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Diamo un segno. Per una storia della sordità
 
Diamo un segno. Per una storia della sordità 2015-07-09 20:42:07 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    09 Luglio, 2015
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Nessun segno di vita

Il sordo non sente, l’udente non ascolta. In estrema sintesi, questa è la logica conclusione al quale perviene questo bel saggio di Donata Chiricò, docente di etica della comunicazione nell’Università degli Studi della Calabria. Il sordo non sente, ma è comunque perfettamente in grado di esprimersi utilizzando la sua lingua madre, la lingua dei segni, e con questa crescere, comunicare, studiare e realizzarsi compiutamente come persona. L’udente non ascolta, infatti, non vuole sentire ragioni, semplicemente non intende neanche minimamente sforzarsi, per interesse proprio o per ignorante presunzione, di capire cosa significa davvero essere sordo; in virtù del fatto che la maggioranza linguistica dominante è oralista, l’udente pretende l’equipararsi a forza alla sola modalità oralista anche di coloro che, assurdamente, egli stesso ha definito sordomuti, e quindi per sola definizione impossibilitati a farlo. La storia della sordità è paradossalmente la storia di un annoso conflitto che insiste tutt’ora, una diatriba che ha i connotati di una guerra di religione.
Un vero e proprio “vizio assurdo”, un modo suicida di analizzare la questione, che da secoli contrappone coloro che dissertano tra la lingua dei segni, la lingua nativa di chi nasce privo di udito e di conseguenza di parola, da sempre e naturalmente usata come lingua madre dalla comunità sorda di tutto il mondo, a quelli che invece indicano nell’apprendimento forzato dell’oralismo l’unico passaporto per l’ingresso dei sordi nella presunta “normalità” sociale. La sordità non è una malattia, al limite è una conseguenza di quella; più precisamente, è una condizione, e differisce da persona a persona al variare di diversi parametri. Ha un rapporto diretto con l’acquisizione della lingua: normalmente il bambino sente e ripete la lingua cui è esposto. Se non la sente, se non acquisisce, e non per sua colpa, il concetto di sonoro, è lapalissiano che mai e poi mai potrà ripeterla. Intendiamoci, non tutti i sordi sono uguali. Esistono sordi divenuti tale a età diverse, con caratteri più o meno accentuati, con differenti vissuti ambientali e familiari e abilità diverse, che hanno conservato residui uditivi, mantenuti sufficientemente in essere e sfruttati con vari artifizi, dalla protesizzazione all’impianto cocleare, e quindi raggiungono un’oralità più o meno efficace. Altri invece sono sordi congeniti, che non hanno nozione alcuna di suoni, parole, articolazioni, all’origine della loro esistenza mancano dell’udito, lo strumento principe per l’apprendimento oralista. Utilizzano allora un altro canale, un’altra lingua; se per assurdo tutti i sordi del mondo nascessero in un unico stato, in una sola nazione, svilupperebbero naturalmente la loro lingua, la lingua dei segni, dando luogo ad una civiltà pari se non superiore a qualsiasi altra sorta sul nostro pianeta e che utilizza una lingua oralista, e nessuno avrebbe nulla da eccepire. Una siffatta società con maggioranza o totalità linguistica dominante sorda e segnante, certamente eccellerebbe in particolare nelle arti figurative, dati la predilezione per le immagini e per il canale sensoriale prioritario, la vista. Questa ipotetica civiltà sorda e segnante non produrrebbe certo sublimi direttori d’orchestra, o