Poesia Poesia straniera Una sola moltitudine
 

Una sola moltitudine Una sola moltitudine

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«Il nome di Fernando Pessoa esige di venir incluso nella lista dei grandi artisti mondiali nati nel corso degli Anni Ottanta: Stravinskij, Picasso, Joyce, Braque, Chlebnikov, Le Corbusier». Così ha scritto Roman Jakobson. Ma se, nel caso degli autori citati, l’opera è più che nota, nel caso di Pessoa le scoperte e le sorprese sembrano non finire mai: dopo la sua morte (1935), fino a oggi, dal baule prodigioso dei suoi manoscritti sono continuati a uscire testi che rendono sempre più intricato e vertiginoso il mondo di questo scrittore, di cui si può dire – ed è una pura constatazione – che più che uno scrittore fu un’intera letteratura.



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Una sola moltitudine 2017-07-22 16:56:42 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    22 Luglio, 2017
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Uno, nessuno, centomila

Una sola moltitudine è una raccolta di poesie e scritti di vari eteronimi di Pessoa e vuole dare una idea di come la personalità dell’autore sia poliedrica. Pessoa è un contenitore di gente, i suoi eteronimi, con carattere, gusti, biografia e persino calligrafia diverse. La giocosità sotterranea con cui gli eteronimi discutono tra loro delle reciproche opere fa pensare che non solo il dolore ma anche la schizofrenia artistica con relative personalità multiple sia un prodotto artificiale della mente geniale di Pessoa. Gli eteronimi si differenziano nella personalità e quindi nel modo di scrivere e persino di guardare il mondo: Pessoa è affetto da un tedio paralizzante che lo induce a non volere nulla che non sia scrivere, De Campos è apparentemente più pratico, diretto e forse cinico, ma a me non dispiace, e Caeiro è il più bucolico e virgiliano in un certo senso, tutto pecore, vento e nuvole e cielo. Ci sono lettere in cui l’eteronimo discute l’opera letteraria dell’altro eteronimo dando l’idea della “moltitudine” ma soprattutto della solitudine da cui scaturisce questo fitto dialogo di più menti in una, da cui il titolo della raccolta. Dio, regno, peso di vivere sono i temi più presenti. Il regno a volte è quello del re Sebastiano (quello che sparì anche nella canzone di Guccini) di cui Pessoa si sentiva la reincarnazione o qualcosa del genere. Fa parte della sua difficoltà di vivere la difficoltà di amare e di avere sentimenti che in lui nascono principalmente dall’intelletto e non dalla sofferenza del vivere. La sofferenza è stata inglobata dall’ambiente estetico irreale in cui l’autore si è chiuso e quindi anche la vera sofferenza dell’autore è diventata letteraria e “finta” (anche se vera) e il suo dolore è di natura soprattutto intellettuale (tedio) come è spiegato nella famosa poesia Il poeta è un fingitore. Per lui la scrittura nasce da una tomba esistenziale spazio temporale esclusivamente dedicata all’arte e non dalla vita reale. Scrivere per lui significa vivere in una specie di acquario fatto di solitudine e letture e amici immaginari. Nell’arte la verità è il lievito dell’opera e non deve mai mancare, almeno così pensavano molti artisti “maledetti”. Certo la scrittura come la lettura ti rapisce dal mondo e non è facile avere il senso della misura. Ma, Pessoa non potrebbe nemmeno volendo ragionare così a proposito dell’arte dato che per lui la vita è sogno, quindi in ogni caso finzione e la vera realtà è altrove. E’ come se vivendo fosse stato calato nella finzione letteraria da un dio scrittore, come immaginato anche da Unamuno. Non ha altra scelta che lasciarsi vivere perché tanto, ogni cosa è stata decisa a tavolino dal dio della penna, e l’uomo non può che aspettare l’ultima pagina.
In tale finzione nella finzione, Careiro/Pessoa precisa che non è nemmeno se stesso perché si sente malato e essendo malato tutto quello che pensa e che dice è detto al contrario di come è, cioè è tutto un gioco del rovescio (da cui il romanzo di Tabucchi Il gioco del rovescio). Insomma è come se Pessoa facesse l’occhiolino ai lettori da una delle sue poesie suggerendogli: non vi preoccupate troppo per me o per quello che vedete/leggete/sentite e non prendetemi troppo sul serio. Io sono un altro. Io so chi sono, siete voi che non lo sapete e ora mi vedete al rovescio.

