Narrativa straniera Fantascienza L'arcobaleno della gravità
 

L'arcobaleno della gravità L'arcobaleno della gravità

L'arcobaleno della gravità

Letteratura straniera

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Londra sotto i bombardamenti, i razzi V-2 di Hitler, precognizioni ed esperimenti bizzarri, un misterioso Testo, la Zona in cui si addentra l’antieroe Tyrone Slothrop alla ricerca di un’arma apocalittica: un esercito di personaggi e una proliferazione febbrile di trame disegnano un’opera in continuo mutamento, un codice vivente aperto e provocatorio che si nutre di tutto, sacro e profano, tragedia e irrisione, esoterismo, mito, scienza e canzoncine. E in cui tutte le barriere convenzionali sono sbriciolate da un feroce genio inventivo. Vi si rivelano la paranoia come sostanza emotiva del nostro tempo, il sospetto che dietro le trame casuali del visibile si celi una connessione minacciosa, la lotta tra il desiderio di un ordine razionale e il destino della dissoluzione.



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L'arcobaleno della gravità 2020-06-18 10:20:46 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    18 Giugno, 2020
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LA PARANOIA E LA RESISTENZA

Arrivare alla fine delle mille pagine de “L’arcobaleno della gravità” è un’impresa estenuante, quasi epica. Tra i vari “libri-mondo” che hanno segnato la storia della letteratura moderna (“Ulisse”, “Alla ricerca del tempo perduto”, “L’uomo senza qualità”, “Infinite jest”, ecc.) quello di Pynchon è il più ostico, indecifrabile, quello che richiederebbe una continua consultazione di Wikipedia per riuscire a capire tutti i riferimenti storici, artistici, scientifici profusi dall’autore a piene mani. La narrazione di Pynchon è divagante, dispersiva, labirintica: dietro a ogni pagina-porta si aprono innumerevoli ramificazioni che portano lontano dal punto di partenza, costringendo a sovrumani tour-de-force per ritornare mentalmente al dunque. E’ molto difficile trovare un senso compiuto al romanzo, anche perché Pynchon indugia volutamente su un modello di letteratura “bassa”, con una struttura da musical sgangherato (le canzoncine di cui è disseminato il libro, vero e proprio leit motiv pynchoniano), un sottofondo triviale (l’ossessione dei personaggi per il sesso sado-masochistico) e un ritmo da fumetto (Slothrop che fugge in mongolfiera o travestito da maiale), facendo accadere le cose in maniera meccanica e anti-realistica (i provvidenziali e assurdi deus ex-machina che ogni volta tolgono il protagonista dai pasticci). Leggendo però, quasi alla fine del libro, la fantastica storia della lampadina Byron (una lampadina indistruttibile che si mette in testa di organizzare una ribellione di tutte le lampadine del mondo contro il cartello di industrie che ha la pretesa di farle durare non più di 1.000 ore) mi si è (perdonate il brutto gioco di parole) fatta luce su tutto: “L’arcobaleno della gravità” parla infatti dalla prima all’ultima pagina di una cosa molto attuale, e cioè della necessità della resistenza. Resistenza al conformismo, resistenza all’omologazione, al lavaggio del cervello da parte del potere, alla alienazione contemporanea, al falso mito del progresso. Slothrop, e con lui Roger Mexico, Pirata Prentice, Pig Bodine, e tanti altri personaggi ancora, rappresentano, consapevolmente o meno, i granelli di sabbia che mandano in tilt gli oppressivi ingranaggi della Storia. Perché qui non si parla solo di Seconda Guerra Mondiale (peraltro in un’ottica molto originale, quella dell’immediato dopoguerra nel caos assoluto della Zona, ossia la Germania spartita tra le potenze vincitrici), ma anche di Guerra Fredda, di imperialismo, e più in generale di una condizione storica in cui la guerra è sotterraneamente presente nella vita di tutti i giorni anche senza bombe e battaglie. E’ la guerra delle multinazionali, dei cartelli, della globalizzazione, e Pynchon (anziché ricorrere, come l’Orwell di “1984” e il Gilliam di “Brazil”, alla fantascienza per parlare di lotta dell’individuo contro il sistema) la racconta partendo dalle sue origini storiche, come un eroe no-global ante litteram, preveggente come solo un genio può esserlo. Non solo, ma racconta questa guerra senza pedanteria e senza seriosità, anzi con un umorismo anarchico e travolgente memore della lezione dei fratelli Marx, come quando Mexico e Bodine mandano all’aria un pranzo di gala elencando un fantomatico menù fatto di pietanze vomitevoli.
Il romanzo parla ovviamente di tante altre cose ancora: della paranoia, soprattutto, e del razzo, il fantomatico razzo 00000 che tutti i personaggi inseguono ossessivamente come in una rinnovata versione della ricerca del Santo Graal e che riveste una carica simbolica incredibile. L’impressione che si ricava dalla lettura de “L’arcobaleno della gravità” è tuttavia, paradossalmente, una impressione di spreco, di un resto enorme che avanza una volta terminato il ponderosissimo romanzo. Perché dietro ognuna delle centinaia di personaggi che lo affollano c’è una storia a cui Pynchon accenna solo fuggevolmente, ma che potrebbe essere facilmente il centro di un romanzo a sé stante, tanto è grande il potenziale narrativo di ciascuno di essi. Qualcuno (Bodine, Weissman) era già presente in “V.”, qualcun altro ritornerà in altri romanzi, ma l’impressione è che quello di Pynchon sia un universo vergine, inesplorato, a cui si potrebbe attingere nei secoli a venire ogni qual volta si sentisse il bisogno di abbeverarsi alle fonti della Grande Letteratura.

