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«Se la mia parola ti giunge inaspettata / insolente, piena e rovente / una foglia d’ortica / che sfiora la pelle lesionata / flagello / la parola / travolge / oltraggia / spiazza / il tuo silenzio / il tuo ricovero / vuoto / manchi di fede / manchi di odio / quando la parola ti giunge / inaspettata / veraì / vera / vera / erranza ardente / che scioglie il sole / in gola» «Forse è solo vento / ciò che vedo risplendere a tratti / la mia voglia di vita / in frammenti di verità / conficcati in abissi di sabbia / oltre i soli dei mari / le meduse ardono / di amori fluttuanti» Dai giudizi dei giurati: “L’intensità dei versi è molto spesso assoluta.” (Antonella Jacoli); “Una lettura intensa dalla quale si esce dopo essersi analizzati, puniti, redenti.” (Bruna Cicala); “Lirica e nervosa, capace di lanciare abbaglianti sprazzi e subito dopo di chiudersi in un corrivo e introverso silenzio.” (Salvatore Ritrovato)

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Dimentica chi sono 2018-11-21 03:55:32 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    21 Novembre, 2018
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La speranza degli ultimi

Ritorna in libreria, dopo un periodo di tre anni (la precedente silloge Solo brevi domande esiliate risale al 2015) , Griselda Doka con una nuova raccolta che non è una prosecuzione della precedente, ma presenta caratteristiche del tutto autonome. In Solo brevi domande esiliate c’era l’evidente necessità di riproporre il proprio passato e con esso di dare voce e vita a quel paese, l’Albania, da cui un giorno la poetessa è partita alla ricerca di un avvenire migliore. In Dimentica chi sono, ormai integrata nella nuova realtà e nel nuovo paese, il nostro, la tematica non cerca più di far riaffiorare le radici di un tempo che mai si dimenticherà, ma che piano piano funge da esperienza, da un periodo di vita diverso, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti; Griselda invece questa volta parla di amore, ma non è un sussurro, non è un dolce conversare, bensì è una ricerca di ciò che manca, vale a dire l’amore ( Dimentica chi sono dimentica chi sei tu, mia costante evasione /che percorri il mio Sud, tortuoso / cercami / nei campi di zagara bianca /colmi di nettare pregnante / che ti scorre nelle vene / quando l’odore del mio sesso /è la sinfonia che ti accoglie). E come tutte le ricerche si prevede un’occorrenza di tempo, ma anche di spazio e così la poetessa affronta un viaggio, inizia un percorso all’interno di se stessa, ma anche al di fuori, in cui i versi sono gridati, per un senso di ribellione intima, che pur tuttavia talora trovano una pace, un momentaneo appagamento che smussa i toni, lenisce il dolore, fa sorgere un esile filo di speranza che finisce con lo spezzarsi nella cognizione di essere disperatamente sola. E ciò nonostante, proprio perché tutti siamo figli della terra che ci ha generato, a tratti ritorna il pensiero a quel mondo di montagne e di aquile lasciato anni fa, a quel ricordo di prime migrazioni dove già allora l’Italia si dimostrò impreparata, e in questi frangenti la poesia si fa verbo, il verbo si fa azione, l’azione diventa un lacerante urlo muto.
Silloge indubbiamente di maggiore complessità della precedente appare avvolta nella nebbia del detto non detto, cioè assume caratteristiche marcatamente ermetiche, ma a tratti si estrinseca in un sillabo di tutte le migrazioni, passate, presenti e future, un accorato appello, e forse una speranza, che quell’unico Dio, se c’è e se vede, stenda la sua mano pietosa a soccorrere gli ultimi degli ultimi, e perché no, anche la migrante del cuore, anche chi è alla disperata ricerca d’amore.

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