Sento orrore
Al significato racchiuso
In occhi umani…
Sento necessario
Nascondere il mio intimo agli sguardi
E alle inquisizioni degli sguardi;
non voglio che nessuno sappia ciò che sento,
oltre che non poterlo confidare a nessuno…
(F. Pessoa)

La luce della luna, quando batte sull’erba,
non so cosa mi fa ricordare…
Mi ricorda la voce della vecchia domestica
Che mi raccontava novelle di fate,
e di come la Madonna vestita da mendicante
girava la notte per le strede
soccorrendo i bambini maltrattati…
Se non posso più credere che ciò sia vero,
perché batte il chiaro di luna sull’erba?
(A. Caeiro)

Rientro e chiudo la finestra.
Mi portano il lume e mi augurano la buona notte.
E la mia voce contenta augura la buona notte.
Possa la mia vita essere sempre questo;
il giorno pieno di sole, o soave di pioggia,
o tempestoso come se finisse il Mondo,
la sera soave e i gruppi che passano
guardati con interesse dalla finestra,
l’ultimo sguardo amico dato alla calma degli alberi,
e poi, chiusa la finestra, acceso il lume,
senza leggere niente, senza pensare a niente, senza neppure dormire,
sentire la vita scorrere in me come un fiume nel suo letto.
E là fuori un grande silenzio come un dio che dorme.
(A. Caeiro)

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi,
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
(A. De Campos)

Grandi misteri abitano
La soglia del mio essere,
la soglia dove esistono
grandi uccelli che fissano
il mio tardivo andare aldilà di vederli.

Sono uccelli pieni di abisso,
come ci sono nei sogni.
Esito se scandaglio e medito,
e per la mia anima è cataclisma
la soglia dove essa sta.

Allora mi sveglio dal sogno
E mi rallegro della luce,
seppure di malinconico giorno;
perché la soglia è paurosa
e ogni passo è una croce
(A. De Campos)

Le 4 canzoni che seguono
Si separano da tutto ciò che penso,mentiscono a tutto ciò che sento
Sono il contrario di ciò che io sono…
Le ho scritte quando ero malato
E perciò esse sono naturali
E concordano con ciò che sento,
concordano con ciò con cui non concordano…
Quando sono malato devo pensare il contrario
Di ciò che penso quando sono sano.
(Altrimenti non sarei malato),
devo sentire il contrario di ciò che sento
quando sono in salute
devo mentire alla mia natura
di creatura che sente in un certo modo…
Devo essere completamente malato-idee e tutto.
Quando sono malato, la mia malattia non è altro che questo.
Perciò codeste canzono che mi rinnegano,
non mi possono rinnegare
e sono il passaggio della mia anima di notte,
lo stesso paesaggio al rovescio….
(A. Caeiro)

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Una sola moltitudine 2015-10-22 16:47:01 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    22 Ottobre, 2015
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Ecco i nostri occhiali