P.S. Vorrei citare solo due delle strabilianti prove virtuosistiche offerte da Pynchon ne “L’arcobaleno della gravità”. La prima è il sogno/fantasia/allucinazione in cui Slothrop si getta a testa in giù nella tazza del gabinetto per inseguire la sua armonica cadutagli dal taschino: è una sequenza programmaticamente sgradevole, eppure stilisticamente esaltante; un brano dall’immaginazione sfrenata, quasi uno stream of consciousness scatologico e surreale. Il secondo è lo strepitoso capitolo (pagg. 171-182) in cui Roger e Jessica si fermano ad ascoltare in una chiesa i vespri dell’Avvento, e la penna di Pynchon inizia a divagare, ispirata come non mai, in una cavalcata sul tema del Natale e della guerra, e del Natale in tempo di guerra (dal tenore giamaicano del coro al recupero dei tubetti di dentifricio, dagli abiti da sposa abbandonati prima di essere indossati ai prigionieri di guerra italiani che lavorano nelle stazioni, dalle navi da crociera abbandonate sulle spiagge alle ragazze del NAAFI incaricate di conservare nelle celle frigorifere gli organi dei soldati morti): questa volta non è un mero esercizio di stile, in quanto in queste pagine si respira veramente il dramma immenso della guerra e l’acuta nostalgia per il tempo di pace e per un periodo della propria vita che è stato scippato e che non tornerà più.

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"V." di Thomas Pynchon
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L'arcobaleno della gravità 2014-11-15 15:39:23 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    15 Novembre, 2014
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Essere o non essere? Chiese il Bianconiglio

