Narrativa straniera Romanzi Vite che non sono la mia
 

Vite che non sono la mia Vite che non sono la mia

Vite che non sono la mia

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Durante le feste di Natale del 2004, Emmanuel Carrère è in vacanza con la famiglia in Sri Lanka. Sono i giorni in cui lo tsunami devasta le coste del Pacifico: tra le migliaia di morti c'è anche Juliette, la figlia di quattro anni di una coppia di francesi a cui Carrère si lega. Qualche mese dopo, al ritorno in Francia, un altro lutto: la sorella della compagna dello scrittore ha avuto una ricaduta del cancro che già da ragazza l'aveva colpita rendendola zoppa. Dall'incontro con Étienne, amico e collega di Juliette, anche lui passato attraverso l'esperienza della malattia, Carrère capisce che non può nascondersi per sempre: deve in qualche modo farsi carico di queste esistenze in un corpo a corpo con quell'informe che è la vita.

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Vite che non sono la mia 2019-01-08 15:55:03 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Gennaio, 2019
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Vite

Correva l’anno 2004, era il 26 dicembre in quel dell’hotel Eva Lanka in Sri Lanka. Emmanuel e Hélèn stanno trascorrendo quella che pensano essere la loro ultima notte insieme perché, a distanza di un anno dal loro primo incontro, la passione e il sentimento sono mutati, trasformandosi in un qualcosa di diverso dall’amore e evidenziando quelle diversità e inconcibilità caratteriali. Poi, il mattino. Il superare quel piccolo promontorio, l’apprendere di quel che è successo in quegli attimi e in quelle ore che loro si erano dedicati. Perché quello che l’uomo si trova di fronte dopo essersi di poco allontanato dalla struttura alberghiera è un qualcosa di tanto inaspettato quanto devastante: morte, distruzione, devastazione, dolore, perdita, caos, sono lo scenario che si apre ai suoi occhi dopo l’onda. Un terremoto di magnitudo 9,1 che ha colpito l’Oceano Indiano al largo della costa nord-occidentale di Sumatra e della durata di 8 minuti, a cui è seguito il maremoto da cui è stata determinata l’onda alta decine di metri che ha colpito e portato via con sé, sotto forma di immensi tsunami, tutto quel che ha trovato sul suo cammino, hanno causato desolazione, distruzione, feriti, vittime, sfollati. Senza alcuno risparmiare. Da questo momento hanno inizio le ricerche, Hélèn come tutti gli altri sopravvissuti iniziano a cercare i possibili superstiti, a tenere i contatti con il mondo esterno, e quella che prima era il dramma privato diventa evanescente per lasciar posto a quello che è il dramma collettivo.

«Ha chiuso gli occhi aspettandosi di essere stritolato da uno di quei relitti enormi e li ha tenuti chiusi finché il mugghio spaventoso della corrente si è calmato per lasciare spazio ad altro, grida di uomini e donne feriti, e allora ha capito che il mondo non era finito, che lui era vivo, che il vero incubo iniziava adesso»

«Questi normali inconvenienti che nella vita normale sono semplicemente seccanti, in simili circostanze straordinarie diventano insieme mostruosi e provvidenziali perché definiscono un compito da assolvere, danno una forma allo scorrere del tempo.»

