Terminus radioso Terminus radioso

Terminus radioso

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Steppa sconfinata. Bianco nitore d'inverno. E d'estate le erbe, mutanti, che ondeggiano accarezzate dal vento. Un mondo contaminato, reso invivibile dalle esplosioni di reattori nucleari impazziti, orgoglio di una Seconda Unione Sovietica sull'orlo dell'abisso. Unica eccezione a questo vuoto dominato dalla natura è Terminus radioso, un kolchoz dove la vita continua a scorrere intorno a una pila atomica sprofondata nel terreno. Laggiù Nonna Udgul, a cui le radiazioni hanno regalato una sorta di immortalità, gestisce le operazioni di smaltimento dei rifiuti radioattivi, e Soloviei, il presidente, guida con i suoi poteri sovrannaturali i pochi superstiti in un'atmosfera di sogno che ha i contorni dell'incubo. E poi passano i secoli, i superstiti si disperdono, il viaggio del treno che correva lungo i binari alla ricerca di un campo di lavoro si è concluso chissà quanti anni prima. Finché un giorno migliaia di corvi si alzano in volo. E poi tutto continua, ancora, nella realtà parallela del Bardo, dentro una trappola di Soloviei, in una fine infinita, ma che importa. In questo universo - singolare, visionario, violento - tempo e spazio sono dimensioni liquide dove vivi, morti e simil tali vagano in un immenso, eterno futuro. Un universo allucinato, percorso dall'umorismo del disastro. L'universo di Antoine Volodine.



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Terminus radioso 2022-02-01 09:37:07 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    01 Febbraio, 2022
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ETERNITA' RADIOATTIVA

“Per mille anni, niente luna. […] Neanche un’infima luce, diciamo piuttosto lo spazio nero, una solitudine assoluta e un silenzio nero che nulla scalfisce. […] Mille anni nell’ambra, a deambulare in una tenebra nerissima, a camminare senza sosta sognando ben poco. […] A volte si arriva in una strada senza uscita, si va a sbattere da ogni lato contro muri che, per mancanza di immaginazione o per stanchezza, si ritiene siano fatti di mattoni come quelli dei forni, si suppone d’essere giunti all’interno di un forno, a giudicare dalle pareti roventi. […] All’improvviso non c’è più via d’uscita. Dappertutto ci sono barre che hanno raggiunto le massime temperature possibili della materia, ci sono pareti ermeticamente chiuse, che è doloroso avvicinare, e si è sommersi da ondate di un incendio nero, in mezzo a fiamme divoranti, untuosamente nere. A quel punto si urla di terrore, e gemendo o gracchiando si dicono poemi, improbabili biografie, brandelli slabbrati di vita o di ricordi. Poi, una volta assuefatti all’ennesima prigione, si fa come se nulla fosse, si fa buon viso a cattivo gioco, si fa del proprio meglio per non essere né vivi né morti, e dopo un altro mucchio di secoli, si fa silenzio.”

