generazioni che è affidato il compito di sostenere il passato per rinnovarlo.

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Lettera a Berlino 2015-06-13 10:00:19 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    13 Giugno, 2015
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Sotto il vestito niente

"Lettera a Berlino" è secondo me un libro che nasce male sin dal titolo. Infatti il titolo originale, “The innocent”, sicuramente più rappresentativo della storia e del suo protagonista, è stato cambiato nell’edizione italiana, presumibilmente per l’esistenza de "L’innocente" di D’Annunzio, con il risultato di un titolo che sembra messo lì un po’ a caso. (Per curiosità sono andato a cercare come se la sono cavata in Gran Bretagna rispetto alla questione: lì il libro di D’Annunzio è stato tradotto, nel titolo, come "The intruder").
A parte la questione del titolo, non mi pare che questo romanzo possa essere considerato un capolavoro del tardo novecento, neppure rispetto ad altra produzione letteraria di McEwan, del quale peraltro ho una conoscenza molto parziale, avendo letto solo "Il giardino di cemento" e "Cani neri". Per quanto mi riguarda, infatti, "Il giardino di cemento" è da considerarsi uno dei romanzi icona di un periodo, quello del crollo degli equilibri sociali ed anche psicologici costruiti nel secondo dopoguerra, che ne esplora più in profondità le conseguenze, attraverso una storia disturbante e disturbata che non esita a mettere in discussione alcune delle basi apparentemente più intangibili del nostro ordinamento sociale.
Confrontando la potenza di quel romanzo con il contenuto di "Lettera a Berlino" non si può che classificare quest’ultimo come un’opera minore, in cui il genere prende decisamente il sopravvento rispetto alla capacità di gestire con originalità il pur intrigante spunto di partenza.
Il libro è del 1989, ed ambientare un romanzo di spionaggio nella Berlino degli anni ’50 proprio nell’anno della caduta del muro è sicuramente il segno di una grande capacità di contestualizzazione delle storie narrate, peraltro narrate con grande maestria letteraria. McEwan però, come detto non sfrutta appieno questa intuizione, e ci consegna un romanzo fortemente stereotipato.
La storia è quella di Leonard Marnham, giovane tecnico inglese che viene mandato nel 1955 a Berlino per collaborare ad un progetto congiunto anglo-americano di intercettazione delle comunicazioni telefoniche sovietiche (progetto storicamente documentato). Marnham è l’innocente del titolo originale: non è animato da spinte ideologiche o patriottiche per il lavoro che fa e, pur avendo superato da un po’ i vent’anni, non ha ancora avuto esperienze sessuali.
Si ritrova in una Berlino ancora distrutta dalla guerra, che in effetti McEwan è in grado di restituirci sia con precisione cartografica sia attraverso atmosfere che ricordano la Vienna in Bianco e nero de Il terzo uomo: qui entrerà in contatto con americani gioviali e sbruffoni che, consci di essere i nuovi padroni dell’occidente mal sopportano la partecipazione inglese al “loro” progetto, con tedeschi rozzi e diffidenti nei confronti dei loro nuovi padroni, ma soprattutto troverà l’amore, incarnato da Maria, una donna tedesca, divorziata. Tra i due si inserisce l’ex marito di lei, ubriacone e violento, e qui il romanzo assume i toni cupi e quasi grandguignoleschi tipici di McEwan, che in ogni caso secondo me sono talmente forzati da spingere al macabro sorriso il lettore.
La storia si conclude con la inevitabile separazione tra i due e, nell’ultimo capitolo, Leonard torna a Berlino nel 1987, in piena perestroika, va a rivedere i luoghi dove ha vissuto e lavorato oltre trent’anni prima e rilegge una lettera ricevuta da Maria (ecco svelato il significato del titolo italiano) – emigrata in America – che gli spiega come veramente sono andate le cose.
Ho cercato di raccontare il meno possibile di una storia nella quale – trattandosi di un noir – la trama e la successione degli avvenimenti costituiscono un elemento essenziale del piacere della lettura. Parto proprio da qui per cercare di delineare quello che secondo me è il tratto essenziale di questo libro: la evidente dissociazione tra la sua forma – la indubbia maestria con cui McEwan scrive – e il suo contenuto, come detto a mio avviso del tutto di genere e stereotipato.
Stereotipata e stanca, secondo me, è la storia in sé: quanti romanzi sono stati scritti sullo spionaggio tra est ed ovest nel dopoguerra, sull’iniziazione amorosa di un giovane innocente. Stereotipati sono molti personaggi, che si dividono per cultura etnica: gli americani – gioviali e sbruffoni – gli inglesi – formali e un po’ tristi – i tedeschi – rozzi, ubriaconi e ostili nei confronti delle potenze occupanti. Stereotipato è il finale, con il nostro eroe che torna ormai vecchio nei luoghi della sua vicenda giovanile e capisce.
Oltre a questi stereotipi non c’è nulla, ed anche l’elemento macabro che McEwan introduce nella parte centrale del libro è fine a sé stesso, non è (come invece era ne "Il giardino di cemento") elemento essenziale della narrazione, senza il quale l’intero libro non sarebbe stato quello che è, non avrebbe detto ciò che dice: è elemento posticcio, appiccicato dall’autore come marchio di fabbrica e forse – azzardo – per rinvigorire una storia che egli stesso percepiva come troppo debole.
Insomma, mi sono trovato di fronte ad un McEwan da spiaggia, da lettura sotto l’ombrellone, che lungi dal tentare– come ne Il giardino di cemento – di scardinare le convenzioni sulle quali sono basati i rapporti umani, vi si appoggia e vi si adagia, costruendo dei personaggi a loro modo tutti positivi (con l’eccezione dell’ex marito di Maria, sorta di caricaturale Mr. Hide): anche se tra Maria e Leonard gli equivoci e le incomprensioni non permetteranno l’happy end classico, ci penserà comunque il tempo a ricostruire gli equilibri esistenziali, ed i due protagonisti potranno comunque vivere una loro appagante esistenza piccolo-borghese (McEwan si premura di farci sapere che Maria è presidentessa del club femminile parrocchiale “Le Donne e la Chiesa”).
Considerando che per l’edizione italiana è stato necessario cambiare il titolo, se mi avessero chiesto di formulare una proposta in merito avrei suggerito "Sotto il vestito niente".