capolavori impareggiabili come le sinfonie di Mozart o Beethoven, ma sarebbe comunque una civiltà viva, artistica, d’immagine, con eccellenze espresse nella propria lingua madre, la lingua dei segni. Non è fantascienza o utopia: tutte le volte che nella storia si è espressa una reale emancipazione dei sordi, questo è successo grazie al fatto che essi sono stati messi nelle condizioni di poter studiare, comunicare, utilizzare la loro lingua madre, e con questa crescere e divenire uomini. Invece no: questo non accade, e il sordo non può, non deve dar segno di vita. Nessun segno, nessun segno di vita. Donata Chiricò pone l’accento su questo dilemma, ne rileva le origini, indica gli antichi, primitivi eroici educatori che per la prima volta affrontarono il pianeta sordità dal punto di vista del sordo nativo, i loro studi e le loro osservazioni pedagogiche sul campo, “in vivo”, i loro sforzi, e soprattutto i loro fattivi risultati che restituirono al sordo la propria valenza, dimostrando con i fatti che, solo se gli si permetta di esprimersi nella loro lingua madre, la persona sorda nulla ha da invidiare al normodotato. Si sofferma in particolare sulla figura, icona della comunità sorda mondiale, dell’abate Charles-Michel L’Épée, che a Parigi, in pieno illuminismo, si rese conto che i sordi possedevano un modo naturale, spontaneamente appreso, di comunicare: i segni. Erano segni, una lingua di segni, non un linguaggio, una mimica, una pantomima; questi segni avevano una propria struttura, sintassi, grammatica. Avevano i propri vocaboli, era una lingua viva e vitale, e come tutte le lingue si arricchiva e si sviluppava con l’uso. Allora la organizzò, la insegnò, la diffuse; in tal modo i bambini impossibilitati a sentire con le orecchie e a non poter ripetere quello che non sentivano, crescevano guardando anziché ascoltando, e segnando anziché sforzare inutilmente gli organi fonatori benché integri, sviluppavano così una crescita neuronale nella norma senza accumulare ritardi cognitivi, educativi e comportamentali, come invece succedeva in passato costringendo a etichettarli come ritardati e idioti irrecuperabili…cosa che accade ancora oggi, in verità. Perché ancora oggi la sordità è vista sempre come una malattia, e non come una condizione. Ancora si affronta solo con i medici, gli audiologi, i logopedisti, le protesi, gli impianti cocleari, e via così, poiché la sordità è, tra l’altro, anche occasione di profitto per gli udenti; poiché invece essa è una condizione, come tale va affrontata dal punto di vista culturale, etico, educativo, linguistico. Perciò paradossalmente il punto cardine non è la sordità in sé, e neanche la consequenziale incapacità di ripetere un’esperienza che congenitamente non è acquisibile, ma proprio l’ottusa, pretestuosa e ostinata volontà di impedire il segno. Ostacolare il sordo sembra essere la parola d’ordine, l’imperativo categorico della comunità udente, esclusivamente per partito preso. Guai al sordo che naturalmente apprende e intende comunicare con la lingua dei segni, anatema contro coloro che segnano o riconoscono nella lingua dei segni la dignità e la struttura di una qualsiasi lingua parlata sul pianeta. Nessun segno di vita deve restituire il sordo all’esterno, in caso contrario va esposto immediatamente alla pubblica gogna ed etichettato a vita come diverso, ritardato, minorato, impedito, escluso dalla scuola e dal divenire sociale, condannato all’ignoranza e al disbrigo lavorativo di attività semplici, ripetitive, inferiori, esattamente com’è da tutti considerato.
