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L'uomo che voleva essere colpevole
 
L'uomo che voleva essere colpevole 2019-07-25 08:03:05 La Lettrice Raffinata
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    25 Luglio, 2019
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Senza colpa non può esserci assoluzione

“L’uomo che voleva essere colpevole” è uno dei romanzi più noti dell’autore danese Henrik Stangerup; scritto agli inizi degli anni Settanta, questo volume arrivò nelle librerie italiane solo nel 1990, anno in cui l’opera fu portata sul grande schermo dal film omonimo di Ole Ross.
La storia è ambientata in Danimarca, o meglio in una sua possibile versione futura in cui il governo ha gradualmente imposto alcune leggi atte a limitare le libertà individuali in nome del bene comune. Ci sono alcune norme “tipiche” dei romanzi distopici, come quelle contro la libertà di stampa, mentre altre sono invece particolari di questo mondo e si focalizzano principalmente sull’educazione dei bambini: per poter diventare genitori si devono superare diversi test per dimostrare la propria idoneità, d’altro canto chi ha già dei figli può vederseli sottratti da un momento all’altro se lo Stato -nelle persone dei cosiddetti Assistenti- non lo ritiene un individuo economicamente e mentalmente stabile.
Com’è evidente queste leggi di base non sembrano totalmente sbagliate,

«Le proposte erano semplicemente studiate per il bene dei bambini: non desideravano forse tutti vedere intorno a sé bambini felici e senza angosce?»

ma vanno pian piano a limitare sempre più il numero di persone alle quali viene permesso di diventare genitori.
In questo contesto di tensione continua si apre la storia di Torben, ex scrittore di successo ora costretto a ripiegare su un lavoro impiegatizio

«Torben fu costretto ad accettare un lavoro a mezza giornata all'INRL (Istituto Nazione per la Razionalizzazione della Lingua). [...] Un lavoro deprimente che consisteva nel far di tutto per impoverire la lingua e che lo metteva appena in condizione di vivere senza debiti.»

che per molti aspetti ricorda quello Winston Smith, protagonista di “1984”, seppur in questo caso non si tratti tanto di cancellare delle parole dal linguaggio comune quanto di edulcorare delle espressioni dalla connotazione negativa,

«Questa semplificazione del linguaggio era appunto il compito principale dell'INRL, [...] tutte le parole sarebbero state suddivise in due soli gruppi: parole positive e parole negative.»

alla fine il risultato è comunque analogo a quello del mondo immaginato da Orwell: libri, vocabolari e quotidiani vengono ristampati per adattarsi alle modifiche, che sono così subito recepite dalla popolazione.
Torben non riesce però ad adeguarsi a questa società caratterizzata da programmi TV vuoti, romanzi sempre uguali e cittadini stipati in super condomini di cemento, e quando realizza che la moglie Edith si è invece perfettamente integrata la uccide brutalmente. Lo Stato non può però riconoscere la sua colpa, impegnato com’è a cancellare il concetto di egocentrismo dalle menti, ed ecco quindi che l’omicidio si trasforma prima in un mancato adattamento sociale e poi in un banale incidente.
Il protagonista è deciso a far ammettere allo Stato l’esistenza del suo crimine, perché senza la colpa non ci può essere neppure il perdono, che nel suo caso vorrebbe dire poter riottenere l’affidamento dal figlio Jesper.
I punti deboli di questo romanzo si possono riscontrare nella trama troppo scarna, seppur con un ottimo finale, ma soprattutto nei coprotagonisti che ripresentano sempre uno schema fisso: in un primo momento sembrano avere idee contrarie a quelle imposte dalla società, poi non osano far nulla di concreto contro di essa.
Il mondo creato da Stangerup è invece decisamente un punto a favore di questa lettura. È stato interessante leggere di una distopia dove i cambiamenti non venissero imposti con la forza, bensì in modo tanto sottile che alla fine sono i cittadini stessi a controllarsi gli uni gli altri

«Lo psichiatra era noto anche fuori dalla sua cerchia, per i suoi studi e articoli sulla letteratura danese, un interesse a volte criticato dai colleghi, che ritenevano che avrebbe fatto meglio a limitarsi a pubblicazioni specializzate.»

Come detto, questo governo parte da dei principi all’apparenza giusti e condivisibili

«Lo stato non aveva forse per motto: “Il bene comune dalla Culla alla Tomba”? E allora perché nessuno era felice? E cos'era poi la felicità? Nessuno lo sapeva.»

che però trasformano in pochi anni la società, con la presenza sempre incombente degli Assistenti nelle super comunità e le loro attività AA (Anti-Aggressività), come la corsa dell’odio che richiama ancora una volta a “1984” dov’erano presenti invece i due minuti d’odio sempre atti a svuotare i cittadini dai sentimenti negativi.
Stangerup immagina anche uno Stato dove la popolazione ha perso ogni interesse nei confronti della democrazia diretta

«Eppure sembrava che ogni passo nella direzione giusta ne determinasse molti in quella sbagliata. A che serviva il diritto di voto a diciott'anni e poi a sedici se a nessuno importava di votare?»

come afferma anche Torben, quando pensa al direttore del Reparto Rilascio e Ritiro delle Tessere Mammaepapà

«Se ancora votava alle elezioni era sicuramente per il centrosinistra o i radicali, ma con ogni probabilità, come quasi tutti del resto, non credeva più che mettere una croce su un simbolo ogni quattro anni avesse il benché minimo significato.»

Oltre alla distopia, mi ha colpito molto anche lo stile dal ritmo molto rapido, che può dare la stessa sensazione di angoscia provato con “Cecità” di José Saramango, e dalla narrazione zeppa di interrogative, rimando evidente alla filosofia di Kierkegaard come lo sono pure il concetto di colpa e i riferimenti all’estetismo.

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