Narrativa straniera Romanzi Il libro dell'inquietudine
 

Il libro dell'inquietudine Il libro dell'inquietudine

Il libro dell'inquietudine

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'Il libro dell'inquietudine' di Fernando Pessoa contiene le centinaia di riflessioni del più celebre eteronimo dell’autore, Bernardo Soares, raccolte in maniera disordinata e “aperta”, in una sorta di “zibaldone”. Tragico, ironico, profondo e irrequieto, Soares riflette sulla vita, sulla morte e sull’anima, ma anche sulle sue memorie più intime e sullo scorrere del tempo, sui colori e le emozioni che egli osserva intorno e dentro di sé. Figura tragica e imprescindibile del nostro Novecento, Soares alias Pessoa scrive del proprio dolore con onestà e con una forza comunicativa che, nonostante l’incredibile delicatezza, riesce a tratti violenta e struggente. Soares il fragile, l’acuto, il silenzioso, abita la vita nei suoi toni più grigi, eppure l’ama come un vizio, come una droga, come una passione a cui non ci si può sottrarre, alla ricerca di un equilibrio perduto che, suo malgrado, non troverà.

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Il libro dell'inquietudine 2020-01-13 09:23:29 siti
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siti Opinione inserita da siti    13 Gennaio, 2020
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“Ehi, della vita! Nessuno risponde? “

Per chi volesse accostarsi a questo libro, la prima informazione utile da possedere è che si tratta di un insieme di testi ( inteso il testo come insieme di parole scritte aventi un messaggio e veicolate da una struttura linguistica comprensibile perché normata) sicuramente letterari ma non definitivi , giustapposti l’uno all’altro non per un disegno artistico voluto dal suo autore ma secondo criteri semplicemente tematici adottati da Jacinto do Prado Coelho che, nel 1982, ha curato la prima edizione critica di un centinaio di fogli manoscritti, in parte fascicolati dallo stesso Pessoa e autografati con il titolo “Livro do Desassossego”. Il libro però non è di Pessoa ma è attribuito al suo eteronimo Bernardo Soares, per cui ci troviamo di fronte a un non libro e a un non autore. La prima operazione richiesta al lettore, investito dl ruolo di narratario dall’autore, è quello di prendere atto dell’esistenza di Bernardo Soares, dopo di che il lettore in quanto narratario sparisce perché l’autore non lo contempla più e lo annulla insieme a se stesso facendo permanere solo il lettore reale, quello che fisicamente sta con il libro in mano a cercare di capire quale sarà la storia narrata. Fin dalle prime pagine, superata la presentazione dell’eteronimo, anche la storia attesa non ci sarà. Il lettore compie un vero e proprio viaggio dentro la vita mentale di Bernardo Soares/Pessoa abituandosi presto alla mancanza assoluta di continuità fra un pensiero e l’altro e ciò si realizza nonostante l’accorpamento tematico di cui abbiamo parlato prima. Eppure lentamente il lettore è indotto a cercare una sorta di filo conduttore e, mettendo insieme le piccole contingenze del quotidiano, l’accenno agli spazi interni ed esterni rappresentati, o quelli alle persone che incrociano il nostro, si arriva a definire un quadro sommario di riferimento. Bernardo è un contabile, vive in affitto al quarto piano di un palazzo che si affaccia su Rua do Douradores, e vive affacciato al mondo che quella visuale gli offre; si sposta tuttavia nel suo quotidiano anche in altri spazi : l’ufficio e le vie di Lisbona. Bernardo è però fondamentalmente un pensatore, un insonne, uno scrittore, un poeta e soprattutto un incapace: non sa vivere. Confessa dunque in questa sorta di autobiografia il niente che ha da dire o meglio l’insieme delle impressioni che sovraffollano il suo pensiero inchiodandolo in una consapevole e forse voluta inazione. Bernardo, nonostante la pesantezza del suo affermare, sa però esserci simpatico semplicemente perché è un essere sospeso e intrappolato in quel pensiero che, mi verrebbe da asserire volgarmente, per fortuna, attraversa momentaneamente la mente di molti uomini; il pensiero che si perde nella contemplazione della vita, nel suo mistero, nella lettura degli episodi significativi dell’esistenza, nella decodifica delle relazioni che instauriamo con noi e con gli altri. La restituzione concentrata delle sue fantasticherie, dei suoi sogni ad occhi aperti, di quelli nella dormiveglia di una cronica insonnia, del suo stesso sogno che è la vita , a dirla come Quevedo, è ciò che ce lo rende di fatto necessario e simpatico. È tutto ciò che avremmo voluto sentire e anche no, è il coraggio di arrancare dentro un mistero riconoscendosi miseri e finiti.
REPRESÉNTASE LA BREVEDAD DE LO QUE SE VIVE Y CUÁN NADA PARECE LO QUE SE VIVIÓ:“Ah de la vida!”... “Nadie me responde? / Aquí de los antaños que he vivido! / La Fortuna mis tiempos ha mordido; / las Horas mi locura las esconde. / Que sin poder saber cómo ni adónde / la salud y la edad se hayan huido! / Falta la vida, asiste lo vivido, / y no hay calamidad que no me ronde. / Ayer se fue; Mañana no ha llegado; /Hoy se está yendo sin parar un punto: / soy un Fue, y un Será, y un Es cansado. / En el hoy y mañana y ayer, junto / pañales y mortaja, y he quedado / presentes sucesiones de difunto.