Il metodico divagare di un sublime pazzo (o di un pazzo sublime, che dir si voglia) che rimbalza qua e la come una pallina, appunto impazzita, tra limiti ed estremi della natura umana, tra emozione e logica, azione e pensiero, istinto e ragione, finché ogni singola variabile che caratterizza la vicenda, (per i più curiosi trattasi di: caso e predeterminazione, incertezza e convinzione, perfino scienza e spiritualità), non si congiungono nel segno della follia, di un' unica gigantesca, rutilante, comica eppure epica epopea dell'essere vivente, di cosa questi sia in grado di fare e di cosa proprio, neanche in cent'anni, neanche con centomila dei suoi simili, riuscirà mai a fare, ovvero capire.
L'uomo del romanzo, l'essere umano, gli esseri umani (e noi con loro), infatti sono Faustianamente capaci di creare meccanismi perfetti, sistemi che contemplino ogni casistica possibile, eventuale ed inevitabile del loro agire eppure non riusciranno mai ad intravvederne il significato, quel romantico Byroniano e appunto anche Goethiano, fuoco che li spinge nella loro vana ricerca a commettere al contempo atti miserabili e grandiosi. Ma esiste veramente poi un significato? Esiste veramente questo universale perché o è soltanto lo scherzo di una radiazione luminosa, il riflesso delle nostre ombre, o meglio di un arcobaleno? Forse per capirlo, ci dice Pynchon, si dovrebbe intanto sapere quali sono i limiti dell'arcobaleno, dove inizia e dove finisce e posti questi trovarne il centro, il luogo dove è più visibile, definito, concreto. Ma è davvero così reale d’altro canto quell'arcobaleno? Ed è davvero lassù in cielo? Questo Pynchon invece non lo sa e fa bene a non saperlo! La scienza infatti ci dice che un arcobaleno non è nient'altro che un effetto ottico dovuto alla diffrazione della radiazione solare che colpisce le gocce d'acqua nebulizzate nell'aria dopo il temporale, il cuore però ci dice di correre verso di esso, abbracciarlo, afferrarlo e seguirlo fino a raggiungere la pentola d'oro, fino a trovarne il significato... Chi ha ragione? A quale delle due dare ascolto, la testa o il cuore, il pensiero razionale o il sentimento? Forse entrambi, infondo siamo sempre noi a crearli, a provarli a cercarli. Ma allora ancora una volta come venire a capo di questo dualismo, come comprendere, come sperare di capire senza renderci conto, senza ammettere una volta per tutte che anche noi non siamo ne più ne meno che dei pazzi, dei folli e degli illusi?
Può un razzo colpire, prima che lo si veda arrivare? Assurdo! Può esplodere prima che lo si senta esplodere? Grottesco! Ma se può come lo si crea, come lo si trova, come lo si distrugge, ma soprattutto... perché? Oh guarda, è forse follia porsi una simile domanda? Solo un folle comandato da altri folli potrebbe infatti inventarlo e solo un folle comandato da altrettanto simili folli potrebbe cercarlo, e forse anche solo un folle potrebbe scrivercene su, raccontarcelo e, raccontandocelo, raccontare a noi stessi chi in realtà siamo.
- E chi siamo?
- Ma come non l'avete ancora capito? I pazzi, i folli, gli illusi che agiamo di pari passo coi protagonisti dell' Arcobaleno in quel teatrino della follia che è la vita, convinti, e irrimediabilmente delusi, che alla fine ci sia un perché!
Ma il perché non c'è - scordatevelo! - ribadisce Pynchon, - dimenticatevene, altrimenti vi perderete nella sua ricerca e dimenticherete di sentire, provare e infine anche vivere! - ...E scordatevi anche, leggendo l'A. (e questo non lo dice l'autore, ma il sottoscritto), di capire, scordatevi di comprendere, poiché al pari della vicenda umana nell' A. ciò che conta qui non è capire, ciò che conta è la sensazione, le sensazioni, e la strenua ricerca che l'autore/protagonista (nella pazzia è difficile disgiungerli) si pone come obiettivo.
E dire che una storia c'è, ed è anche relativamente semplice, o quasi: gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale, un gruppo crea un arma micidiale, un altro gruppo tenta di sottrargliela per vincere la guerra, un terzo gruppo, di cui fa parte il nostro protagonista, tenta di raggiungerla prima che il primo la ultimi e il secondo la rubi, e... Ma ancora tutto ciò non conta nulla, ciò che conta è il pensiero, la percezione e ancora una volta le sensazioni singole, subitanee, semplici, multiple, elaborate, complesse, che si provano leggendo; da queste infatti trae il libro e a queste anche (e qui vi parrà strano) tende: alla loro folle sublimazione nei complotti, nella paura, nei desideri, nella ricerca, nella noia e nella paranoia, sia dei singoli e che dei gruppi di entrambe le parti, sia che siano questi buoni o cattivi, eroi o antagonisti, protagonisti o comparse, scrittore o lettori. Da queste il libro trae e tende e se non fosse ancora chiaro anche dal caos: dal totale dissoluto caos di nazioni che stanno vincendo e altre che stanno perdendo e delle anime dei singoli lasciate a loro stesse, anime che cercano una ragione dove non c'è altro che torto, una verità dove non ci sono altro che menzogne, un punto di vista unico, totale, assoluto, dove invece non c'è proprio nulla da capire, da vedere e neppure da temere...
- Ma come, davvero non c'è nulla? E le bombe, i nuovi razzi, creati da gli inglesi o dai tedeschi che si sentono arrivare dopo che sono già caduti e che quindi è impossibile sfuggirgli se sei... se sei, Dio non voglia!, il bersaglio designato? E poi quelle sussurrate cospirazioni internazionali volte a trovare l'unica persona, per metà medium, per metà scienziato, per metà filosofo per metà ingegnerie, per metà soldato, per metà ragazzo normale, quell'unico in grado di intuire/capire/prevedere/sentire dove cadono o cadranno? Neanche queste son da temere? E un essere così dotato (ammetterete che tutte quelle metà non sono poche!) ammesso che esista, non è forse anche lui da temere?! Non potrebbe forse essere lui stesso in realtà quell' arma definitiva, (più definitiva ancora più delle bombe), così ricercata dai tedeschi e dagli inglesi? Così perseguita da ambo le parti da non guardare in faccia nessuno e coinvolgere strada facendo (anche se forse sarebbe meglio dire "gettare nella mischia") psicologi, parapsicologi, ricercatori (che conducono tremendi esperimenti psichiatrici su animali a detta loro del tutto riproducibili sull'uomo), e poi come se non bastasse anche donne e uomini qualunque, amiche, amici, amanti, puttane, puttani, oppure nemici, codardi, vigliacchi, beoni, sadici torturatori, maniaci sessuali, maniaci omicidi, arroganti e timidi, perfidi e discreti, tutte menti comunque in grado di ordire piani di distruzione globale? Chi è quest'essere, e chi sono tutti gli altri e davvero non sono da temere, e se invece lo sono chi deve aver paura di chi? Il protagonista di loro, loro del protagonista? Noi di tutti? E poi e poi e poi... non sono forse da temere neppure quelle canzoncine? Quelle maledette canzoncine che tutti sembrano cantare e nessuno sembra sappiano cosa vogliono dire, quelle canzoncine tanto insulse quanto rivelatrici, propiziatorie, precorritrici al pari di un coro fuori scena di una tragedia shakespeariana che introducono lo spettatore/lettore al dramma che sta per compiersi? Neppure loro? Ma poi temere da chi? Dal/dai protagonista/i o da noi lettori?
