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Troppo freddo per Settembre
 
Troppo freddo per Settembre 2020-10-09 20:54:10 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    09 Ottobre, 2020
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Fuori posto, forse pure fuori tempo

Tra i protagonisti dei racconti seriali meglio conosciuti dagli affezionati lettori dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni, Gelsomina Settembre detta Mina, rappresenta un caso a sé.
È una normale giovane e bella ragazza dei quartieri bene della sua città, Napoli, ai giorni nostri, assistente sociale per scelta di vita, una convinta decisione nata da subito, consolidatasi nel tempo, facilitata dall’indole caratteriale della donna, empatica e altruista, sensibile e recettiva delle esigenze altrui, specie di quelli più sfortunati di lei. E sì che la ragazza motivi per lamentarsi personalmente della sorte ria che le è toccata, ne avrebbe più di uno.
In servizio permanente effettivo in organico comunale, di ruolo a tutti gli effetti, benché assolutamente precaria per quanto concerne il rispetto della saltuaria corresponsione dei miseri emolumenti a cui ha diritto, Mina si spende incredibilmente al meglio delle proprie indubbie capacità professionali ed umane presso un fatiscente consultorio, sito in uno dei quartieri più difficili e problematici, nel centro storico della città partenopea.
L’autore la raffigura del tutto diversa dai conosciutissimi, malinconici e tenebrosi loro malgrado, commissari di polizia, tormentati da una forma particolare di sensibilità umana, accentuata dalla professione, in azione nella Napoli del ventennio fascista.
La ritrae discorde anche dai baldi agenti in servizio in un turbolento commissariato della Napoli dei giorni nostri, in tutta apparenza una raffazzonata armata Brancaleone, nei fatti un gruppo di agenti di polizia solidali, coesi, efficienti, onesti e coscienziosi.
E però, tutto quanto detto è solo apparenza: in sintesi, siano poliziotti di ieri e di oggi, o ex agenti dei servizi, tutti i personaggi di De Giovanni sono uniti e indissolubilmente simili a Mina Settembre, una giovane donna insolita e singolare, sfortunata e soccombente nelle diatribe quotidiane, tanto avvenente quanto timida, perseguitata dal succedersi di escatologiche giornate sfortunate.
Qual è dunque il comune denominatore delle storie e dei personaggi di Maurizio de Giovanni?
Sempre e comunque, in sottofondo o in primo piano, la vera unica ed assoluta protagonista dei racconti di De Giovanni è la sua città, Napoli, e le sue mille meraviglie e contraddizioni senza uguali.
Come Ricciardi e come i Bastardi di Pizzofalcone, Mina Settembre non è altro che un osservatorio, un punto di vista sopraelevato, nascosto ma privilegiato, tramite il quale Maurizio de Giovanni, celato ai più, osserva indisturbato tutto quanto di umano, di tenero, di affettuoso e nel contempo di incredibile, assurdo, inverosimile, finanche estremamente duro, spietato, crudele e violento può offrire la città, e i suoi abitanti, a chi sa osservarla davvero, senza scadere in biasimi e giudizi.
La città racconta mille e un episodio, lieto o triste che sia, a chi sa capirla, a chi la conosce per davvero nella storia e nel suo divenire.
A chi ne ascolta con rispetto e devozione le vicende, appena sussurrate a orecchie fidate, trasmesse dal passaparola di vicolo in vicolo, tra gli antichi e incantevoli decumani della città antica, deflagrando infine in tutta la loro possanza in cronaca, in narrazione, in resoconto, straripando come fiume in piena nelle arterie viarie più moderne e recenti, diffondendosi ovunque vi sia chi desidera porsi in ascolto, oserei aggiungere in doveroso silenzio e deferenza.
Maurizio De Giovanni con attenzione e rispetto ascolta e riporta quanto viene esposto, più che uno scrittore, egli è un trascrittore, uno scriba che estrinseca sui fogli quanto la città stessa gli rivela quotidianamente, ne capta i più intimi accordi che riecheggiano dal profondo, dalle pulsioni irregolari e sbalorditive che risalgono dai recessi vulcanici insiti nella struttura stessa di una città che non ha uguali nel mondo. Una città dove accade tutto, ed il contrario di tutto, e nessuno se ne meraviglia.
Dove una giovane donna con un bellissimo decolté ricorre a mille sotterfugi per celarlo alla vista di inopportuni.
Dove un medico dai lineamenti di bel tenebroso del cinema svolge il suo lavoro con correttezza, competenza, rigore e disciplina, ma neanche si accorge che la clientela tanto numerosa quanto sanissima che affolla il suo ambulatorio, è lì richiamata solo dal suo sex appeal più che per le indubbie capacità professionali.
Dove le signore dei quartieri alti, rigide, classiste, algide e chiuse al sicuro nelle loro fortezze di privilegi, non esitano per mero affetto e sentimenti di incrollabile e antica radicata amicizia come mai può esistere tra le persone, a porsi pericolosamente in gioco, a rischio stesso della vita, interagendo fosse pure per celia con persone e ambienti lontani anni luce dal loro quotidiano.