I giorni passano rapidi, il tempo è un limbo, è ovattato, la dimensione del disastro è una dimensione parallela a quello che accade nel resto del pianeta. Poi, il ritorno a casa. La vita che riparte con quel retrogusto amaro per chi quella possibilità di vivere l’ha perduta. La vita, ancora lei, che torna a bussare alla porta della famiglia di Carrère con tutta la sua drammaticità e con una avversità, questa volta, tutta familiare perché oggetto della malasorte non è altro che la sorella di Hélèn, Juliette, a cui è stato diagnosticato un tumore al seno in metastasi ai polmoni. Ed è qui che entra in scena Étienne, compagno di quest’ultima e protagonista indiscusso di detta seconda parte del volume.
Lo scrittore, allora, non può far altro che osservare, osservare, osservare e poi, scrivere. Riportare con cura e con dovizia quei particolari che hanno caratterizzato lo scenario di morte in Indonesia, riportare quel coraggio e quella forza che ha toccato una esistenza condannata dalla malattia alla morte. L’autore, che nella prima parte dell’opera indossa i panni del giornalista – quando tale in verità sarebbe la convivente –, trasmette l’angoscia, la paura, quel senso di devastazione determinato dall’aver perso tutto, quel coraggio e ancora quella voglia di ricominciare, di credere in un nuovo domani, in un nuovo futuro. Nella seconda, si spoglia al contrario del suo io tendenzialmente narcisista e per primo si mette a nudo, con le sue paure, le sue fragilità, il suo bisogno di ricevere coraggio. A cornice di questa ulteriore sezione del componimento, il desiderio di giustizia. Il tutto con quel velo di distacco che permette a chi legge di analizzare e vivere sulla pelle le vicende.
Un elaborato dove il vero protagonista è la morte, dove le pagine trasudano di coraggio e di dolore, dove il lettore non può far altro che soffermarsi a riflettere e a interrogarsi sul nostro essere effimeri, sulle nostre priorità spesso futili, sulle verità di quel che ci circonda, su quel che abbiamo più caro.

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Vite che non sono la mia 2016-06-24 11:11:20 Bookaholic
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Bookaholic Opinione inserita da Bookaholic    24 Giugno, 2016
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Vite che, per fortuna, non sono la nostra

È la notte di Natale del 2004, stesi a letto Emmanuel e Hélèn parlano di separarsi. È passato solo un anno dal loro primo incontro, un anno in cui la passione ha pian piano smesso di bruciare, e ora quella notte in cui dicevano di essersi finalmente trovati sembra solo un bel sogno destinato a perdersi con il trascorrere del giorno. Ancora un’intera notte da trascorrere vicini, sfiorandosi consapevoli che tutto si è ormai sgretolato, in una camera dell’hotel Eva Lanka, in Sri Lanka.
La luce del mattino avanza, un’altra giornata da trascorrere nell’ozio con il sole caldo sulla pelle, e non importa che tutto sia ormai finito, non ancora. Poche ore e Hélèn e Emmanuel scopriranno che mentre loro hanno ancora una possibilità, non è lo stesso per l’Isola, niente sarà più lo stesso per l’Isola e moltissimi dei suoi abitanti. La tragedia privata diventa insignificante al confronto con quanto sta succedendo a poche centinaia di metri dal loro hotel. La morte, distruzione e devastazione, la perdita, il caos. Una sola parola affiora sulle labbra dei sopravvissuti: l’onda.
È l’inizio di tutto, l’inizio della fine. Emmanuel Carrère è testimone dello tsunami che nel 2004 si è abbattuto sullo Sri Lanka privando migliaia di madri dei propri figli, migliaia di figli dei propri genitori. Lui è lì, con la compagna e i rispettivi figli, sfiorati appena dalla tragedia ne escono pienamente vincitori. Vincitori contro la vita, di nuovo decisi a mettersi in gioco e a invecchiare insieme. Ma il dolore di quei giorni trascorsi a contatto con la disperazione profonda di chi si è trovato all’improvviso privato di una vita amata resta attaccato alla pelle, invisibile sotto la superficie.
“Tu che sei uno scrittore, scriverai un libro su tutto questo?” A priori no.
Così, passato il pericolo, tornati al sicuro delle proprie mura domestiche, tutto sembra dimenticato. “Non è toccato a noi, siamo vivi, possiamo tornare a vivere”. Trascorrono pochi mesi, si torna alla quotidianità, e un’altra tragedia sfiora Emmanuel Carrère, una tragedia privata questa volta, che tocca da vicino la compagna della sua vita, Hélèn: sua sorella Juliette ha un cancro al seno con metastasi ai polmoni. Non c’è più nulla da fare. L’unica soluzione possibile è la morte. Emmanuel viene di nuovo calato nel ruolo di spettatore, partecipe del dolore di una famiglia che non è la sua si sente solo parzialmente coinvolto. Viene trascinato nelle incombenze del lutto, fidata spalla su cui sfogare il dolore e così conosce Ètienne, vero protagonista di questo libro di morte.
Emmanuel Carrére ci consegna la storia della malattia e della devastazione di cui è stato testimone, lui sempre appena sfiorato dal dolore, sempre muto osservatore di un dolore troppo grande per essere sopportato da soli. Eppure le pagine di “Vite che non sono la mia” sono piene di un coraggio travolgente che permette ai protagonisti di sopravvivere alla perdita, di più, di vivere la perdita in tutta la sua straziante realtà e da lì riprendere a vivere, riuscendo ad abbracciare di nuovo la felicità. La capacità di Carrère di descrivere con assoluto distacco tutto ciò che lo circonda è la lente giusta attraverso cui spiare vite che sì, per fortuna, non sono la nostra e allora possiamo anche tirare un sospiro di sollievo e non negare il piacere che ci procura la lontananza dal dolore.