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Lettera a Berlino 2014-09-11 00:16:37 Lucadv
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Lucadv Opinione inserita da Lucadv    11 Settembre, 2014
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Un romanzo bellissimo

Anni 50 a Berlino; la città è reduce da una guerra che ha devastato la città, ed è divisa tra le potenze vincitrici. In città ci sono naturalmente tutte le spie inviate dalle rispettive fazioni. E' l'inizio della guerra fredda tra blocco dell'ovest e blocco dell'est. Gli americani e i loro alleati inglesi stanno costruendo un tunnel sotterraneo per raggiungere la zona occupata dai sovietici ed intercettare le loro comunicazioni.
Un giovane tecnico inglese, Leonard, sta lavorando per il conseguimento dell'obiettivo.
Leonard vive quindi a Berlino e conosce Maria, una donna intrigante che deve sopportare un marito dal quale è già separata.
Tra Leonard e Maria nasce un amore travolgente, una passione incontrollabile e intensa che trasforma e trasfigura le persone e le spinge a gesti completamente estranei alla loro natura.
I personaggi di McEwan, come sempre sono uomini e donne veri, con le loro debolezze e insicurezze, con le loro caratteristiche umane e territoriali. Troviamo così inglesi corretti e formali, americani giocherelloni e superficiali e tedeschi precisi ed efficienti.
Questi personaggi sono quindi rappresentativi dei loro paesi di origine, ma anche del periodo storico e perfino di quello che sarà lo sviluppo sociale del prossimo futuro.
Leonard, personaggio chiave della storia (che ha nel titolo originale "The Innocent" un titolo sicuramente meglio rappresentativo del racconto) viene completamente travolto dagli eventi e trasfigurato rispetto alle proprie caratteristiche.. andando verso l'autodistruzione che è metafora di quel periodo in quel luogo. Ma In tutto questo, però, c’è l’amore. L'amore vero, pieno, meraviglioso ed eterno. L'amore per il quale non conta la nazionalità, non valgono le caratteristiche tipiche della persona.. L'amore per il quale tutto è possibile. L'amore che può essere sconfitto solo dalla più profonda natura dell'individuo.
Un romanzo bellissimo, scritto con il consueto stile letterario di un McEwan in piena forma, capace di mantenere la storia avvincente permettendosi l'uso di un linguaggio sempre raffinato e colto.

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