C’ è chi dice che nella serie con Gelsomina Settembre, l’autore abbia voluto cimentarsi, più che nel giallo, nel comico e nell’esilarante, in ciò scadendo di qualità e perdendo molto del suo usuale stile qualitativo o format che dir si voglia.
Nulla di più sbagliato, a mio modesto parere: Maurizio De Giovanni non è un autore di genere, è uno scrittore a cifra tonda, già aveva dato prova in precedenza di saper esibire con maestria momenti di fine umorismo in contesti tutt’altro che ilari, senza per questo perdere di qualità e pathos.
Per esempio, basti ricordare come nella serie dei romanzi con Ricciardi protagonista, che libri lievi e leggiadri certo non sono, sia stato abile nell’infilare tra capitoli struggenti e malinconici, paragrafi con duetti tra il brigadiere Maione e l’informatore Bambinella, spassosissimi in sé; o ancora ricordiamo certe esilaranti gaffe e ridicolaggini dell’agente Aragona, nella serie dei Bastardi, in ultimo finanche nelle passeggiate quotidiane di Davide Pardo e il suo cane Boris nella serie di Sara Morozzi.
Lo scrittore napoletano non da adesso ha dato prova di saper esprimere tutto quanto di emozionante è insito nel trascorrere dell’esistenza umano, e poiché la vita sa far ridere e piangere alternativamente, così nei suoi libri si alternano momenti e sentimenti diversissimi, comici e tormentati.
Il tutto riconduce ad un unico quadro: esistono posti e quartieri della città, dove convivono persone di cuore e persone di disperazione. Le seconde fanno del male, e fanno male.
“…stiamo parlando di gente che fa forniture di patologie a domicilio in quantità industriale…”
Un uomo, un vecchio professore in pensione, un reietto dalla società e dalla propria famiglia, viene ritrovato defunto nella miserabile soffitta in cui trascorreva la notte, apparentemente per un tragico incidente, respirando le micidiali esalazioni provenienti da una vecchia stufa accesa per riscaldarsi, nella gelida notte di un freddissimo gennaio.
Solo che…anni prima il professore aveva denunciato un suo ex alunno, fresco di maturità, come autore di una rapina a mano armata. Cosa poi confermata dagli inquirenti, per cui il ragazzo è condannato a scontare vari anni di carcere. Guarda caso, la morte dell’anziano coincide con la scarcerazione del ragazzo; e poiché il giovane, già orfano di padre caduto durante un regolamento di conti tra malavitosi, e solo per questo già etichettato come predestinato a delinquere, è inoltre il genero, avendone sposato l’unica figlia, e nel contempo il pupillo, il delfino prossimo erede al trono di un potente e crudele boss della malavita organizzata, va da sé che è il primo sospettato.
In certi ambienti, infatti, la vendetta è un piatto che letteralmente si serve freddo, il denunciato attende di essere libero per compiere di persona la rappresaglia nei confronti dell’infame delatore, ritorsione che non può essere delegata a nessun altro, secondo il contorto codice d’onore di certi ambienti.
La madre del giovane, però, con un atto di coraggio e di incoscienza insieme, in certi quartieri rivolgersi alle istituzioni è una vera e propria infamia, un disonore ed una ingiuria grave per l’ordine malavitoso, chiede l’aiuto a Mina Settembre.
E Mina risponde, e quell’infame sorrise.
Gelsomina Settembre crede ancora nell’uomo e ne ricerca il lato buono, fosse pure un barlume, si ostina a credere che le cose possano anche essere profondamente diverse da come appaiono, che un giovane possa davvero crescere, redimersi, maturare, conseguire una laurea in carcere, possa e debba essere aiutato a sfuggire ad un destino delinquenziale che non è, non deve essere, non può essere la sola e unica norma invariabile, solo perché si è nati e cresciuti in certi posti e in certi frangenti.
“Siamo nati fuori posto, forse pure fuori tempo…se dobbiamo fare un sogno, in quel sogno non c’è niente di ciò che ci circonda adesso…non ci stanno soldi facili…Non c’è sangue e non c’è paura.”
La realtà è gelida, l’ambiente è troppo freddo per Settembre, e allora l’assistente sociale provvede ad alzare la temperatura, si lancia a testa bassa, fa fuoco e fiamme con forza e con convinzione: dopotutto, lei ha studiato, certamente avrà letto, che so, “Il conte di Montecristo”.
Magari, chissà, il professore defunto era niente altro che un educatore vecchio stile, un moderno Abate Faria, ed il giovane camorrista un Edmondo Dantes, e Dantes, lo sappiamo, era innocente.
La presunzione d’innocenza fino a prova contraria è un pilastro della società che si dice civile, pertanto è aiutata, supportata, tenuta al caldo, in un gelido mese di gennaio, dall’assistente sociale Gelsomina Settembre.
Come è giusto che sia, e per fortuna.

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Commenti

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Gran bella analisi, Bruno. Musicale dall’inizio alla fine!
In risposta ad un precedente commento
Bruno Izzo
10 Ottobre, 2020
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Eh, Maria, grazie! Diciamo così, ho composto a orecchio! ;-)
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