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Vite che non sono la mia 2013-05-07 13:34:19 katia 73
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katia 73 Opinione inserita da katia 73    07 Mag, 2013
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Vite che non sono la mia

Da tempo avevo curiosità di leggere questo libro e quando l’ho trovato in offerta a meno di cinque euro l’ho scaricato al volo , stavolta devo dire grazie alla tecnologia, probabilmente a prezzo pieno non l’avrei acquistato, e mi sarei persa un bellissimo e commovente romanzo, uno di quelle letture che lascia il segno e difficilmente si dimentica .

Emmanuel Carrere, scrittore francese, ha sentito quasi l’esigenza di raccontarci la storia di queste persone , così sfortunate incontrate nella sua vita nell’arco di brevissimo tempo.
Nel Natale del 2004 si trovava in vacanza con la compagna e i figli in Sri Lanka ed ha assistito a una delle più grandi tragedie naturali dei nostri tempi : lo tsunami . Qua incontrano una coppia che ha perso la figlioletta di 4 anni, portata via dall’onda mentre giocava sulla spiaggia, ricostruisce quei giorni , lo strazio di chi ha perso un famigliare, la disperata ricerca di chi vuole portare a casa almeno un corpo da seppellire e anche la gioia di chi si ritrova inaspettatamente.
Al ritorno a casa dopo pochi mesi la morte si riaffaccia nella sua vita : Juliette la sorella della sua compagna si riammala di tumore, dopo averlo sconfitto da ragazzina questa volta Juliette non può far altro che arrendersi al proprio destino con grande coraggio e una forza inarrestabile che contraddistingue una mamma che sa che sta per lasciare le sue tre bambine.

Devo dire che nella prima parte ho trovato lo stile un po’ più giornalistico e meno personale ma nella seconda parte l’autore si è decisamente rifatto e ci ha messo molto più sentimento , riuscendo a commuovermi parecchio.
Un libro non di facile lettura, non per lo stile decisamente fluido, ma per i contenuti , a tratti si arranca un po’, quando si perde nei discorsi sulla legge e la giustizia con il collega di Juliette ma nell’insieme è davvero una lettura che merita .

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Vite che non sono la mia 2012-02-10 07:23:37 p.luperini
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p.luperini Opinione inserita da p.luperini    10 Febbraio, 2012
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STORIE DI PERSONE "NORMALI"

Da questo romanzo emerge una forte necessità dell’autore di raccontare la storia di tre persone molto speciali che ha incrociato in un determinato periodo della sua vita e che ne hanno in parte cambiato il corso. Le storie sono tragiche ma tutte sono farcite di forza e determinazione. Anche se a volte risulta un po’ lenta la lettura Carrere ha veramente fatto e narrato un percorso travagliato e il romanzo lo rispecchia. Si sente il dolore che ognuno dei protagonisti prova per la perdita, si sente la fatica per affermare la propria personalità e le proprie idee, si sente tutto il calore dell’amore che ognuno amana.
Questo è il merito di questo romanzo trasferire direttamente al cuore sentimenti puri e primordiali attraverso le storia di persone “normali” che vorrei proprio conoscere.
I romanzieri dovrebbero raccontare storie e Carrere da buon professionista lo fa magistralmente.