- Noi? Noi!?! Possibile che il lettore possa veramente temere? Temere un libro?! Possibile che possa rimanere talmente coinvolto dalla lettura di un romanzo da perdersi tra le righe smarrendo così perfino il suo raziocinio?
Sì è possibile, ed è possibile esattamente nella misura in cui è possibile aver paura di essere talmente bombardati dai pensieri (ormai privi di filtro) di gente altrui da non comprendere più quali sono le nostre priorità e le nostre linee guida, la nostra insomma deontologia di vita. E tutti forse sotto sotto abbiamo paura di una cosa simile poiché è l'equivalente del caos più totale, della pazzia. E ben questo è l'arcobaleno della gravità: un trampolino di lancio per la follia, un altissimo scoglio da cui lanciarsi per precipitare in quella pozza d'acqua stracolma di pensieri contundenti che è la mente di Pynchon, poiché è inutile negarlo, inutile che ci giriamo tanto attorno senza mai dirlo apertamente... Thomas Pynchon è pazzo! È un dannato pazzo furioso a cui non dovrebbe mai essere consentito l'uso di una penna, ma è anche un pazzo dotato di tale genio creativo che non concedergliela sarebbe un crimine contro l'umanità, un crimine contro il buon gusto e un crimine contro la libertà.
- La libertà? E adesso cosa diavolo...
- Sì la libertà, la libertà, proprio quella, anzi la Libertà con la elle maiuscola, perché fondamentalmente è questa che si respira durante tutte le 1000 e più pagine dell'A., è una libertà sotto forma di pulsione, di conquista, di condanna, di punizione, di biasimo, di ricerca, di piacere, di paura (la paura del recluso da troppo tempo a cui viene concessa la possibilità di fuggire) e in fine di respiro, di stile, di pensiero, e... e... Solo Dio sa che altro, ma è questa e solo questa la vera protagonista: la Libertà… forse.
Insomma per concludere, perché ormai urge veramente una conclusione, c' è chi ha definito l' A. un grande romanzo contemporaneo, c'è chi invece l'ha definito un grande romanzo storico e c'è infine chi la definito un romanzo talmente futuristico che noi, gente di oggi, non siamo ancora in grado di capirlo. L' A. non è nessuno di questi, non è niente di tutto ciò: l' Arcobaleno della gravità è semplicemente un romanzo libero. Libero come forse (e attenzione è bene ripeterlo: forse) dovrebbe essere un uomo, come liberò forse dovrebbe essere il suo pensare, il suo sentire, il suo capire.
- Balle, nient'altro che balle di una menta plagiata da una retorica a buon mercato e da un idealismo naive! Dove la mettiamo per esempio l'istruzione, la cultura, il leggere stesso? Se tu non fossi mai stato obbligato a fare nulla probabilmente ora non sapresti neppure leggere, o scrivere o tantomeno ragionare. La cultura, la letteratura, e dunque gli obblighi ci aprono la mente e più una mente è aperta più è libera. E poi senza più neppure una regola, senza neppure più uno schema di pensiero, un codice di condotta, cosa rimarrebbe di noi? Solo follia, la più totale, libera, follia!
- Vero... ma prima di leggere l'Arcobaleno era difficile stabilire un nesso così saldo tra ragione, libertà e follia, ed era difficile anche solo ipotizzare che tutt'e tre assieme potessero essere così affascinanti.
Per concludere, (e giuro che questa volta è per davvero) e forse anche riassumere, è veramente difficile tirare le somme del costante e scriteriato divagare di Pynchon nell' A., poiché è fondamentalmente impossibile giungere a capo di una assurda vicenda che si protrae per più di mille pagine senza un punto fermo, logico e lineare su cui fare affidamento ogni qualvolta ci si smarrisce lungo il cammino; eppure in quel "trambusto di parole" che è il romanzo, tra le pagine, le righe, le parole e persino le virgole si odono echi di una grandezza, di uno stile e di uno genio letterario, oggi giorno impareggiabili, echi che igniscono l'animo umano facendolo librare su sensazioni ed aspirazioni sempre appena al di là del percettibile, echi che rimandano alla nostra natura più intima e a quella più subdola e che contemplano nella loro pungente ironia ogni variabile dell'agire e del sentire umani in quello che è un circolo parodistico ed incommensurabile del vivere o, meglio ancora, dell'essere. Peccato che ancora una volta affossati da una maniacale e follemente prolissa vena letteraria questi siano appunto sempre e soltanto degli echi.
È dunque questo un libro stupendo, meraviglioso, unico, un libro che si potrebbe consigliare a chiunque di leggere più volte nel corso della propria esistenza, ma... a chiunque sia fondamentalmente votato al masochismo intellettuale o per dirla alla Pynchon al sadomasochismo della coscienza.
Solo un grande scrittore aggiungo inoltre (poiché doveroso) in un'unica opera sarebbe in grado narrando di passare di punto in punto, di virgola in virgola da Dickens a Palahniuk (per citarne uno), dalla intima sofferta idealistica introspezione di Dostoevskij alla disincantata eccessiva ironia di Bukowski, solo un pazzo sarebbe in grado di balzare qua e la nella fantasia come il Bianconiglio di Carroll per poi capitombolare e in un punto e virgola rialzarsi nella cruda vivida realtà Hemingwayana, una realtà che se non stai attento non ci mette ne uno ne due a trafiggerti con le sue corna e... poi farti in salmì. Già in salmì, poiché sei sempre in fondo il Bianconiglio, ricordi? E quale miglior fine ti meriti dunque al punto e virgola successivo, stupido eppure eroico di un protagonista/lettore?
Dunque solo un grande scrittore, ma anche solo un pazzo, solo loro due infatti riuscirebbero a creare una struttura letteraria in grado di unire questi grandi della letteratura che si sono rincorsi in cento/duecento anni di storia, e così facendo rinnovare le loro voci, ricordarci il loro insegnamento; solo un pazzo e solo un grande... E Pynchon è appunto un grande pazzo, ma da lui non ci si aspetterebbe altro che questo, non ci si aspetterebbe meno di una incommensurabile, lucida, stordente, bellissima pazzia.