Ehi, della vita! Nessuno risponde?
Voglio qui tutti gli anni che ho vissuto!
La Fortuna il mio tempo ha già compiuto,
la mia pazzia le Ore mi nasconde.
Ch’io non possa saper come né dove
la salute e l’età sono fuggite!
Manca la vita, c’è l’aver vissuto.
Non v’è calamità che non mi provi.
Ieri sparì, Domani non è giunto,
l’Oggi se ne va via senza fermarsi;
sono un Fu, un Sarà, un È già smunto.
Nell’oggi, ieri e domani congiungo pannolini e sudario,
son rimasto eredità presente d’un defunto.
(Francisco Quevedo da Sonetti amorosi e morali, trad. it. di V. Bodini, Einaudi, Torino, 1965)

Quevedo ma non solo, Thomas Mann con Hans Castorp: «Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l’impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l’epoca stessa, nonostante l’operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata e al quesito formulato, coscientemente o no, ma pur sempre formulato, di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, oppone un vacuo silenzio, ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un’azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l’estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell’individuo. Per aver voglia di svolgere un’attività notevole che sorpassi la misura di ciò che è soltanto imposto, senza che l’epoca sappia dare una risposta sufficiente alla domanda “a qual fine?”, occorre o una solitudine e intimità morale che si trova di rado ed è di natura eroica o una ben robusta vitalità. Né questo né quello era il caso di Castorp, sicché si dovrà pur dire che era mediocre, sia pure in un senso molto onorevole».
Ma i richiami letterari sono infiniti e ricchi di suggestioni che spazierebbero per Kafka, Musil, Proust, Pirandello. Un grande libro fra i grandi.

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La montagna incantata
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Il libro dell'inquietudine 2017-11-04 12:21:15 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Novembre, 2017
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Ogni sua rilettura è una scoperta.

«Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili» p.25

I pensieri racchiusi ne “Il libro dell’inquietudine” sono pura e semplice poesia, sono pura e semplice riflessione. Malinconici e intrisi di sentimento, essi giungono dritti al cuore del lettore che, inequivocabilmente non può che restarne affascinato, disturbato, trafitto. Soares, alterego dell’autore stesso, è eteronimo della personalità mutilata, del raziocinio, della perdita, dell’affettività. Caratteristica, quest’ultima, che emerge in particolare nella seconda parte dell’opera, sezione in cui il protagonista si abbandona completamente al tedio. Non è attirato da alcunché, vive annullandosi, privandosi anche di quelle certezze e di quelle costanti affettive che sono proprie di ogni vita. Le emozioni diventano un qualcosa di a sé stante, si dimostrano essere un qualcosa che nasce dall’intelletto e non dall’esperienza di vita. Da ciò quest’ultima è percepita quale falsa, affetta dalla noia, è marcia, incurabile, perduta. E come questa, è percepita in tal senso, anche il dolore che viene provato lo è. Perché il novellatore è fingitore e per convivere con il malessere deve autoconvincersi che pure questo non è verità.
Pessoa rifiuta, ancora, la materia ed è mosso, nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni, dallo sconforto. Uno sconforto che trova radice tra la dissipatezza tra mondo reale e sogno. Il mondo illumina l’uomo, gli dà vita, bellezza. Eppure, questo, si scontra con la dimensione onirica e con l’abito che ciascun essere umano è chiamato ad indossare. Egli, per primo, nutre un profondo disagio nel vestirlo. E’ stanco Fernando, è stanco di vivere di sogni, ne è ubriaco. Tanto che, stenta a ricordare quale sia la realtà. E’ stanco del rimpianto, della nostalgia, della consapevolezza del suo essere diverso da chi lo circonda, è stanco del suo non essere amato per la diversità. L’anima eccessivamente sensibile, dunque, finisce col chiudersi, col rifuggire al sentimento. E’ come se si rivestisse di una patina che gli impedisce di soffrire, di saggiare. Il suo sognare contrasta con l’assenza di praticità della sua mente, la sua consapevolezza di superiorità, si fronteggia, nuovamente, con quel muro di pietra che lo circonda.
Questa patina di protezione di cui si serra, procrastina la sua solitudine. Perché, seppur egli susciti simpatia, mai nessuno riesce a conoscerlo nel profondo. Mostra soltanto gli aspetti necessari, si apre ad amici immaginari in altrettanti caffè immaginari, rifugge nello scrivere che non è solo meditazione o valvola di sfogo ma pura e sempre necessità, e quindi si autocondanna all’insofferenza, all’isolamento. Né è conscio, così come è attratto dal nulla innanzi alla certezza dell’inutilità del suo sforzo “mistico”, ma tuttavia, non se ne distacca perché la vita è dolore, pena, crocefissione. L’uomo è carne, è azione, è omissione, è pensiero, è quel che accetta di essere.
E così, come l’artefice passeggia nei meandri della mente, del pensiero, dell’io, il lettore lo accompagna, passo passo, rapito da quella poetica e da quella penna magica di cui è insaziabile. Riflessioni, quelle descritte, che si evolvono nel procedere dell’opera, mutando, acquisendo – nella prima parte – e perdendo – nella seconda – colori, vitalità, come se l’anima si fosse distaccata dal corpo, dalla nostalgia, dalla sofferenza. La sensazione che ne scaturisce è quella del freddo, del vuoto, dell’assenza. Condizione, quest’ultima, che paradossalmente, porta ai massimi livelli le stesse percezioni che dovrebbero assuefarsi, anestetizzarsi, annullarsi.

«Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenze degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, sui tetti [...]. Un'aurora in campagna mi fa star bene; un'aurora in città mi fa star bene e male, e perciò mi fa star meglio. Sì, perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare. E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.» p. 56
«Di solito attribuiamo alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostre nozioni del noto. Se la morte la definiamo un sonno, è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita. Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici. Ma è così la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L'oggetto diventa veramente altro, perché noi l'abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l'arte le conferisce la allontana da se stessa. Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.» p. 76

«Ogni sforzo è un delitto, perché ogni gesto è un sogno inerte» p. 206

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Il libro dell'inquietudine 2017-07-17 09:34:53 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    17 Luglio, 2017
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La mia anima è stanca della mia vita

Leggendo il libro dell’inquietudine ho capito come Tabucchi possa essersi così totalmente infatuato di Pessoa. I pensieri sono originali. Hanno le ali della poesia ma anche la riflessività, la malinconia di una prosa in cui il sentimento nasce dal pensiero e non viceversa. Non per nulla i pensieri sono attribuiti all’alter ego Soares che dell’autore è un eteronimo dalla personalità mutilata dell’affettività e del raziocinio. La mutilazione dell’affettività è evidente in molti frammenti soprattutto nella seconda metà del libro mentre la mutilazione del raziocinio emerge dal sintomo del tedio. Al tedio Soares si abbandona a corpo morto in modo non ragionevole. Forse Soares è soprattutto la proiezione estetica dell’autore, una specie di Kierkegaard relegato alla vita estetica.
L’autore vive annullandosi: non è attirato dalle cose ma nemmeno dagli affetti. E’ così abituato a vivere separato dagli altri da far fatica a percepire le emozioni. Le emozioni nascono in lui non dalla vita ma dall’intelletto.
Questo suo modo di affrontare il mondo crea separazione. E’ come se immaginasse di vivere la sua vita e perciò la percepisce falsa e è affetto da un tedio incurabile.
Il poeta è un fingitore
finge così totalmente
da fingere che è dolore
il dolore che davvero sente