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Vite che non sono la mia 2011-10-13 21:43:59 ant
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ant Opinione inserita da ant    13 Ottobre, 2011
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Libro che parla di dolore e senso di giustizia

Un libro verità
una testimonianza di vita vissuta che scuote,spaventa,fa pensare, lascia esterefatti, ma...che alla fine,almeno per quanto mi riguarda, siccome si tratta di situazioni emotivamente così profonde e particolari lascia tracce e ricordi netti e ben precisi.
La trama è brutto dirlo ma tratta di una sequela disgrazie una dietro l'altra:lo tsunami che colpì il Sud-est asiatico,la morte di cancro di una giovane donna avvocato, l'amputazione di una gamba del suo giovane collega ,tutti episodi collegati perché riguardano persone che sono unite fra loro e...fra di loro c'è l'io narrante che si fa carico di raccontarle.Io volevo soffermarmi un attimo su alcuni aspetti del libro che mi hanno molto colpito
Il primo aspetto: la descrizione del dolore dell'anima, quello straziante, quello che ti lascia senza parole e senza voglia di vivere; Carrére sa descrivere sia l'agire di chi è colpito da tragedie immani sia soprattutto il pensiero in modo più che veritiero, consiglio a tutti il passaggio del libro in cui si narra di una coppia di scozzesi che a causa dello tsunami perdono i contatti, l'angoscia di lei nel pensare che ci possa easere un futuro senza il suo lui ...è paralizzante(fortunatamente questo episodio si risolve in modo positivo, ma fino a quando i due non si r'incontrano è un crescendo di stati d'ansia,angosce e paure)
Altro aspetto che trapela fortemente da queste pagine è la voglia di giustizia e di regalare equità a chi è in difficoltà, a tal proposito penso sia emblematico il discorso che lo scrittore riprende da Oswald Baudot, figura forte del Sindacato dei magistrati francesi che negli anni settanta tenne, davanti ai colleghi, questo scandaloso sermone:"«Siate parziali. Per garantire un equilibrio tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero che non hanno lo stesso peso, spostate l’ago della bilancia da una parte. Abbiate un pregiudizio favorevole verso la donna rispetto all’uomo, verso il debitore rispetto al creditore, verso l’operaio rispetto al padrone, verso l’infortunato rispetto alla compagnia di assicurazioni, verso il ladro rispetto alla polizia, verso la parte lesa rispetto alla giustizia. La legge va interpretata, dirà quello che volete farle dire. Tra il ladro e il derubato, non abbiate paura di punire il secondo.»"
Molto intenso come libro
ciao a tutti

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libri in cui si alternano le tragedie dell'umanità e la speranza di rivalsa e giustizia
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Vite che non sono la mia 2011-06-10 15:19:18 LuigiDeRosa
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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    10 Giugno, 2011
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Tsunami di sentimenti

"Quello che vorrebbe è scendere sulla spiaggia, sedersi
nel punto in cui l'onda li ha separati,là dove sorgeva il loro
bungalow, e rimanere lì, gli occhi all'orizzonte, finchè Tom
non riemergerà vivo dall'oceano.Dice questo mantenendosi
eretta, come in meditazione, e viene da immaginarsela sulla
spiaggia per giorni,settimane,senza mangiare,dormire,parlare,
il respiro sempre più lento e silenzioso, mentre a poco a poco
cessa di essere umana...la sensazione è che stia per scivolare
dall'altra parte...nella morte vivente, io e Delphine capiamo
che il nostro compito è fare il possibile per impedirlo".
Ci sono dolori immensi che ti scarnificano dentro, sì, ti portano
via pezzi di carne, un chirurgo impazzito sfiletta il tuo corpo.
Sono la sofferenza di una figlia perduta in un onda mostruosa,
sono le vite di bambine che vedranno il cancro portarsi via la madre.
Carrère racconta vite non sue con parole che alla fine sembrano
ciambelle di salvataggio, passata l'onda , sei vivo!,l'unica cosa che conta.
Un libro durissimo come un diamante.
di Luigi De Rosa

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Per sempre della Tamaro
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