Nota 1: mi scuso con i lettori se hanno trovato questa recensione troppo confusa e disordinata, o se ritengono che abbia divagato troppo senza soffermarmi su dei punti chiave del libro, ma nello scriverla l’intento del sottoscritto, più che di dare un idea definita dell’ A., è stato quello di far capire ciò che dovranno affrontare se mai volessero sobbarcarsi l'impresa di leggere tutto il libro. Senza ovviamente anche solo ipotizzare di riuscire a eguagliare lo stile di Pynchon qui infatti si è voluto ricalcarne (forse copiarne malamente) alcuni tratti salienti, quali appunto il continuo divagare, il costante claustrofobico cerebralismo e le dirompenti stupende esplosioni di folle libertà.
Oppure un'altra giustificazione bizzarra e poco sincera potrebbe essere che è vero il detto che ogni autore che si rispetti, letto un suo libro, ci lascia sempre qualcosa, e qui ahimè è stato il caos e la confusione... speriamo comunque non la follia!
Nota 2: sarebbe stato bello in accordo con quella innumerevolmente sopracitata Libertà non esser costretti a ridurre un simil libro ad un mero numerino da 1 a 5 e renderlo così simile ad altre opere. L’ A. non ha termini di paragone con altre opere recenti, se non forse come si diceva il Faust di Goethe (che appunto però non è certo recente). E sarebbe stato bello non giudicarlo neppure per contenuti, stile ecc. ecc, ma ciò non è possibile, dunque è bene adeguarsi e non sapendo come ridurlo ai minimi termini e poiché a quanto si dice in medio stat virtus, pur non essendo d'accordo, il voto all' A. ne sarà una diretta conseguenza… o adeguamento che dir si voglia.

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Altri lavori di Pynchon e li ha apprezzati. E consigliato ai masochisti in generale.
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