Allo stesso tempo il suo distacco assomiglia al distacco dei mistici che hanno intuito la vacuità del mondo.
In Pessoa c’è il rifiuto in toto della materia, la consapevolezza della inconsistenza delle ricchezze (soldi, onori, possessi). Questa consapevolezza che porta gli uomini d’azione come sono i santi verso l’infinito, porta gli uomini di non azione come lui all’infinitesimale, cioè al nulla. O forse il nulla è la tentazione degli uomini come lui.
I pensieri di Pessoa hanno una radice religiosa molto forte anche se non appariscente. Contengono una possibilità religiosa e la certezza della pochezza della natura umana.
“Ho considerato che Dio, pur essendo improbabile, potrebbe anche esistere
e che, pertanto, si poteva adorare; ma che l’Umanità, essendo una mera idea biologica, e non
significando altro che la specie animale umana, non era degna di adorazione più di qualsiasi altra
specie animale. Questo culto dell’Umanità, con i suoi riti di Libertà e di Uguaglianza, mi è sempre
parso una reviviscenza di culti antichi, in cui degli animali erano come dèi, o gli dèi avevano teste
di animali.”
Molti pensieri nascono dallo sconforto della distanza tra mondo (il sogno) dalla realtà altra e forse nascono dalla percezione di questa distanza come incolmabile. Il mondo come nei mistici è sentito come un riflesso di qualche raggio spirituale che illumina la materia e l’uomo dandogli vita e bellezza. Il corpo dell’uomo è appunto un sacco di merda, un vestito che si indossa per entrare nel sogno. In un certo senso questa idea di essere il sogno di Dio c’è anche in Unamuno e è un’idea estremamente affascinante anche per la distorsione che il sogno produce nella mente del sognatore soprattutto sul piano dei valori. Tale distorsione giustificherebbe a livello ipotetico una logica come quella cristiana (non che Pessoa sia interessato a farlo, l’idea è solo un accenno che sta al lettore sviluppare). In ogni caso nel corso dei secoli sogno e realtà seguono percorsi divergenti. La distanza tra loro si acuisce con il passare dei secoli (man mano che ci si allontana dalla nascita di Cristo). Implicitamente pare che Cristo abbia voluto fissare la geografia esatta di sogno e realtà che poi si è persa nei secoli. Il romanticismo ad esempio ha portato a una degenerazione del pensiero confondendo ciò che è necessario all’uomo con ciò che egli desidera, portando l’uomo a volere le due cose con la medesima intensità causando una malattia dell’anima.
C’è in Pessoa un profondo disagio nell’indossare il proprio “abito”, una intensa malinconia. Sa di sognare un sogno e questo gli impedisce di viverlo come fan gli altri e allo stesso tempo è stanco di vivere di sogni e non ricorda più il mondo reale. C’è una stanchezza che non è depressione ma rimpianto, nostalgia e consapevolezza di essere diverso dagli altri e forse di non essere amato nel suo essere diverso. Ma questo lo porta passo dopo passo all’ atrofizzazione della sua anima che a un certo punto sembra perdere la capacità di soffrire che è molto intensa nei primi frammenti di brani (i miei preferiti).
“La mia vita è come se con essa mi picchiassero”.
“ Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe.”
“All’improvviso sono solo al mondo, lo vedo da un tetto spirituale”.
“Sparirò nella nebbia, come uno straniero a tutto, isola umana separata dal sogno del mare e nave
con un essere superfluo sulla superficie di tutto.”
C’è la consapevolezza della propria superiorità, superiorità che lui vede realizzarsi in modo mistico nella abdicazione al trono che gli spetterebbe. Non per niente molti suoi testi sono postumi. Ha una visione cristologica della corona del sovrano come corona di spine.
E’ un sognatore vero con una mentalità poco pratica. Passa tanto tempo in caffè immaginari a imbastire con amici immaginari conversazioni su svariati argomenti: questa abitudine al sogno lo porta a sentire sempre più ferocemente l’irrealtà e il distacco dal mondo come se ci fosse uno scollamento e la vera realtà fosse solo quella interna. In ogni caso Pessoa suscita simpatia e rispetto nella gente e questo fa sì che nessuno arrivi mai a conoscerlo troppo a fondo. La sua eccessiva sensibilità lo ha portato a uno stato di dissociazione psichica permanente che non gli fa sentire il mondo se non attraverso i propri sogni frapponendo un muro protettivo tra sé e gli altri. La protezione costa cara, costa il tedio e la solitudine e a volte la stanchezza stessa come una specie di nausea dei suoi stessi sogni e il sentire lo scrivere come necessità, quindi come maledizione. Allo stesso tempo c’è la nostalgia del mondo reale-altro (non della realtà del mondo), in cui tra sé e gli altri non c’erano barriere. In un certo senso la vita è una forma più perversa e intellettuale di crocefissione. Il tutto è aggravato dalla semiconsapevolezza si essere responsabile in parte dei propri meccanismi psichici di difesa.