Per chi, come me, è affascinato dalla letteratura del primo novecento, quella che dovette fare i conti con la grande crisi dei valori borghesi ottocenteschi, che si trovò nel bel mezzo della più grande tragedia che l’umanità avesse mai vissuto (sino ad allora), che nel giro di un trentennio rivoluzionò per sempre il modo di scrivere, questo volume Adelphi rappresenta una lettura imprescindibile, una pietra miliare, che permette di scoprire e di approfondire una delle più grandi personalità letterarie di quel periodo che, a lungo sconosciuta o sottovalutata, merita sicuramente di stare a fianco di Musil, Kafka, Proust, Joyce.
Oggi molti sono i volumi che ci presentano scritti di Pessoa, ma 'Una sola moltitudine', che si compone di due volumi, ha una funzione oserei dire didattica rispetto alla complessità della figura di Pessoa, perché – anche grazie allo splendido saggio di Antonio Tabucchi posto in prefazione – entra nel vivo di quello che è il tratto peculiare della letteratura di Pessoa, ovvero il fatto che lo scrittore si è avvalso, nei suoi scritti, di una serie di eteronimi. Per chi non conoscesse questo autore è necessario spiegare: sia nelle (relativamente poche) opere pubblicate in vita, sia nella miriade di scritti trovati nel baule dello scrittore dopo la sua morte, e pubblicati a partire dal 1942, egli spesso non si è avvalso del suo nome, ma di quello di molti altri letterati da lui inventati. Non si tratta però, come solitamente accade, di pseudonimi volti per qualche motivo a celare l’identità dell’autore, ma di vere e proprie diverse personalità del Pessoa scrittore, dotate ciascuna di una precisa personalità letteraria nonché (almeno i più importanti) di una precisa biografia: sono quindi degli eteronimi, delle vere e proprie altre personalità attraverso le quali Pessoa è riuscito ad esprimere non solo tutte le sfaccettature della sua scrittura, ma anche ad enfatizzare ed a moltiplicare quasi all’infinito, a far divenire corale il suo aristocratico disgusto per la quotidianità e la sua coscienza di vivere in un mondo in disfacimento. Gli eteronimi sono infatti a mio avviso necessari a Pessoa per poter sopportare – attribuendoli ad altri – i messaggi disperati che le loro poesie e i loro scritti lanciano, per delimitare entro ambiti psicologicamente accettabili – quelli gestiti dal Pessoa ortonimo – la coscienza della propria inutilità di uomo ed intellettuale nei confronti delle dinamiche, spesso assurde e stupide, del reale. E’ in questo senso che – secondo me – si devono interpretare alcuni tratti del rapporto tra Pessoa e i suoi eteronimi apparentemente assurdi, quali la lettera che Pessoa scrive e spedisce ad uno di essi o le polemiche culturali tra i diversi eteronimi (ovviamente scritte da lui): Pessoa ha bisogno che l’"Ultimatum" sia scritto da Álvaro de Campos, che il "Libro dell’inquietudine" sia di Bernardo Soares, perché il peso delle cose che ha da dire non è sopportabile da una persona sola.
Può sembrare paradossale che uno dei più radicali innovatori della letteratura del ‘900, uno dei più lucidi analisti della crisi epocale in cui il mondo si trovava si sia incarnato in uno dei paesi più arretrati e culturalmente isolati d’Europa nella figura di un impiegato di concetto, di tendenze politiche nettamente reazionarie, che sino alla morte ha tradotto in inglese lettere commerciali passando giornate scandite da una monotonia e uno squallore drammaticamente esposti nelle pagine di diario che Una sola moltitudine ci regala. Eppure questo paradosso è solo apparente. Innanzitutto l’impiegato Pessoa conosce almeno tre lingue, è fortemente impregnato di cultura anglosassone, è in contatto con alcune delle figure chiave delle avanguardie europee delle quali è profondo conoscitore, è un animatore culturale cui si devono la fondazione di riviste letterarie (che in genere non andavano oltre i due numeri) il cui ruolo era comunque in parte già riconosciuto lui vivente. Il suo è un reazionarismo non gretto, ma l’approdo (sbagliato, a mio avviso) di una coscienza intellettuale profondamente aristocratica (nel senso della coscienza della propria superiorità) rispetto alla banalità, alla grettezza (quella sì) della società borghese portoghese, che (quante analogie con l’Italia…) non ha mai fatto una vera rivoluzione, limitandosi ad assumere il potere per compromesso, e ad esprimere culturalmente valori ormai altrove già superati dalla storia. In superficie si potrebbero trovare analogie tra l’atteggiamento politico di Pessoa e quello di D’Annunzio ma, come accennato anche da Tabucchi, gli esiti culturali del primo sono ben diversi dall’estetismo fanfarone e francamente provinciale del 'vate de noantri'.
Anche il fatto che il fiore di Pessoa sbocci in un angolo appartato di Europa come il Portogallo non deve stupire: a parte il fatto che comunque questo angolo appartato è stato storicamente uno dei fulcri del contraddittorio sviluppo della civiltà occidentale, è forse proprio da qui, da una terra dove persino la tragedia della guerra giunge in seconda battuta, che una personalità come quella di Pessoa ha avuto modo di esercitare con distacco il suo scandaglio analitico ed a tratti irridente (sì, ci sono anche tratti ironici e sarcastici nella poetica di Pessoa e dei suoi compari) sul tumultuoso mondo delle avanguardie europee e di raccontarci con modi del tutto originali una crisi che nel suo paese assumeva tratti peculiari ma che era di un intero modello sociale e culturale.
