Narrativa italiana Romanzi L'isola di Arturo
 

L'isola di Arturo L'isola di Arturo

L'isola di Arturo

Letteratura italiana

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Arturo, il guerresco ragazzo dal nome di una stella, vive sull'isola di Procida, tra spiagge e scogliere, pago i sogni fantastici. Non si cura e di vestiti , ne di cibi. è stato allevato con latte di capr. La vita per lui è promessa solo di imprese e di libertà assoluta. E ora ricorda. Queste sono le sue memorie, dall'idillio solitario alla scoperta della vita: l'amore, l'amicizia, il dolore, la disperazione. Secondo romanzo della Morante, dopo Menzognia Sortilegio, questo confermò tutte le qualità della scrittrice romana: l'impasto di elementi realistici e fiabeschi, la forte suggestione del linguaggio. Arturo si porte addosso la croce di far parte no di oggi ma di sempre. "Una piccola, criptica Achilliade resuscitata" Cesare Garboli.

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L'isola di Arturo 2017-02-17 15:08:37 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    17 Febbraio, 2017
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Il tramonto dell’infanzia e delle illusioni

A metà tra favola e romanzo di formazione, l'opera di Elsa Morante ripercorre le varie tappe della crescita del piccolo Arturo Gerace, orfano di madre e lasciato a se stesso da un padre assente e scostante. Le bellissime descrizioni dell'isola di Procida, la capacità di raccontare in maniera esplicita i sentimenti confusi e contrastanti del protagonista, lo stile di scrittura poetico e suggestivo fanno di questo libro un'opera piacevole e profonda che tocca temi caldi e delicati come la solitudine, la mancanza di affetti, la misoginia, l'omosessualità, l'amore. Protagonista assoluta del libro è però la disillusione, il disincanto che prende il sopravvento quando i sogni crollano a contatto con la dura realtà, quando la devozione si rivela tradita, quando la vita abbatte inesorabilmente priorità, aspettative, speranze. Arturo ha il nome di una stella, la più brillante della figura di Boote, un nome che fu portato anche da re valorosi e condottieri carismatici. Cresciuto a latte di capra e libri di avventura, il protagonista scorrazza per l'isola libero e solitario, avvalendosi soltanto della compagnia del suo cane e, di tanto in tanto, di quella di Wilhelm, suo padre, spesso assente per lunghi periodi e per motivi misteriosi, che finisce per diventare per lui un personaggio dedito a chissà quali lunghi viaggi e quali ardimentose e impavide gesta. Arturo non ha regole se non una sorta di codice morale redatto da lui stesso, non ha vestiti se non il necessario per coprirsi, non ha cibo se non quanto gli serve per vivere. La sua esistenza scorre spensierata tra gite in barca, scorrazzate tra campi e scogliere, letture e mirabolanti fantasie sulla sua vita futura che lui vede ricca di viaggi, di avventure e imprese eroiche. Intanto cresce schivo, superbo, maschilista e misantropo, tenendo un'altezzosa distanza nei confronti degli altri abitanti dell'isola e considerando le donne come esseri brutti, stupidi e buoni a malapena per le faccende domestiche. L'entrata in scena di Nunziata, moglie di seconde nozze di Wilhelm Gerace e quindi matrigna, seppur quasi coetanea, del protagonista, segna per lui una netta linea di demarcazione tra l'infanzia e quello che per tutti è il periodo più delicato della vita: l'adolescenza. Da questo momento in poi la quotidianità del ragazzo viene stravolta, le sue certezze cominciano pian piano a sgretolarsi, le sue fantasie si scontrano con una realtà difficile. Perfino la figura del padre, da sempre visto come una sorta di dio in terra, viene rivalutata scadendo fino al rango di "Parodia". Invidia, gelosia, amore, disillusione, rabbia cominciano a mescolarsi nell'animo del giovane e ingenuo Arturo che, travolto da un maremoto di nuove emozioni, di esigenze finora sconosciute, di tentazioni fin qui insospettabili, non ha altra scelta che compiere un gesto forte e definitivo per uscire dall’impasse in cui si trova intrappolato: lasciare per sempre l'isola, emblema di un passato felice che non tornerà mai più e simbolo di speranze tradite da un presente difficile, per salpare verso altri mondi, verso la vita vera, verso la piena maturità. "Il piroscafo era già là, in attesa. E al guardarlo, io sentii tutta la stranezza della mia tramontata infanzia. Aver veduto tante volte quel battello attraccare e salpare, e mai essermi imbarcato per il viaggio! Come se quella, per me, non fosse stata una povera navicella di linea, una specie di tranvai; ma una larva scostante e inaccessibile, destinata a chi sa quali ghiacciai deserti!".

