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I fiori del male
 
I fiori del male 2013-11-13 15:03:26 GiammarcoCamedda
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GiammarcoCamedda Opinione inserita da GiammarcoCamedda    13 Novembre, 2013
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La realtà attraverso l'irrazionalità

"E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera."

L'apoteosi della vita. Non ci sono parole adeguate a descrivere quest'opera. La vita è racchiusa tra queste parole: i tormenti, i pianti, le ingiustizie, le felicità e l'infelicità, l'ebrezza e la sobrietà, la stoltezza e l'arguzia. La genialità di questa epoca è segnata da capisaldi della letteratura come questo testo.
Nel 1857 Baudelaire pubblica "I fiori del male". Spopolano subito, come una macchia d'olio sul tavolo, e tutti ne parlano entusiasti. Ovviamente, come non mettere i bastoni tra le ruote a chi, intelligentemente, racconta la realtà per quello che è ? Subito, viene censurato, e l'autore viene costretto a pagare una multa piuttosto salata, oltre a dover rimuovere 6 poesie definite "scandalose". Come se non bastasse, tanto per mettere ancora di più il dito nella piaga, due anni dopo Baudelaire ripropone l'opera in modo integrale, aggiungendo 35 nuovi componimenti, riguadagnando così il riutilizzato appellativo di "scandaloso".

Il degrado. Così potremmo definire la visione d'insieme del poeta. In una società fatta di false speranze, illusioni, finzioni, borghesia bigotta e malsana. Non c'è via di scampo da queste "visioni", da queste "corrispondenze" che Baudelaire dice di vedere. La realtà ormai non vale più nulla. "L'Ideal", come lo chiama lui, un tempo forse raggiungibile, quel sogno di purezza e immaginazione che lui vorrebbe raggiungere è caduto, ed è stato rimpiazzato dallo "Spleen", dal male di vivere, dalla noia, dal nulla. Non basta dire che il poeta studia l'uomo in quanto uomo e la realtà in cui vive. Non basta più per lui. C'è la necessità di andare oltre, di analizzare ogni singola cosa, poiché tutto è poesia, e scavare negli antri profondi. Negli "abissi amari" di cui si parla nella poesia "L'Albatro".
Baudelaire è un poeta estremamente controverso, dall'alto della sua bassezza rompe ogni legame con la società, decide di alienarsi da essa. Un allontanamento seguito da una ribellione, una ribellione in tutti i sensi. Non si parla di cose banali. Si parla di ribellarsi al modo di pensare, alla cecità della visione di una società plasmata sul soldo e sulla gerarchia sociale.
Con incredibile lucidità, nonostante l'abuso di sostanze stupefacenti e alcool, Baudelaire ci propone la visione della società francese in tutte le sue forse. Questa ribellione, meglio definita nella sezione "Rivolta", è un modo per raccontare ciò che di marcio c'è nelle fondamenta umane. Ormai non basta più vivere le giornate come se fossero lo scorrere leggero, il passare del tempo incessante. Anzi, quel passare incessante è angoscioso per Baudelaire, sottolinea ancor più la fragilità di noi umani, la nostra incoscienza. Attraverso fitti simboli tra le parole, riesce a sconvolgere la poetica fino allora proposta, e a migliorarla. Simboli molto spesso non visibili, celati dietro al velo sottile, ma allo stesso tempo netto, che la realtà pone nei confronti della verità. Infatti, Baudelaire non ci parla di una certezza assoluta, non ci parla di una verità. Ci parla del "nuovo". Di un'armonia superiore, non rintracciabile in quello che lui vive. Questa armonia, questa sorta di paradiso incantevole, non è tangibile all'animo umano, è troppo distante per essere anche solo intravista. Però è sempre con noi, in mezzo a quei simboli tanto cari alla sua poetica. Essa lui cerca di raggiungerla con queste sostanze, cerca di evadere da una visione troppo cruda e deprimente, troppo decadente della realtà. Ma, quando ormai, troppo tardi, si rende conto che non è possibile scappare, che non si può andare via da ciò che ci ha partorito, è lì che sopraggiunge la morte. "La morte", ultima sezione di questa antologia poetica, segna la fine di ogni illusione, la cessazione di ogni possibilità di evasione e quindi di felicità.
In Baudelaire non si parla di una poetica semplice, facile da afferrare. E' sfuggevole come ogni attimo in cui voi state leggendo, e io sto scrivendo queste poche parole. Tutto si ricollega a tutto perché proprio quel tutto è essenziale in ogni sua parte. Quando si parla della morte, importante nella vita quanto la vita stessa, non è una morte fisica. Una morte psicologica dell'essere. Nella società del suo tempo Baudelaire intravede la fine di una vita, la fine di una possibilità di vincere, magari, di vivere degnamente.

Nel suo tono ironico, nella sua se possiamo dire spavalderia nell'affermare certe cose (assolutamente vere e geniali), si intravede una malinconia, una tristezza che ha le sue radici ormai profonde. Non c'è più nulla che lo interessi, non c'è più nulla che lo stimoli.
Un ribelle come Baudelaire è degno di essere letto proprio perché non è un ribelle come quelli di ora. Non si drogava per andare contro gli ideali. Lui si drogava in quanto questo gli permetteva di andare oltre, di possedere doti e conoscenze lontane dagli altri anni luce. La ribellione di Baudelaire non ammette regole che si adeguino al sistema. Non ammette niente che sia lontanamente legato ad esso.

Per ritornare all'origine, l'analisi di questo testo non è sempre semplice. Questo perché prima di tutto è ambiguo. Già il titolo offre spunti di riflessione: infatti esso può essere inteso come i fiori del male, ovvero il papaver somniferum, dal quale si ricava l'oppio, oppure, i fiori, beatissima dote della natura, definiti del male in quanto nati da essa, dalla corruzione della natura stessa.
Altro tema fondamentale è l'amore. Un amore sensuale, ricco di passioni che fanno ribollire le vene, fanno impazzire il corpo e lo eccitano.

Insomma, questo tempo, che segna la nascita della poetica moderna, non è facile da interpretare perché noi umani stessi non lo siamo. Baudelaire ha racchiuso in quelle parole proprio tutta l'essenza umana, e essendo noi complessi e quasi impossibili da conoscere, non è facile interpretare.
C'è chi dice, e io concordo, che "I fiori del male" rappresentino la vita. La nascita, la ribellione, la morte. Tutto si riduce a quello. A morire. Ci viene offerta una possibilità. Chi è che la offre ? Essenzialmente siamo noi stessi a darcela: è meglio apparire, e vivere come gli altri, o è meglio essere, e conoscere, scavare, andare oltre ? La prerogativa a questa domanda è chiedersi se sia giusto porsela. Ormai, e questo rattrista ogni persona che lo abbia capito, nulla più è vero. Tutto si nasconde e sfugge via lontano lontano. Così come le foglie cadono ad autunno, ed è loro destino cadere, noi cadiamo, perché è nostro destino cadere. Noi umani cadiamo nel momento in cui decidiamo di non perdere una vita per ciò che è impure e sdegnoso, e mai ci rialziamo più.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Rimbaud, Dino Campana e i poeti maledetti.
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