Saggistica Storia e biografie Il divano di Istanbul
 

Il divano di Istanbul Il divano di Istanbul

Il divano di Istanbul

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Alessandro Barbero del millennio ottomano disegna i quadri complessivi di una civiltà, muove la dinamica dei grandi avvenimenti, delle leggendarie imprese e delle decisive battaglie, restituisce il profumo e la cifra di una forma di cultura tanto estranea quanto modellatasi nel contatto con la nostra, ricrea attraverso la ricchezza degli aneddoti l’atmosfera quotidiana: in una storia che essendo quella di un’altra Europa è tutta storia nostra, densa di significati attuali.



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Il divano di Istanbul 2015-12-04 06:53:27 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    04 Dicembre, 2015
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La Sublime porta

L’impero ottomano, chiamato anche Sublime porta, è durato più di sei secoli, all’incirca dal 1300 fino al 1922 e prima che iniziasse la sua decadenza, avviata nel 1699, quando i turchi, pressati dagli austriaci, dovettero abbandonare l’Ungheria e la Transilvania, fu una potenza antagonista del mondo occidentale, costituendo una reale minaccia per i vari stati europei. Per quanto mi sovviene la memoria, però, a scuola si insegna poco e in modo lacunoso anche una sua breve storia, confinandola più alla minaccia costante dei pirati saraceni e alla famosa battaglia navale di Lepanto, uno dei rari episodi da cui gli ottomani uscirono sconfitti. Nello studente si crea così l’immagine di una potenza feroce, di uno stato impostato e retto ben diversamente da quelli che erano i suoi antagonisti e in pratica si ritrae l’impressione di qualche cosa di lontano dai nostri interessi al punto da non richiedere una maggior conoscenza. È quasi inutile che dica che questo è un errore, perché molto della storia medievale e soprattutto rinascimentale europea potrebbe essere capito meglio solo che si dedicasse un po’ più di attenzione alla Sublime porta. Ho ritratto questa opinione dalla lettura di questo interessante libro (Il divano di Istanbul), scritto da Alessandro Barbero, uno storico di cui vado sempre più apprezzando il rigore logico e l’indubbia obiettività. Il titolo in verità può apparire fuorviante, richiamando quel pezzo d’arredamento quasi sempre presente nelle nostre case e grazie al quale possiamo riposare senza dover necessariamente dormire, a meno che non ci troviamo di fronte a un televisore acceso. No, quel divano non c’entra, perché in turco è con il termine divan che si indica il governo. Fatta questa premessa, preciso che il lavoro di Barbero, a cui non manca di certo la capacità di rendere attraente e comprensibile un’opera anche a un profano, nella circostanza, come impostazione, appare più cattedratico, pur non assumendo caratteristiche di grevità, e d’altra parte non potrebbe essere altrimenti perché per parlare di un impero così diverso è stato quanto mai necessario dedicare ogni capitolo a una sua caratteristica. Si apprende così che, benché il Gran Sultano, cioè l’imperatore fosse mussulmano, vigeva la più ampia liberta religiosa, che i famosi giannizzeri, la miglior fanteria, era reclutata, come del resto gli addetti di corte e il Gran Visir e l Visir, cioè il primo ministro e gli altri ministri, fra i giovani cristiani dell’impero, che i sudditi, a differenza che in occidente, non erano servi della gleba, legati mani e piedi ai feudi, ma completamente liberi. Sembrerebbe, quindi, uno stato con tanti pregi, ma non mancavano i difetti, fra cui un’endemica corruzione, una continua sete di conquista e anche una chiusura alle novità (influsso questo della religione mussulmana) che faceva scontare un’arretratezza non solo artistica, ma anche economica. Di conseguenza, come tutti gli stati, era caratterizzato da luci e da ombre, ma ciò non toglieva il desiderio dei nostri servi della gleba di esservi sottomessi, pur paventando le incursione dei pirati saraceni, spesso protetti dagli ottomani, e che quanto a ferocia sembra non avessero uguali: arrivavano sulle coste, sbarcavano, assalivano i villaggi, uccidevano gli uomini, oppure li rendevano schiavi, violavano le donne, per poi portarle via per venderle pure loro come schiave. L’esercito ottomano, normalmente, si comportava meglio, ma ciò non toglieva, come anche nel caso degli armati europei, che la conquista di una città sovente finisse in saccheggi e violenze.
Il merito di Barbero è di aver sollevato il velo su questo grande stato, facendoci conoscere cos’era e com’era, temuto, ma anche rispettato, un coacervo plurireligioso e multilinguistico, che molto contava sull’agricoltura, all’epoca una delle più floride, a volte dominato da Sultani debosciati, altre da uomini di grande talento, come nel caso di Solimano il magnifici, detto anche Il legislatore. Ne esce così un quadro che pur in un numero di pagine non ampio, ci offre una serie di notizie che ci portano a conoscere un mondo di cui sapevamo l’esistenza, ma che ci sembrava confinato al di là di una linea che marcava il passaggio dalla realtà alla fantasia.
Da leggere, ci mancherebbe altro.

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I testi storici di Alessandro Barbero
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