Abbandonare un gatto Abbandonare un gatto

Abbandonare un gatto

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Il primo memoir del grande autore giapponese. «Mi sono tenuto dentro questa storia per molto tempo, come una spina rimasta in gola. Finché, per caso, mi sono ricordato che una volta, da bambino, ero andato con mio padre ad abbandonare un gatto su una spiaggia...» Nei suoi romanzi e racconti Murakami ha creato un'infinità di mondi, e ne ha svelato ogni segreto ai lettori. Ma c'è una dimensione in cui la sua penna non si è quasi mai avventurata: la sua vita. Con Abbandonare un gatto, Murakami scrive per la prima volta della sua famiglia, e in particolare di suo padre. Ne nasce un ritratto toccante, il racconto sincero del «figlio qualunque di un uomo qualunque». E forse proprio per questo speciale. A tradurre in immagini questo delicato racconto autobiografico, le invenzioni di uno dei più importanti illustratori contemporanei, Emiliano Ponzi, che con i suoi colori aggiunge poesia alla poesia in un'edizione unica al mondo.



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Abbandonare un gatto 2020-12-14 12:19:07 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    14 Dicembre, 2020
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Padri, figli e una gatta.

«Tutti, chi più chi meno, avranno probabilmente un’esperienza dolorosa che non possono dimenticare, o che non riescono a esprimere a parole, e se la porteranno nella tomba.»

Torna in libreria Haruki Murakami con “Abbandonare un gatto”, opera avvalorata da preziose illustrazioni a firma Emiliano Ponzi. Il titolo che ci propone questa volta il noto autore giapponese non è altro che un lungo e intenso racconto che parte dall’aneddoto di questa gatta che non si sa bene per quale ragione il padre del nostro protagonista/scrittore bambino decise di abbandonare. Per tutti gli amanti dei gatti, c’è un risvolto positivo che qui non svelo ma, per il piccolo quell’episodio fu alquanto strano e incomprensibile perché la famiglia Murakami abitava in una casa con giardino ed era solita ospitare in questo mici randagi. Un remoto episodio dal quale ha inizio un flusso di ricordi che ruota attorno alla figura del padre. Nato il 1° dicembre 1917, secondo figlio del priore del tempio Anyoji, nella municipalità di Sakyo-Ku, quartiere di Awataguchi, egli ha fatto parte di una generazione sfortunata. Quando questo aveva soltanto pochi anni giunse al termine quell’epoca di pace e democrazia vigente in Oriente, epoca che stava portando il Giappone incontro a una grave crisi economica e a quello che sarebbe stato il pantano della guerra con la Cina e alla tragedia del conflitto mondiale. Il padre di Murakami era riuscito a sopravvivere alla confusione e alla povertà del secondo dopoguerra ma per arrivare a questo aveva dovuto passare anni di ristrettezze economiche, fame e ostilità.

«Una volta, da bambino, gli chiesi per chi pregasse. “Per le anime di chi è morto in guerra”, mi rispose. Per i soldati giapponesi, ma anche per i cinesi, che erano i nostri nemici.»

Eh sì, perché seppur al tempo fosse studente, fu richiamato alle armi e fu costretto, come molti altri suoi coetanei a partire e ad assistere a massacri e ad avvenimenti infausti e particolarmente dolorosi. Quando fece il suo ritorno, in due tempi, a casa, era ormai una persona profondamente cambiata e turbata da quel che era accaduto.

«È così che funzionano le relazioni umane, è così che funziona la storia.»

Haruki, nato nel 1949, ha risentito particolarmente di quanto occorso e ha sempre avuto un rapporto particolare con questa figura paterna, una figura con la quale è riuscito a riappacificarsi soltanto al culmine degli ultimi anni di questa.

«È un ricordo della mia infanzia che mi ha lasciato una forte impressione. Inoltre mi ha insegnato una cosa importante: nella vita, scendere è molto più difficile che salire. In termini più generali, spesso il risultato va al di là dello scopo e lo rende inutile. A volte è un gatto a restare ucciso, a volte un essere umano.»

Ha riflettuto, si è interrogato, ha rivissuto quel tempo e in queste pagine ce ne rende partecipi, ci destina della sua memoria e di quelle riflessioni che sopraggiungono con il passare degli anni, quando hai abbastanza esistenza alle spalle da poter fare dei bilanci, inizi a vederne una fine e al contempo puoi valutare davvero il risvolto del tuo vivere.

«È ovvio che dopo aver superato una certa età, ho capito che ogni persona è fatta a modo suo, ma quando ero adolescente non mi sentivo a mio agio nell’ambiente famigliare. Mi portavo dietro un vago senso di colpa.»

Il risultato è quello di uno scritto breve di appena settanta pagine ma intenso, un elaborato che arriva semplicemente con tutta la sua forza e che invita alla ponderazione il conoscitore che ne è rapito e conquistato. La lettura è rapida, le pagine si susseguono alle immagini, eppure il contenuto è indelebile e intriso anche un velo di malinconia che non manca di ricordarci chi siamo e cosa siamo. Perché siamo alla fine niente più che l’accumulo del nostro essere stati, l’accumulo del nostro aver vissuto, del nostro essere caduti e del nostro esserci rialzati.

«È l’accumularsi di queste piccole cose che mi ha formato, che mi ha reso la persona che sono ora.»

Introspettivo, magnetico, riflessivo. Da leggere e gustare poco alla volta.

«In altre parole, ognuno di noi è una delle innumerevoli, anonime gocce di pioggia che cadono su una vasta pianura. Una goccia che ha una sua individualità, ma è sostituibile. Eppure quella goccia di pioggia ha i suoi pensieri, ha la sua storia e il dovere di continuarla. Non lo dobbiamo dimenticare. Anche se si perde la propria individualità per essere inglobati e annullati in qualche massa. Anzi, dovrei dire “proprio perché si è inglobati in una massa”.»

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