Non vale ripetere che questo tipo di sordità è una condizione estrema, radicale, che riguarda solo poche migliaia d’individui, considerati alla stregua dei più pigri, ignavi, incapaci, disinteressati per proprio comodo o arretratezza culturale a perseguire l’apprendimento del verbo e preferiscono stupidamente esprimersi con la sola lingua dei segni. Questo è una falsità; chiunque, anche un sordo, è in grado di capire quanto ti facilita l’esistenza l’oralismo. Tuttavia, se non ci si riesce, non si è colpevoli per questo più di quanto non lo sia nascere con un colore di pelle diverso. Per questo, non ha alcun senso l’ostracismo imperante degli udenti contro la lingua dei segni. Il libro indaga sulle motivazioni storiche, etiche, filosofiche, morali, alla base di tale disputa, e giunge, quasi il fluire pacato ma determinato di un fiume, alla sua naturale foce: la lingua dei segni è la più semplice, la logica risposta di una comunità di persone che, avendo impedito, per motivi vari ma con incisiva e significativa gravità, il canale sensoriale audio verbale, necessariamente utilizzano quello integro visivo gestuale, comunicano efficacemente con quella che è la loro lingua nativa, crescono e si sviluppano intellettivamente al pari dei loro analoghi normodotati. Non solo, ma possono anche, all’occorrenza, giungere all’oralismo in un secondo momento, apprendono cioè una seconda lingua, avendo però la vita facilitata dall’essere già padroni della propria, e risultano in vantaggio sociale appunto utilizzando i benefici del bilinguismo; esattamente come qualsiasi bambino che, dopo aver appreso l’italiano, viene esposto all’apprendimento della lingua inglese, o francese, o eschimese o qualsiasi altra esistente. Sia chiaro: nessuno, a iniziare dallo stesso abate L’ Épée, nega l’importanza dell’oralismo, certamente una persona sorda che sa comunicare compiutamente con la voce, è una persona che parte con il piede giusto per la propria completa integrazione sociale. Appunto come uno straniero che voglia integrarsi fuori dalla madre patria, impara la lingua del luogo che lo ospita; ma la sua lingua madre è un’altra. Magari, è la lingua dei segni. Donata Chiricò è una persona udente che si schiera apertamente a favore della lingua dei segni, ci consegna perciò un’opera imparziale, al di sopra delle parti, di cui se ne sentiva il bisogno. Un volume chiaro, esauriente, esaustivo; un saggio logico, incisivo, eticamente irreprensibile. Convincente e documentato: non c’è un solo rigo, un’unica affermazione che non sia dimostrata nelle ricchissime note a margine, o che non abbia un preciso riferimento bibliografico cui rimanda per successive precisazioni.
Quello che ci piace rilevare di più, è che accanto al rigore dello studioso, risalta l’interesse genuino, spontaneo, ingravescente dell’autrice man mano che prosegue nella sua ricerca. Commovente appare la passione, lo sforzo, l’interesse, l’applicazione dell’interessata, un vero e proprio graduale innamoramento e amore per la lingua dei segni, a maggior ragione perché trattasi di una persona udente, non direttamente coinvolta nella questione. Per questo il libro ha una valenza preziosa; dovrebbe essere maggiormente diffuso tra la comunità sorda, dovrebbe essere esaminato ad hoc in convegni e seminari indetti da quanti si occupano della questione, oserei dire che ogni persona sorda dovrebbe possederne una copia e divulgarne il contenuto, l’ENS dovrebbe farne un manifesto nella battaglia per il riconoscimento giuridico della LIS. Poiché l‘approvazione politica, giuridica, morale della lingua dei segni passerà, quando sarà, per il vaglio di persone udenti, poter contare sulle tesi a favore espresse chiaramente da una specialista udente di etica della comunicazione del valore di Donata Chiricò, è un vantaggio inestimabile, Donata Chiricò, e la sua storia della sordità, sono un segno di vita.

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..."Figli di un Dio minore", libro e film da esso tratto, e a tutti colori che si interessano di linguaggio, comunicazione, etica e umanità.
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Lunghissimo commento molto appassionato, interessante e inattaccabile.
Ti ringrazio della segnalazione, l'argomento mi interessa molto e di certo lo leggero'.
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Bruno Izzo
10 Luglio, 2015
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Ciao, ti ringrazio. Devi scusarmi la lunghezza, ma l'argomento mi tocca molto da vicino, sono io stesso una persona sorda profonda, un sordo bilingue, mi esprimo cioè indifferentemente sia a voce che in LIS, la lingua italiana dei segni, e quindi capirai, mi sono fatto prendere la mano...A presto!
Ottimo contributo e utilissima segnalazione. Ho avuto modo di vivere un'intensa esperienza di relazione con un'adolescente sorda profonda che utilizza indifferentemente L.I.S. e voce. Ho imparato io ad ascoltare e a sentire, con lei, in tutti i sensi. La comunicazione è sempre una questione di volontà. Grazie.