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L'isola di Arturo 2016-09-22 10:24:08 charles
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charles Opinione inserita da charles    22 Settembre, 2016
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Vangelo secondo Arturo.

Era da un po' che avevo questo libro nella mia lista dei desideri, sebbene erroneamente, in quanto la sinossi me lo faceva immaginare una sorta di avventure à la Robinson Crusoe mediterraneo, o forse un giovane Holden con costume e ciabatte.
L'occasione propizia si è presentata reperendo il volume usato su una bancarella. Sgualcito, pieno di appunti a matita e macchie, sembrava proprio un libro trovato in cabina a fine stagione.

A dispetto però delle ottime attese, la lettura si è fatta da subito greve, via via che i personaggi, pochi in realtà, venivano presentati.

Abbiamo una sorta di trinità: il padre, il figlio e lo spirito santo (ruolo occupato dall'isola di Procida); Nunziata (nome verginale, mistica adoratrice della Madonna e in cinta un po' per caso, ovviamente nel ruolo di Maria! e pure Maria Maddalena la peccatrice nel ruolo di Assunta)

L'isola è descritta egregiamente, sempre sullo sfondo,ma sempre presente: assolata, brulla, salmastra e ventosa. Ricci di mare, il porto, il sale, le colline desolate ed i procidani schivi e fieri.

Arturo, abbreviato in Artù come il famoso re, pur non essendo mai andato a scuola parla come fosse protagonista di un libro di Salgari e vive la sua avventura personale, studiando i grandi condottieri. Purtroppo il personaggio però risulta fin dalle prime note odioso e ignorante. Misogino fino al parossismo, chiuso nelle proprie certezze, materiale, egocentrico, ed anche un po' miope nelle sue fosche analisi, passa il suo tempo a vagare sull'isola, ad idolatrare il padre, ed ad odiare le donne. In quest'ordine. Purtroppo siamo resi partecipi solo dei suoi pensieri e le sue presunte avventure trapelano solo di quando in quando. Peccato.

Wilhelm Gerace è in fondo una macchietta, anch'esso comunque si fa odiare fin dalle prime righe. Ignorante, misogino, misantropo, violento, in tutto il libro pronuncia dieci battute, e tutte (moralmente) sbagliate. Mai una redenzione o un raggio di luce lo coglie per illuminarlo. Visto come un dio da Arturo e non si capisce perchè, Elsa gli riserva un finale a sorpresa, mi piace leggerci anche una sorta di contrappasso.

La prima metà del libro scorre però molto a rilento, sia perchè la storia in sè non prevede grandi sviluppi, sia perchè i personaggi sono veramente odiosi e si fatica a trovare una qualche empatia ergo voglia di scoprire le loro storie.

Arriva poi Nunziatella, alla quale viene riservato un trattamento più o meno tremendo per quasi tutto il libro. Il personaggio però è godibile e sincero, appassiona. Funge anche da chiave per scatenare poi l'evoluzione del romanzo, per una seconda parte più movimentata e convincente anche nel ritmo.

La trama dei personaggi possiamo dire si sviluppa al contrario ossia si allontanano sempre più fino all'epilogo, devo dire ben orchestrato e riuscito, ed infine il libro lascia un buon sapore.

Non ho condiviso però la volontà di dipingere personaggi tanto terribili e tristi, faticosi, detestabili, e perchè svilire tanto ogni donna appaia nel romanzo.

La Morante ha un'ottima prosa anche se devo dire sente un po' il peso degli anni, e, senza voler peccare, ho trovato debole nei dialoghi. Decisamente troppo aulici per il tenore villico e forastico dei personaggi ed anche infarciti di punti esclamativi, come si usava un tempo per dare enfasi. Non ho trovato quel lampo di genio che raccontano altre recensioni, l'aulico, il sublime - off topic: insomma, se eleviamo a tanto la Morante allora dovrei tatuarmi Anna Karenina o I fratelli Karamazov sulla schiena come tributo agli dei!