“Che mattino questa angoscia! E che ombre si allontanano? E che misteri si sono manifestati?
Nulla: il rumore del primo tram come un fiammifero che illuminerà l’oscurità dell’anima, e i passi alti del mio primo passante che sono la realtà concreta che mi suggerisce, con voce amichevole, di non essere così.”

In certi momenti lo assale anche il dubbio dell’inutilità del suo sforzo “mistico”, lo afferra la paura o la tentazione del nulla. L’idea di un inferno che è nullificazione dell’uomo nel persistere della coscienza, come se l’anima potesse essere sepolta viva in una bara.
Tutto quello che ci circonda diventa parte di noi, si infiltra nella nostra sensazione della carne e della vita e, come il muco del grande Ragno, ci unisce sottilmente a quello che ci sta vicino, legandoci in un leggero letto di morte lenta, dove dondoliamo al vento. Tutto è noi, e noi siamo tutto; ma questo a cosa serve, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola che l’ombra improvvisa ci dice che passa, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando questa cessa, un volto o un altro, delle voci, il riso occasionale tra quelle che parlano, e poi la notte dove emergono senza senso i geroglifici spezzati delle stelle.


Leggere i pensieri di Pessoa è come passeggiare in un bosco d’autunno, sulle foglie morte. Le foglie ancora rosse e gialle danno una malinconica idea di una sofferenza passata e di una sensibilità che si sta spegnendo in un’anima morente in quanto staccata dalla sorgente della sua sofferenza e di ogni suo impulso vitale. Molti pensieri, soprattutto nella seconda metà del libro, hanno perso i loro colori, la loro malinconia o nostalgia come pure l’impronta poetica e bellissima della sofferenza da cui scaturiscono e si nota un raggelamento dell’ideazione che porta a una intellettualizzazione del pensiero che si specchia su se stesso . E’ come se l’anima si fosse poco a poco distaccata e persa sempre più in un mondo suo senza più sentire la nostalgia della vita. Resta qualcosa di freddo che mi fa ripensare all’invenzione di Morel. La sensazione è che nel vuoto dell’anima che si è fatto assenza, senza più nemmeno la percezione dolorosa del vuoto, si sia insinuato un astratto nulla anestetizzante ogni pensiero. Il tedio assoluto è diventato dolore senza nessunissimo dolore e perciò ha perso carne e sangue per diventare un minerale, qualcosa che si può guardare con distacco. Il rischio del distacco completo dal mondo è l’astrattezza per cui l’arte diventa una lapide (l’invenzione di morel).
Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita.
Volti che vedevo abitualmente per le mie strade di sempre – se smetto di vederli mi rattristo; eppure non sono stati niente per me, se non il simbolo di tutta una vita.
Il vecchio anonimo dalle ghette sporche con cui m’incrociavo spesso alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi importunava inutilmente? Il vecchietto rotondo e paonazzo col sigaro in bocca sulla soglia della tabaccheria? Il pallido padrone della tabaccheria? Che ne è di loro che, solo per averli visti e rivisti, sono diventati parte della mia vita?
Domani anch’io scomparirò da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch’io – la mia anima senziente e pensante, l’universo che io rappresento per me stesso – sì, domani anch’io sarò uno che ha smesso di passare per queste strade, che altri evocheranno vagamente con un «che ne sarà stato di lui?».
E tutto ciò che adesso faccio, tutto ciò che sento, tutto ciò che vivo, non sarà altro che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi.