Da qualche anno si sente parlare sempre più spesso di post-esotismo, ed è stato di recente persino pubblicato un libro, “Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima”, che ne teorizza le caratteristiche ed i principi; eppure, molto difficilmente potrebbe capitare di imbattersi in questo termine leggendo una enciclopedia o un manuale di storia della letteratura. Infatti, Antoine Volodine, scrittore francese di origini russe, non solo è il fondatore e il teorico di questa corrente, ma ne è anche l’unico esponente, dal momento che tutti gli altri scrittori ad essa ascrivibili (Lutz Bassmann, Manuela Draeger, Elli Kronauer) altri non sono che Volodine stesso, eteronimi che (come usava fare Pessoa) egli ha utilizzato per firmare alcune sue opere. Si tratta senz’altro di un’operazione radicale, autoriferita e non poco megalomane, che mi ricorda, in campo cinematografico, il famoso Dogma di Lars Von Trier, però è indubbio che al di là dei suoi rigidi vincoli di carattere formale, come l’ossessione per il numero 7 (“Terminus radioso” è composto ad esempio da 49 capitoli, cioè 7 al quadrato, 343 sotto-capitoli, cioè 7x7x7, e – almeno nella versione francese, che non mi sono ovviamente preso la briga di verificare – da 777.777 caratteri), al di là di questi vincoli – dicevo - si nasconde un corpus di opere davvero unico, irriducibile e non apparentabile ad altri generi o sotto-generi letterari. In “Terminus radioso”, il suo romanzo più conosciuto, c’è sì un po’ di post-modernismo (più il John Barth di “Giles ragazzo-capra” che Thomas Pynchon, a dire il vero) e una spruzzata di realismo magico, un pizzico di steampunk distopico e qualche rimando a Shakespeare, Rulfo e soprattutto Beckett, però Volodine trascende tutte queste influenze, le stravolge drasticamente e le trasforma in un universo narrativo spericolatamente altro, sospeso tra realtà, sogno e visione, dove la steppa e la taiga in cui la storia è ambientata sono un mondo inquietante e alieno, senza più alcun riferimento realistico, una waste land post-apocalittica percorsa da un incessante e ferale vento radioattivo e in cui un’umanità stremata e patibolare, che una serie di incidenti nucleari a catena ha portato sull’orlo dell’estinzione, ha lasciato il posto a una natura selvaggia e primordiale, fatta di erbe mutanti che la sfrenata fantasia e la mania classificatrice dell’autore si perita di enumerare con doviziosa meticolosità (“la titilegna, la torfiliana, la malegrassa, la solforosa, la gozzincarna, la vangirella, la vulvaiana, l’acetosella grama, l’urfonga, la stupiterna, la rocchetta dei fossati, la tartavergine”, e centinaia di altre ancora). In questa sorta di terra di nessuno, inospitale e desolata, Volodine crea una stravagante oasi di apparente normalità, il kolchoz Terminus radioso. A capo del kolchoz vi è Soloviei, una sorta di dispotico sciamano che traffica con la magia nera ed entra a suo piacimento nel mondo dei sogni altrui, così come in universi paralleli di cui solo lui ha la chiave e da cui riporta persone defunte da tempo per manovrarle poi come burattini e sfruttarle secondo il suo capriccio e la sua volontà. Come il Prospero della Tempesta shakespeariana, egli manipola la realtà, alterandone le sue leggi fondamentali, ed è per questa sua stregonesca capacità creatrice che egli può essere visto, nonostante la connotazione fortemente negativa con cui viene descritto (Kronauer lo definisce “negromante delle steppe, riciclatore di cadaveri, ruffiano da kolchoz, ombra maligna, vampiro fatto kulako, ipnotizzatore senza patria e senza Dio, mostro di chissà quale fetida categoria”), come una specie di alter ego dell’autore. Al suo fianco c’è Nonna Udgul, che i neutroni impazziti della centrale nucleare in avaria del kolchoz, anziché ucciderla, hanno reso paradossalmente immortale e che intrattiene con la pila atomica sprofondata in un pozzo un rapporto di devozione quasi religiosa, come una sacerdotessa con il suo dio implacabile ma giusto, a cui affida le sue confidenze e le sue preghiere e a cui concede periodicamente dei sacrifici rituali, gettandogli in pasto gli oggetti contaminati dalle radiazioni e accumulati nell’hangar in cui vive. Intorno a loro si muove una galleria di personaggi che, come zombi dalla vitalità intorpidita e ridotta, sopravvivono senza neppure sapere se sono vivi oppure morti, e in cui i lontani echi della collettivizzazione sovietica sopravvivono in forma attutita, come un ancestrale riflesso condizionato (ad esempio, nel sogno di alcuni di essi di trovare un campo di lavoro dove essere accolti e concludere la propria esistenza).