Un libro godibile, ben scritto, italiano. Non lo rimpiangerete, ma non lo annovero comunque tra i memorabili.

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Moravia, Eco, Pirandello, Ginzberg, romanzi di formazione, cultura popolare.
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L'isola di Arturo 2016-09-06 19:37:09 Bipian
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Bipian Opinione inserita da Bipian    06 Settembre, 2016
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Isola-mento e libertà

Era da tempo che adocchiavo e pregustavo questo volumetto, memore del capolavoro di Elsa Morante "La storia" che lessi molti anni fa (e che consiglio caldamente). Così finalmente lo comprai e mi accinsi subito a leggerlo. Ma fin dai primi capitoli mi resi conto che qualcosa strideva...

Va detto che è un romanzo doppio, ambiguo, vago ed è proprio questa la sua originalità, anche se personalmente lo avrei preferito meno paradossale e più schiettamente dinamico. Ci avrei messo un pò di sana azione, per intenderci.

Se da un lato dunque l'inconsistenza della trama e la staticità dei personaggi penalizzano la piacevolezza della lettura, restano impresse certe descrizioni (sebbene inventate) dell'isola di Procida, i suoi colori, la "Casa dei guaglioni", il piroscafo, che rappresentano uno scenario nitido, anzi sono l'unica realtà, l'unica certezza in cui si muove il protagonista-narratore e fanno da contraltare al mondo esterno sognato da Arturo, mitizzato, appreso dai libri, ma mai esperito.

Questo mondo esterno e irraggiungibile che tuttavia è richiamato continuamente e si mescola nella coscienza di Arturo ai fatti reali, viene descritto come pieno di luoghi e personaggi epici e fantastici, governato dal valore e dal coraggio di grandi condottieri, in cui il protagonista-sognatore si immedesima. Peccato però che egli sia il perfetto anti-eroe: orfano di madre, cresce quasi da solo, sempre schivo, indeciso, ingenuo, ma nel contempo superbo ed egocentrico. Ed in quanto tale attorno a lui di concreto fa accadere ben poco. Anche quando si innamora impetuosamente dell'unica donna che frequenta la sua casa (la modesta e servile matrigna), la sua gelosia e il suo stupido orgoglio gli impediscono di arrivare al sodo.

E' un romanzo di fallimenti personali, però talmente grossolani che non si può parlare di tragedia, ma piuttosto di una sorta di realismo ingenuo, in cui il buon Arturo ne esce proprio male, anche se temo non fosse questo l'intento dell'autrice.

Capisco i notevoli e molteplici piani di lettura, il tema del viaggio al contrario, i richiami ai poemi omerici, la scoperta della maturità, l'incesto e l'omosessualità, ma tutto viene inquinato dal protagonista, troppo sgraziato nell'interpretare l'umano e mai all'altezza della situazione.

Il contesto sociale è quello di un certo Meridione che la Morante spesso ben descrive: gli ultimi, gli emarginati, i reclusi, i pezzenti, i vagabondi, gli orfani, i disperati. Arturo e la sua ristretta famiglia sono tutto questo, ma non sono consapevoli di esserlo, sono bensì spontaneamente alteri (il padre e Arturo per emulazione), o convintamente umili (la matrigna). Tutto si gioca appunto sulla doppiezza, sul paradosso.

Interessante anche l'antinomia isolamento e libertà: Arturo è segregato a Procida, non perché lo costringe qualcuno, ma perché non è adulto abbastanza da partire. Nel contempo però è libero di girovagare indisturbato per l'isola e di viaggiare con la fantasia e con i libri. Ed è ciò che gli riesce meglio. Quando alla fine del romanzo sarà maturo abbastanza da partire, lascerà finalmente l'isola e tutte le sue ristrettezze e affronterà il mondo esterno. Sarà infine più libero?