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Il libro dell'inquietudine 2017-03-26 18:34:22 Marisa92
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Opinione inserita da Marisa92    26 Marzo, 2017

DIALOGO CON ME

La comunicazione non è cosa semplice. Ad ogni parola, frase, espressione, associo, con arbitrio inevitabilmente vincolato al mio personale e solitario viaggio, un significato. E non basta capirlo, quel significato. Perché quella parola, quella frase, quella espressione, è dolore, morte, eros, perdizione, smarrimento. Nessuno può quindi veramente capirMi. Io stesso, quando parlo, mi rendo conto che quello che ho detto non può essere compreso. Eppure è proprio quello che voglio gridare. Che fare allora? Fernando Pessoa si inventa questi amici immaginari. Non importa quanto insensato sia quello che ha da dire perché quegli amici sono lì con lui dove quei pensieri nascono, li accudiscono, se ne prendono cura. E lo facciamo, più o meno consapevolmente, tutti. Quando ci confidiamo sappiamo già qual è la frase che vogliamo sentire, l’espressione dell’altro non è mai veramente quella giusta, quell’abbraccio arriva quando ancora non avevo finito, cazzo. E allora parlo con me, con me che quel che dico non è mai banale, non è mai inutile e che mi rispondo la cosa giusta, con l’intonazione giusta, con le parole giuste, con l’impeto giusto.

Leggere questo libro è la gioia di sapere di non essere ad essere ineluttabilmente soli; è lo si fa entrando nel più profondo, segreto, a volte illogico intimo di Pessoa, nell'unica forma che permette questa fiduciosa libertà: il diario.

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Il libro dell'inquietudine 2016-06-09 15:46:56 Giovannino
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Giovannino Opinione inserita da Giovannino    09 Giugno, 2016
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Pessoa e Soares.

Quando ho acquistato questo libro mi sono chiesto che cosa volesse significare il titolo. Cosa intendeva Pessoa con “Il libro dell’inquietudine”? E più precisamente che cos inquietava lo scrittore portoghese (o in questo caso Bruno Soares)?

All’inquietudine infatti si possono dare diverse accezioni: preoccupazione, ansia, irrequietezza. E l’inquietudine inoltre può essere mentale ma anche fisica. In questo romanzo, che poi romanzo non è, Bruno Soares affronta tutti questi temi, partendo dal fisico ma concentrandosi principalmente sull’aspetto mentale ed emotivo umano. E un viaggio attraverso le incertezze e le controversie mentali che spesso affliggono ognuno di noi, e lo fanno in tutto il corso della vita.

In questo romanzo (che poi è uno dei pochi dell’autore portoghese) Pessoa usa un fenomeno letterario chiamato eteronimia, che poi è la sua caratteristica principale, che consiste nel firmare l’opera con un nome diverso. Detto così potrebbe sembrare un semplice pseudonimo, un po’ tipo Hank Chinaski per Bukowski, ed invece c’è una differenza netta tra i due termini. Nello pseudonimo infatti l’autore mantiene i suoi caratteri principali e cambia solo il nome alla fine, mentre nell’eteronimia lo scrittore crea da zero un intero personaggio. Lo scrittore così creato, che viene definito ortonimo, diventa in tutto e per tutto un personaggio a se stante, che può avere anche caratteri personali, emozioni e reazioni completamente diverse e opposte a quelle dello scrittore originale. Così facendo si può creare un personaggio completamente autonomo, che ha una sua “vita” ed esprime pensieri che non debbono per forza essere quelli dello scrittore. Nel corso delle sue opere Pessoa creò diversi ortonimi e forse Bruno Soares è il più famoso tra questi.

Il libro come detto non è proprio un romanzo quanto una raccolta di pensieri che vengono poi ordinati in ordine cronologico (nell’edizione che ho letto questo riordino è stato fatto da Antonio Tabucchi) ma non hanno tra loto nessun legame logico, a parte il fatto di essere tutti accomunati dall’inquietudine appunto.