Come si può vedere, per leggere “Terminus radioso” bisogna accettare una massiccia dose di sospensione dell’incredulità e la rinuncia alle più ovvie leggi spazio-temporali (ubiquità dei personaggi, policronia, labilità del confine tra vita e morte, inopinati salti temporali nella narrazione). In certi passaggi Volodine mi ha ricordato Escher e le sue costruzioni impossibili, come quando il treno che procede senza sosta, da tempo immemorabile, nella steppa sterminata, senza aver miracolosamente bisogno né di riparazioni alla motrice né di rifornimenti di gasolio, si ritrova al punto di partenza, per poi continuare come in un incubo dove tutto si ripete all’infinito. Se all’inizio la storia di “Terminus radioso” appare abbastanza normale, con il terzetto di reduci che vagano nella landa desertica, ormai allo stremo delle forze, senza più acqua né cibo e con il fisico distrutto dalle radiazioni, fino a che il più in salute dei tre, Kronauer, si allontana per cercare soccorsi e si imbatte nel solitario kolchoz circondato dalla foresta, progressivamente il tempo e lo spazio perdono ogni significato e tutto assume l’ineffabile aspetto di un sogno o di una allucinazione. La realtà si sfalda, si sdoppia, si fa inconsistente, è “un biascichio di realtà, un tumore del presente, un coma esaltato, un ciclo delirante, un incubo tenebroso”. Ogni cosa perde colore e si fa funerea, fino a quando i personaggi, che già assistevano perplessi alle tante incongruenze che si palesavano di fronte a loro, si rivelano per quello che veramente sono, dei morti che non sanno di esserlo. Volodine è stato chiaramente influenzato dal “Bardo Thodol”, da noi noto come “Libro tibetano dei morti”, secondo cui dopo la morte c’è un intervallo di tempo (della durata massima di 49 giorni) che precede la reincarnazione e in cui l’anima del defunto vaga in un limbo dove vive una serie di esperienze psichiche. Volodine va oltre le sette settimane del libro buddista, e costringe (o per meglio dire, condanna) i suoi personaggi a errare in una sorta di eternità angosciante, oscura, silenziosa e disperatamente solitaria. Con una delle più sorprendenti ellissi della storia della letteratura (“Dopodiché, volenti o nolenti, un buco di sette secoli”), i protagonisti di “Terminus radioso” si ritrovano in uno spazio dove non c’è più né luogo né tempo, e in cui l’umanità si è come dissolta nel nulla. E’ un presente indifferenziato, che non inizia né finisce mai, senza più speranza nel futuro, il quale non lascia intravedere nessuna via d’uscita, e neppure consolazione nel passato, dal momento che la fatale perdita della memoria fa scomparire ogni immagine del tempo che fu (Kronauer, ad esempio, non ricorda neppure più il nome della donna che aveva follemente amato in gioventù) e rende inaccessibili i ricordi, che affiorano soltanto in incoerenti e confusi brandelli. Il solitario pellegrinaggio è interrotto solo di quando in quando da rari e afasici incontri con altre anime vaganti, come quando Kronauer e Schulhoff si ritrovano nella taiga sconfinata e procedono insieme, quasi per forza d’inerzia, comunicando solo con poche, faticose parole, una coppia che mi ha ricordato Vladimir ed Estragon di “Aspettando Godot”, ma in una versione depressa e per così dire terminale, in cui i due personaggi possono solo far finta di continuare a vivere non potendo veramente morire, e in questo amaro autoinganno illudersi non tanto che possa arrivare un Godot a salvarli, ma soltanto una lontanissima e improbabile estinzione che li riesca a liberare da quel supplizio senza fine.
In “Terminus radioso” l’autore non ha mai la pretesa di lanciare un messaggio al lettore. Se all’inizio si può pensare di star leggendo un romanzo sulla falsariga de “La strada” di Cormac McCarthy, che possa magari essere anche un atto di denuncia contro i rischi di una dissennata gestione dell’energia nucleare (qui praticamente ogni azienda agricola od ogni locanda ha la sua piccola centrale atomica indipendente) o eventualmente un’allegoria della fine di una Seconda Unione Sovietica così simile alla prima nella sua vuota retorica egualitarista e anticapitalistica (il che dà vita ai pochi sprazzi di umorismo del libro, con le occhiute autorità che guardano con sospetto Nonna Udgul, ritenendo che la sua immortalità costituisca un insulto al proletariato e accusandola di “deviazionismo organico”), ben presto si capisce che a Volodine interessa tutt’altro, per esempio la dimensione metanarrativa dell’opera. I deliranti poemi di Soloviei, che compaiono ripetutamente come una sorta di