'Una sola moltitudine' ci permette di affrontare questa complessa personalità umana e letteraria presentandoci una molteplicità di scritti, suddivisi in base all’autore. Questo primo volume, in particolare, riporta scritti di Fernando Pessoa ortonimo e di due tra gli eteronimi più importanti, Bernardo Soares e Álvaro de Campos.
Mentre di questi ultimi (ovviamente…) sono presentati solo testi letterari, del Pessoa ortonimo troviamo anche appunti sparsi, pagine di diario e lettere.
Le pagine di diario, relative a poche giornate dell’inizio del 1913 (Pessoa è venticinquenne), testimoniano in maniera spietata la solitudine di questo giovane, la sua disperata capacità di esprimere, con notazioni quasi stenografiche, lo squallore del suo lavoro quotidiano ma anche il distacco con cui guarda ai rapporti umani e finanche alla sua attività letteraria: Pessoa annota, quasi mai commenta, mai esprime un sentimento o un’emozione.
Molto importanti per addentrarci nella personalità dell’autore sono le lettere: il volume ne riporta parecchie, alcune del tutto private: tra queste molto divertenti quelle indirizzate a Ophélia Queiroz, la sola donna con cui abbia avuto una relazione sentimentale, peraltro breve, ed in cui si scopre un Pessoa scherzoso, che non rinuncia neppure con l’amata a servirsi dei suoi eteronimi, ma che ripiomba nella fredda capacità analitica, in funzione visibilmente difensiva, nel momento in cui la relazione sta per finire.
Sicuramente le lettere più importanti nell’economia del volume sono le due indirizzate ad Adolfo Casais Monteiro, un critico letterario cui Pessoa spiega la genesi e le motivazioni dell’eteronimia. Anche gli appunti sparsi, che contengono piccole annotazioni personali, frammenti di testi non pubblicati, aforismi e pensieri, e che in gran parte sono riferiti agli anni di gioventù dell’autore, ci permettono di addentrarci nella personalità di questo grande solitario e nella sua coscienza della propria inadeguatezza.
L’ampia selezione di poesie che segue è esplicativa del percorso intellettuale del Pessoa ortonimo, dai sentori simbolisti di 'Chuva Oblíqua' all’esoterismo di 'Sulla tomba di Christian Rosencreutz'. Sono poesie, alcune brevissime, da leggere e rileggere con attenzione, perché aprono mondi di riflessione. Accanto a temi di carattere intensamente intimista ci sono veri e propri manifesti intellettuali ed anche poesie crudamente realiste come la splendida 'Prendemmo la città dopo un intenso bombardamento'.
Seguono alcune pagine scelte dal Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, l’eteronimo più simile a Pessoa, che egli incontra in una trattoria del Rossio e che gli consegna questo manoscritto. Essendo il Libro dell’inquietudine disponibile come edizione singola, rimando a recensioni di quell’opera.
Quasi metà del volume è dedicata ad Álvaro de Campos, l’eteronimo più utilizzato da Pessoa, quello cui affida il compito di essere rappresentante ed inventore di avanguardie letterarie. La sezione è aperta dalle note che altri eteronimi scrivono sulla poesia di Campos, tra le quali quella critica e riduttiva di Ricardo Reis, eteronimo classicista, seguite da una nota e due lettere scritte da Campos stesso (quanto si divertiva Pessoa a fare queste cose?).
Seguono una serie di poesie di Campos, dalla vigorosa e futurista 'Ode marittima' alla splendida 'Tabaccheria', nella quale anche il vitalissimo Campos si arrende (come dice Tabucchi) al fallimento del ruolo dell’intellettuale rispetto alle dinamiche storico-sociali, fallimento condensato negli splendidi versi

'Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di conquistarlo, anche se ha ragione'.

Bellissimo e sferzante lo sberleffo dell’artista pseudorivoluzionario che si acconcia alla carriera, espresso da 'Marinetti accademico', significativamente, a mio avviso, rivolto ad un intellettuale italiano.
Stranamente Tabucchi sceglie di porre il manifesto del vitalismo avanguardistico di Campos, attraverso il quale Pessoa/Campos lancia strali feroci, e a volte ingiusti, verso la cultura ufficiale e la politica del tempo (siamo nel 1917), in fondo al volume, quando secondo me sarebbe stato meglio anteporlo alle poesie di Campos, visto il suo contenuto programmatico.
Chiudo tessendo l’elogio del saggio 'Un baule pieno di gente' di Antonio Tabucchi, che esalta il carattere didattico del volume fornendoci, oltre che un quadro generale della personalità poetica e umana di Pessoa, un atlante degli eteronimi, dei movimenti intellettuali del Portogallo dell’epoca (molti inventati da Pessoa stesso) e delle riviste alle quali collaborò o che animò in prima persona.
Sembra che Pessoa morente abbia chiesto 'datemi i miei occhiali': questo libro ci fornisce una lente potentissima per affinare la nostra coscienza interiore e del mondo che ci circonda.

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