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L'isola di Arturo 2016-05-13 06:47:59 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    13 Mag, 2016
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L'isola e la gelosia

Bellissimo questo romanzo, Elsa riesce a scrivere storie in cui gli elementi della realtà sono trasfigurati in una dimensione semi-onirica e semi-fantastica che dà alla narrazione un tocco magico e avventuroso. L'isola di Procida all'inizio del romanzo sembra un'isola deserta, dove un ragazzino Artù, aspetta il padre che non arriva mai tra corse, mare, cielo, sogni. Non ha una madre (morta di parto), e si sente uomo, pensa di non avere affatto bisogno degli altri, tutti a lui inferiori, perchè non sono dei Gerace. Un giorno il padre gli porta una matrigna-bambina sua coetanea, dolcissima che vorrebbe farsi chiamare da lui mamma, coccolarlo. La ragazzina immagina che ARturo avrebbe potuto crescere badato da lei nella sua casa di Napoli, una casa mitica, affollatissima, un posto magico come l'isola ma tutto l'opposto dell'isola di ARturo. La casa di Napoli è abitata da una infinità di bambini, che dormono tutti su un letto comodissimo a due piazze (tutti sullo stesso) che da come lo descrive non sembra nemmeno un letto ma una nave per quanta gente ci può dormire sopra. La matrigna ben presto rimane incinta e arriva il fratellastro: un bambino perfetto. Questo bambino fa crollare tutto l'equilibrio di Arturo che si accorge improvvisamente di essere cresciuto senza madre e senza baci, ignorato da tutti. La mancanza di affetto della sua vita che prima la rendeva eroica ora gli appare insopportabile. Bellissima la scena in cui Arturo vuole uccidere il fratellino ma poi finisce per fargli il solletico e giocarci o in cui immagina tutto il mondo scambiarsi baci: le barche che si toccano, le nuvole in cielo e così via e lui, solo lui non ha mai avuto un bacio di mamma. Il romanzo evolve verso la perdita dell'innocenza nel rapporto con la matrigna, che lo porta a dare un nome e un divieto ai sentimenti che li legano.
I personaggi sono belli perchè innocenti. Hanno una purezza, una bellezza straordinaria che probabilmente viene dall'autrice, non solo i ragazzini ma anche il padre di Arturo. E la malizia del mondo, per esempio di Assuntina o dell'ergastolano sembra una malizia buffa e un po' infantile.
Un romanzo bellissimo, veramente magico. Anche la conclusione è perfetta.

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L'isola di Arturo 2016-03-23 20:17:41 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    23 Marzo, 2016
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La vita di Arturo

Un piccolo grande gioiello della letteratura di casa nostra pubblicato nel lontano 1957 da Elsa Morante.
L'isola di Arturo è la pittoresca Procida, con le sue scogliere, con il mare che si frange sulla riva, con quell'odore salmastro che tutto impregna, con i suoi pescatori che attraccano le piccole barchette al molo, con le sue stradine irte, le poche case illuminate da una debole lucina la sera.
Lui è il piccolo Arturo, voce narrante e guida del lettore, orfano di madre e figlio di un padre assente eppure mitizzato come uno dei grandi eroi raffigurati nei vecchi libri di condottieri con cui egli spezza la sua solitudine tra una passeggiata sulla scogliera e una nuotata alla ricerca di gustosi ricci di mare.

Un romanzo scritto con una maestria narrativa impeccabile, denso di contenuto, di immagini, di pensieri, perchè ciò che si impone la Morante è di creare un dualismo tra la visione del mondo da parte di un bambino prima ed adolescente poi e la rappresentazione del mondo reale e quotidiano del tempo in cui la storia è ambientata, ossia intorno al finire degli anni Trenta del secolo scorso.
L'incontro-scontro tra i due mondi rappresentati sfocia in riflessioni dense, in centratissime raffigurazioni psicologiche che fotografano gli angoli più complessi dell'animo di un bambino.
Arturo osserva e interpreta tutto ciò che ruota intorno a sé, valendosi di tutta la sua esperienza di bimbo maturata da solo, eppure una figura forte e decisa, pronto a reagire senza cedere all'autocommiserazione.
Una storia amarissima come fiele, a tratti lacerante, divisa tra i silenzi della solitudine, le condizioni di una vita aspra ed i colori di numerosi sentimenti, come l'amore, il bisogno disperato d'affetto, la bontà d'animo.

Una narrazione rigogliosa che non patisce cedimenti e cali emozionali, che anzi cresce ed esplode nel canto di liberazione di uomo.