farneticante controcanto alla storia principale (e che costituiscono, dal punto di vista stilistico, un vero e proprio tour de force, con le loro lunghe, avvolgenti frasi ermetiche dalle forti connotazioni oniriche e visionarie), e i romanzi che Hannko Vogulian riscrive mentalmente, partendo dai vaghi ricordi dei libri letti in un lontano passato nella biblioteca del kolchoz, fanno infatti sorgere il sospetto che quello che stiamo leggendo sia solo il parto di una invenzione artistica, vuoi para-teatrale (i morti che Soloviei richiama dall’aldilà e che, come i sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, in forza di questo atto creativo acquistano una loro autonoma realtà) vuoi letteraria (Hannko Vogulian che sostituisce ai personaggi dei romanzi letti in gioventù le figure delle sorelle che da tantissimo tempo ha perso di vista). Ciò arricchisce di ulteriore ambiguità un’opera già di per sé molto poco lineare, giacché non si sa mai con certezza se quello a cui si sta assistendo sia la realtà, oppure (viste le numerose incongruenze logiche e i poteri da onirista di Soloviei) un sogno, o invece un universo parallelo, una terra di mezzo, una sorta di sub-vita o di sopra-morte quasi indistinguibile dal mondo principale, oppure ancora una mera finzione, un prodotto dell’immaginazione di un autore il quale – ovviamente – rimanda all’autore primigenio, Volodine stesso. Fatto sta che, in quest’ultima ottica, “Terminus radioso” può essere interpretato come un singolare, bizzarro inno alla letteratura e alla sua capacità di generare storie ed emozioni, anche se, considerato il contesto del romanzo, si tratta di una letteratura senza più libri né lettori, un puro atto di resistenza contro il tempo che cancella inesorabilmente ogni memoria del passato (i frammenti dell’epopea che Schulhoff canta nel finale, riportandola faticosamente in vita dal suo remoto repertorio di musico girovago).
Nonostante i suoi innegabili aspetti di romanzo sperimentale, come l’uso alternato della prima persona (singolare o plurale) e della terza persona (“Io o Lui, poco importa. In effetti non sono molto sensibile all’uso di un pronome rispetto a un altro, visto che sono comunque sempre io a parlare”) e le frasi vertiginosamente fluenti, che a volte durano pagine intere (anche se non si arriva all’impresa del suo recente “Streghe fraterne”, la cui terza parte è composta da un unico periodo lungo cento pagine), nonostante ciò – dicevo – “Terminus radioso” ha anche connotazioni più classiche, come la presentazione dettagliata della vita di ciascun personaggio, che segue immancabilmente la sua prima apparizione, oppure l’intreccio di tanti personaggi e di tante storie, che rimanda all’”entralacement” di ariostesca memoria. Più di ogni considerazione stilistica, a rimanere impressa nel lettore di questa originalissima ucronia, è la rappresentazione più sconvolgente dell’oltretomba che mai uno scrittore sia riuscito a concepire, un sogno senza via d’uscita e senza tempo dove “l’infinito fluire della fine” prende alla gola come un incubo tafofobico. Se, come mi è capitato di osservare, Volodine è un autore respingente, che o si ama o si odia, nel mio caso posso affermare che leggere “Terminus radioso” è stata un’esperienza bruciante, che mi ha segnato nel profondo. “Terminus radioso” è un incredibile viaggio alla fine della storia, alla fine del tempo, alla fine persino dell’usuale concetto di letteratura. Volodine ha varcato delle colonne d’Ercole che pochi autori hanno anche solo immaginato di poter attraversare. Oltre alla taiga radioattiva, oltre al Bardo crepuscolare e infinito, oltre ai deliri onirici di “Terminus radioso”, è, onestamente, davvero molto difficile proseguire.

“Il corvo che li aveva ascoltati fino a quel momento sbatté le ali e il becco e atterrò sulla parte alta del fossato, proprio accanto a Aldolai Schulhoff e questi ebbe la vaga sensazione che gli grattasse via qualcosa proprio sotto la fronte.
Trascorse alcune ore, il corvo si alzò in volo e poi scomparve.
Adesso Schulhoff e Kronauer aspettavano la sera, o l’inverno. Ma né la sera né l’inverno sopraggiungevano.
«T’ha cavato un occhio» disse Kronauer.
«Ma chi?».
«Il corvo» disse Kronauer.
«Ah, era lui» fece Schulhoff. «Pensavo fossi tu».
«Ah no» negò Kronauer.
La sua voce era malferma. Non sapeva bene. Bofonchiò un altro diniego.
«Tu o lui, poco importa» disse Schulhoff. «Al punto in cui siamo».
«Mi seccherebbe se pensassi che sono stato io» disse Kronauer.
«Non penso niente» disse Schulhoff. «Aspetto la fine».”

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