Ma veniamo al dunque, di cosa parlano questi pensieri? Bruno Soares è un anonimo dipendente di un anonimo ufficio di Lisbona che, vagabondando per le vie della capitale portoghese, riflette sulla sua esistenza e su quella delle persone che lo circondano. Diverse cose lo affliggono, soprattutto il tedio. Il tedio lo circonda, e lo fa pensare, e questo pensare lo affligge. E’ quasi soffocato dai suoi pensieri, se ne lamenta, vorrebbe essere un uomo d’azione non di pensiero e questo perché come dice lui “chi più pensa, più ha vissuto”, e chi più ha vissuto più ha sofferto. Pensare lo distrugge, esistere lo affligge, pensa al suicidio ma il non può suicidarsi, e perché? Perché ciò che lo affligge è proprio l’amore per la vita, che quindi non può abbandonare.

Sarò onesto, non è un libro facile, pur essendo molto corto (circa 280 pagine), e prima di comprarlo avevo letto diverse recensioni che lo consideravano noioso. Forse hanno ragione, anche se ritengo che prima di acquistare un libro bisognerebbe quantomeno informarsi su cosa si sta comprando e questo libro non è mai stato presentato come un thriller…Detto ciò devo fare una considerazione: raramente ho visto affrontare temi così profondi con tale semplicità. Ogni frase fa riflettere. Nessun punto è messo lì a caso. Pessoa era un maestro nello scrivere ed in questa opera lo dimostra in pieno. Certi periodi sono fatti per essere letti e riletti, e fanno riflettere.

E’ vero che questo libro non è per tutti forse ma se vi piacciono e vi intrigano le riflessioni profonde sulla mente umana e sui vari sentimenti che accompagnano l’uomo nel corso della vita, beh, questo libro è imperdibile.

“Solo un cosa mi stupisce più della stupidità umana: l’intelligenza che la gente mette in questa stupidità."

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Il libro dell'inquietudine 2015-12-28 11:48:35 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    28 Dicembre, 2015
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Un'inquietudine costante

Leggere "Il libro dell'inquietudine" è davvero un'esperienza insolita, non semplice ma decisamente imperdibile.
Molte volte sono i libri o gli autori a sceglierci e questo è stato il caso di Pessoa; ultimamente questo nome me lo ritrovavo scritto ovunque ed ho deciso di assecondare questo richiamo.

Il libro in realtà è un diario, più precisamente, una raccolta di frammenti in prosa, composti da Bernardo Soares, un eteronimo di Pessoa. Oltre vent'anni per realizzare questa raccolta di fogli volanti che poi sono stati altri ad assemblare in un libro.

É il libro, in assoluto, che ho impiegato più tempo a leggere, anche perché non si può farlo in una volta sola, ho avuto addirittura la necessità di accostare letture leggere per scaricare la mente dagli "assalti" continui dell'autore.

Un autore con una padronanza di linguaggio invidiabile, dove una banale descrizione, con lui diventa poesia, in cui non riesci a capacitarti, come mai quando le parole le scrive lui, non sono mai fuori luogo, ma sembrano fatte apposta per stare li.

“Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle”.

Durante la lettura, un'inquietudine costante mi ha "invaso"; oltre alla difficoltà del linguaggio, molto difficile è anche seguirlo perché i frammenti non sono in ordine cronologico, ma seguono la logica del curatore di turno.

Non è una lettura per tutti, e direi che va letta in un momento di tranquillità emotiva. La densità, il linguaggio e i temi trattati non sono dei più semplici. Inquietudine, insoddisfazione, ricerca continua di un equilibrio, tristezza e profondità, accompagnano queste pagine sconnesse, ambientate a Lisbona.

Visto come questo libro mi ha toccato profondamente, non posso fare a meno di consigliarlo a tutti o almeno provateci e leggetene qualche passaggio perché non è facile dimenticarlo e non rimanere affascinati dal rispetto che ha per ogni singola parola che usa, trasformando anche le più semplici, unite nelle sue frasi, in qualcosa d’indimenticabile da leggere. Non mi credete? Vi lascio con qualche piccolo frammento...

“Preferisco una sconfitta consapevole della bellezza dei fiori, piuttosto che una vittoria in mezzo ai deserti, una vittoria colma della cecità dell’anima, di fronte alla sua nullità separata”

“Desidero ciò che non desidero e abdico a ciò che ho. Non posso essere niente e non posso essere tutto: sono il ponte di passaggio fra ciò che non ho e ciò che non voglio”.