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L'isola di Arturo 2014-05-09 08:59:58 LaFataRibelle
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LaFataRibelle Opinione inserita da LaFataRibelle    09 Mag, 2014
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Di cammei intagliati e ricci di mare porpora

Arturo Gerace trascorre i primi 16 anni di vita in un microcosmo a sua immagine e somiglianza, incantato e inospitale, che la Morante identifica con la pittoresca isola di Procida.
L’assenza della madre, morta nel darlo alla luce, gli instilla nell’animo una sorta di culto sacro per la figura materna, mentre il resto del genere femminile (che ben rifugge la “casa dei guaglioni”, dove Arturo vive, vista la fama di luogo interdetto alle donne) gli pare inutile e brutto oltre ogni dire;
l’assenza del padre Wilhelm, pur vivo ma sempre in viaggio, ne causa invece l’idealizzazione, quale dio meraviglioso e spavaldo, eroe di mille mondi dai capelli d’oro e gli occhi turchini (eredità della madre tedesca, invidiatissimi da Arturo che è moro, suo malgrado, sia nella chioma che nello sguardo).
L’amena esistenza del protagonista viene d’un tratto sconvolta dall’arrivo di Nunziata, giovane napoletana che Wilhelm sposa un giorno di marzo, con grande sgomento del figlio. Questa popolana dal cuore buono e dalla fede inossidabile, poco attraente eppure così bella, permette di svelarci una realtà nascosta: la vita avventurosa e solitaria ha certo temprato Arturo nel fisico, ma lo ha lasciato inerme di fronte alla forza dei sentimenti, che lo trascina in mare aperto come una conchiglia in balìa di onde impetuose.

Assistiamo quindi alla sua maturazione, così sapientemente raccontata dall’autrice, e viviamo noi stessi l’oppressione del “guscio” procidano, ormai troppo stretto per un corpo che cambia e una mente che brama conoscenza. Siamo invasi, come Arturo, dal continuo rimpianto di tempi e fortune passati, e come Arturo vediamo calare dal Penitenziario un’ombra misteriosa di derisione, che offusca sempre più i bei tratti nordici del padre.

“L’isola di Arturo” è un romanzo di formazione interrotto, potremmo dire, sul più bello (mai sapremo le sensazioni di A. nel toccare per la prima volta una nuova terraferma), con la Morante sempre capace di raccontare grandi storie partendo dal più semplice quotidiano.
Un’opera consigliatissima a tutti per lo stile delicato e “naturale”, la capacità di far riflettere, l’irresistibile figura del protagonista, e soprattutto quel desiderio spassionato di recarsi a Procida una volta finita la lettura…

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"La storia", splendido romanzo sempre della Morante, e qualsiasi altra opera di formazione giovanile (per chi apprezza il genere)...
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L'isola di Arturo 2013-12-22 15:20:08 Yoshi
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Yoshi Opinione inserita da Yoshi    22 Dicembre, 2013
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L'isola di Artù

Una storia complessa quella di Arturo, un bambino orfano di madre e con un padre particolare: sfuggente, scontroso ed egocentrico, per non parlare del suo costante senso di insoddisfazione che lo porta sempre ad essere "un'anima in pena".
Antonio cresce da solo (a parte l'aiutante del castello che gli insegna a leggere), non ha regole, non va a scuola e vive nel castello dei Gerace nella quale nessuna donna può entrare.
Ci troviamo nella bellissima Procida, l'isola di Arturo che è sinonimo di solitudine, come una nave che solca i mari della fantasia di Arturo.
Sarà sempre la fantasia a portare Arturo ad idealizzare il padre, vedendolo come un Re, un valoroso condottiero a cavallo della vita.
Tutto procede nella normalità, fra scoperte dell'isola e letture di libri finchè un giorno suo padre, torna da Napoli con Nunziata, una ragazza a che entrerà nella vita di Arturo con un impatto emotivo violento.

