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Il cacciatore di androidi
 
Il cacciatore di androidi 2012-01-29 10:20:45 antonelladimartino
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    29 Gennaio, 2012
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Chi siamo?

Sì, il film è diverso: ha una trama semplice e lineare e include elementi appartenenti ad altre opere di Dick. Il libro invece, dalla struttura molto complessa, si differenzia da altre opere dello stesso autore per l’atmosfera cupa e la mancanza di ironia. La domanda sottintesa, che tormenta i personaggi e guida la narrazione, riguarda la nostra essenza: chi siamo?

Il protagonista principale del libro, Rick Deckard, è uno sbirro senza fascino, un piccolo borghese che nutre banali ambizioni sociali, incastrato in un matrimonio infelice. Un uomo comune, insomma. Il suo lavoro è dare la caccia agli androidi che diventano pericolosi per la società. Gli androidi o replicanti che dir si voglia sono organismi “non vivi” perché mai nati, dalle capacità razionali elevate, ma poveri di emozioni.

All’inizio Deckard teme di confondere androidi e umani schizoidi, ma nel corso della storia ci accorgiamo che la differenza è sempre impalpabile: tra memorie fasulle degli androidi ed emozioni fasulle negli umani (che utilizzano macchine che regolano l’umore) non è facile distinguere un cacciatore da una preda.

Chi siamo? Nel corso della narrazione scopriamo le differenze più significative: una di queste è l’amore per gli animali. Gli animali sono diventati ormai una rarità sulla terra, quindi il loro valore, economico e affettivo, è cresciuto a dismisura. Gli androidi non riescono ad amare gli animali, gli umani autentici invece li amano, li desiderano, li usano come testimonianza dello status sociale raggiunto. Ma anche questa differenza si rivela inquietante: l’amore è interessato, si mescola troppo all’ambizione sociale. Un animale finto assomiglia alla nostra borsa firmata fasulla, quindi gli animali ci rendono differenti, ma non migliori degli androidi.

Chi siamo? Un’altra differenza, che torna anche nel film, è la durata della vita: un androide vive (ammesso che questa sia vita) soltanto quattro anni. La Rachel del libro, l’amante androide dello sbirro, dice che “è la cosa che impedisce agli umani di scappare e andare a vivere con un androide”.

Chi siamo? La scatola empatica del libro, un dispositivo che unisce gli uomini in un’esperienza collettiva di tipo mistico, nel film non c’é, ed è un peccato, perché la capacità di utilizzarla è un’altra importante differenza.

L’unico personaggio che nel libro conserva un briciolo di umanità “concreta” è John Isidore, un uomo malato, un “cervello di gallina” dalle capacità cognitive molto scarse, che oltre ad amare gli animali si innamora di una androide e usa la scatola empatica. Alla fine della storia, Isidore viene privato di tutto: gli androidi uccidono gli animali, lo sbirro uccide gli androidi e la scatola empatica si rivela una truffa. E Deckard? A lui rimane una moglie contenta di rivederlo, una tazza di caffè e un rospo artificiale: l’esistenza tipica di un americano medio.

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