Buona lettura!!!

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Il libro dell'inquietudine 2011-05-16 12:28:24 Marghe Cri
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Marghe Cri Opinione inserita da Marghe Cri    16 Mag, 2011
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Un libro unico

Fernando Pessoa attribuisce questi scritti alla penna di uno dei suoi svariati eteronimi, Bernardo Soares, che in una lettera definisce un semi-eteronimo: “perché pur non essendo la sua personalità la mia, dalla mia non è diversa, ma ne è una semplice mutilazione: sono io senza il raziocinio e l’affettività”.

"Il Libro dell’Inquietudine" non è un romanzo, ma una sorta di diario, una raccolta di pensieri intimi e profondi, che copre l’arco di un ventennio; è arrivato a noi scritto su supporti diversi, a fogli sparsi, privo di un ordinamento stabilito dall’autore.
Come un diario è comodo da leggere: un brano alla volta, spesso appena poche parole, talvolta un paio di pagine o poco più.
Del resto leggerlo come fosse un romanzo sarebbe impossibile per la mancanza di una trama e impedirebbe di goderne appieno.
Pessoa è prima di tutto – prima che poeta, prima che romanziere, prima che drammaturgo – un pensatore: leggerlo è piacere intellettuale, è navigare nella poesia, è immedesimarsi in qualcuno che si descrive come nessuno, è astrarsi da una realtà che pure viene indagata in modo ossessivo ed analitico, è fargli compagnia nella solitudine.
Se un limite devo trovare in questo libro è la mancanza di un pensiero trascendente, una permanenza - certo voluta, ma alla lunga quasi soffocante - in una realtà senza via d’uscita.
Accostarsi a Pessoa è un’esperienza da provare almeno una volta: potrà piacere oppure no, ma è difficile restare indifferenti.

“Come esiste chi lavora per noia, io a volte scrivo perché non ho niente da dire. Le divagazioni inevitabili nelle quali si smarrisce chi non pensa, in quelle divagazioni io mi perdo scrivendo poiché so sognare in prosa”

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Il libro dell'inquietudine 2010-06-08 10:59:09 murasaki
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murasaki Opinione inserita da murasaki    08 Giugno, 2010
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"...all' unica verità, che è la letteratura"

L' opera di Fernando Pessoa è una di quelle opere assolute, quei capolavori che appartengono alla terra dell' utopia.
Non ci si lasci ingannare dall' ipotesi del monologo; le parole del diario del protagonista, Bernardo Soares - Fernando Pessoa, vengono definite -totalmente a ragione, - da Antonio Tabucchi "un dialogo incerto". dalla lettura di questo scritto, non oso chiamarlo diario poichè ritengo di poter soltanto timidamente cogliere frammenti (anzi, mi sento anche piuttosto pudica nei confronti di uno snudamento d' anima specchiata...distorsione di uno nell' altro, sconfinamento continuo) emergono manie, idiosincrasie, malinconia , riflessione. le cose di tutti, quando quei tutti si ascoltano dentro il torrente che stride , dei pensieri non detti neppure a sè stessi. la traduzione, pur mirabile e decisamente splendida, come sosteneva Ortega Y Gasset, è sempre un percorso, uno dei tanti, verso l' opera.
"L' unica aristocrazia è non toccare mai"
Ecco. Non toccare, come non scegliere; come non pensare ai nutrimenti terrestri di Gide? Impossibile.

"Avere il pudore di noi stessi; capire che in nostra presenza non siamo soli, che siamo testimoni di noi stessi..."

E come non pensare a Dostoevskij, a tutta quella letteratura spaventosamente e criticamente europea , a kafka...

Il libro di Pessoa non va letto come un diario personale e va letto proprio per questo come il più personale dei diari della nostra condizione di europei, condannati alla finestra ma allo stesso tempo protetti da essa. "We gonna get in to get out", direi citando i grandi Genesis...

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Madame Bovary, Gustave Flaubert;
I nutrimenti terrestri, Andrè Gide;
Peter Schlemil, Adalbert Von Chamisso;
Il giudice e il suo boia, Friedrich Durrenmatt;
Requiem, Antonio Tabucchi
I quaderni di Malte laurids Brigge, Rainer Maria Rilke
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