Ho voluto leggere questo libro perchè mi incuriosiva, ne avevo sentito parlare benissimo, forse troppo e mi sono creata delle false aspettative che hanno reso la mia lettura abbastanza difficile.
Ne ho sentito parlare come "la bella infanzia di Arturo, fra magia e fantasia, a volte misteriosa e imprevedibile".
Parto dicendo che di magico non c'è nulla!
Dell'infanzia magica e fantasiosa dei bambini c'è ben poco, spesso ho fatto fatica ad andare avanti, quasi si creasse tra me e il libro una sorta di resistenza che mi obbligava a prendere respiro.
Ebbene si, io ho odiato il padre, l'ho odiato visceralmente.
Nel momento in cui questo compariva iniziavo a sbuffare, a roteare gli occhi e poco mancava la bava alla bocca dalla rabbia.
Arturo, lasciato solo, si è cresciuto grazie alla compagnia dei libri con i quali ha nutrito la sua infanzia ma che non appena è diventato ragazzo ha capito quanta illusione nelle sue visioni ci potessero essere realmente.
Mi ha intristito e mi ha fatto arrabbiare.
Per non parlare dell'unico momento in cui il libro ha iniziato a decollare, cioè quando la dolcissima Nunziata entra a fare parte della vita dei due, in cui è successo di tutto.
Lei, unico personaggio degno di nota nella storia, porta un raggio di sole nella vita nuvolosa di Arturo.
Le sue immagini da credente in cui parla della morte mi hanno fatto respirare e mi hanno portato un velo di serenità.
Ma nel momento in cui compariva di nuovo suo padre, ecco che avrei fatto volare il libro fuori dalla finestra.
Il mio odio tornava alla carica creando una lotta infinità con il mio istinto di liberarmi del libro.
Ho fatto fatica! Si tantissima fatica perchè della magia della fanciullezza non c'è nulla.
Della fantasia dei ragazzini c'è pochissimo!
C'è solo l'amara consapevolezza che le donne sono state fatte per cucinare e procreare, che i bambini sono bambini finchè non crescono e si rendono utili, che il padre è libero di trattare la moglie in malo modo e senza rispetto e che tutto ciò che di bello può esserci nella vita viene macchiato dalla presenza degli adulti.
Riflettendo qui e ora, se lo consiglierei o no, ammetto che per la prima volta non saprei cosa rispondere.
Però c'è da dire che sono contenta di averlo letto, perchè ero curiosa di scoprire cosa questa scrittrice avesse in serbo per me.
Ovviamente non posso dire che è scritto male perchè direi una bugia, non posso affermare che non mi ha lasciato nulla perchè mi ha fatto riflettere, non posso dire che non è una bella storia perchè mentirei.
Ma l'ho trovata cruda, difficile da digerire e non per tutti.
Lo rileggerei solo per alcune cose che ha scritto e che mi hanno messo serenità:

"Il giorno che ogni uomo avrà il cuore valoroso e pieno d'onore, come un vero re, tutte le antipatie saranno buttate a mare. E la gente non saprà più che farsene, allora, dei re. Perchè ogni uomo, sarà re di se stesso."

"Si, per la morte, un uomo grasso e un guaglione, son tutti uguali. Per lei sono creature!

... alla fine però verrà il giorno che le famiglie si riuniranno tutte quante un'altra volta, nella vera festa eterna!
...chi si prende paura della morte sbaglia proprio, perchè quella è un travestimento, mica è altro; che a questo mondo, apposta, ci si fa vedere bruttissima, come fosse un lupo; ma invece là nel Paradiso ci si farà vedere al vero, che tiene una bellezza di Madonna, e difatti là cambia pure il nome, che non si chiama più Morte, ma Vita Eterna. Che là nel Paradiso, veramente, a dire quella parola Morte, nessuno ti capisce.
... ma si capisce che là nel Paradiso ci si riconosce senza nemmeno dire il nome, le parentele si vedranno scritte in fronte! E tu pure à ritroverai tua madre e potremo stare tutti quanti insieme, fare tutta una famiglia."

Buona lettura!

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L'isola di Arturo 2011-08-19 14:43:23 Lyla
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Opinione inserita da Lyla    19 Agosto, 2011

Alla scoperta della vita

Scrittori come la Morante non deludono mai e questa ne è l'ennesima prova. Ha narrato la storia di una vita attraverso i dubbi dell'adolescenza, le ansie dell'amore, i conflitti con i genitori, in modo magistrale a appassionato. Leggendo si entra nella mente di Arturo, il ragazzino protagonista, fino ad affezionarsi a lui come ad una persona vera, affrontando insieme la tortuosa strada della sua esistenza attraverso le vie di Procida, fino alla sua partenza, epilogo del romanzo. Singolari ed originali le figure di Nunziata, matrigna di Arturo e Wilhelm Gerace, suo padre, un bellissimo uomo dai tanti misteri per cui il protagonista prova un'ammirazione smisurata. Stupenda e struggente la scena dell'addio tra i due che a mio parere è stato l'apoteosi della storia.
Da leggere

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