Laura
Che bello il tuo commento e quante amare riflessioni (mi) porta a fare.
Dal mio punto vista (sono una logopedista) non posso che confermare – con rammarico e sdegno – ogni tua parola. Fino a pochi anni fa (ed ancora oggi in determinati contesti) immaginare un approccio diverso da quello oralista con un sordo (adulto o bambino poco importa) in Italia, equivale(va) a diventare dei paria.
Quando all’università decisi di fare il corso base di LIS, non solo non fu considerato in nessun modo afferente alla mia professione (!), ma la coordinatrice mi consigliò caldamente di non dire mai di averlo fatto, “pena” non lavorare nei centri “giusti”.
(Poco male, neppure mandai il CV all’epoca, ai centri “giusti”).
La storia della “lotta” fra oralismo e LIS annovera capitoli veramente poco edificanti che ahimè non sono finiti, anche se adesso l’approccio “bimodale” (ossia LIS & linguaggio parlato) prende piano piano terreno.
Quando feci l’esamino finale di LIS, spiegai perché avevo deciso di seguire il corso (devo ammettere che anche i miei maestri – all’inizio – erano perplessi dall’avere una logopedista fra loro) e segnai (temo in modo analogo ad un’affannosa sillabazione) che il mio lavoro non è quello di insegnare a parlare, ma quello di agevolare e favorire la comunicazione.
Che non è solo verbale.
Credo che basterebbe riflettere un momento su quanto è innata, nella nostra specie, la volontà di comunicare per capire quanto sia eticamente impensabile l’approccio esclusivamente oralista per un sordo. Quanti di noi, quando si tratta di voler veicolare un messaggio particolarmente importante e sentito ricorrono alla lingua madre (intesa anche come dialetto natio)?
Credo tutti
Anche se ne parliamo benissimo in inglese o in francese, se consoliamo un bambino, o diciamo “ti voglio bene” di certo ci viene meglio in italiano. Al sordo, fino a poco tempo fa veniva chiesto di non “indulgere” nel segno. A noi tirocinanti, quanto si lavorava con i bambini sordi, veniva chiesto di tenere le mani sotto il tavolo, per evitare anche di gesticolare involontariamente, distraendo i bambini.
E quindi, dopo tutto questo papiro, di cui mi scuso, sono felice di apprendere dell’esistenza di questo libro che leggerò senz’altro. Grazie mille per la segnalazione!
Anna.
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Bruno Izzo
11 Luglio, 2015
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Come è piccolo il mondo, eh, Anna! Tu logopedista che ha studiato anche la LIS, ed io un sordomuto ai sensi della 381/1970 e portatore di handicap uditivo per la 104/1992, dirigente ENS, bilingue...e ci ritroviamo su un sito di appassionati di libri! Il che è bello e istruttivo...quest'ultima frase non è mia, ma di Giovannino Guareschi, l' autore di Don Camillo e Peppone! Ciao Anna, e se me lo permetti...un abbraccio!
In risposta ad un precedente commento
Anna_Reads
11 Luglio, 2015
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Certamente :)
Ed aggiungerei anche, alla lista di coincidenze ("Coincidenze? L'universo non è così pigro."), la lettura di Giovannino. Ho mosso i primi passi nella lettura "da grandi" proprio con lui e Jerome Kapka Jerome. Oltre che i mitici aricprete e sindaco, io ho amato in particolare le storie "delle Bassa" ("Gente così", "Noi del Boscaccio", "Mondo piccolo"...); anche se ero proprio piccola, all'epoca, le ricordo con sorprendente chiarezza e un filo di malinconia.
In risposta ad un precedente commento
Bruno Izzo
11 Luglio, 2015
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Anna, non mi dire! Io adoro Guareschi! Oltre a quelli citati, "Vita con Giò", "Lo spumarino pallido", "Corrierino delle famiglie" sono tra i pochi testi che vado a rileggermi ogni tanto! Mi rasserenano! Figurati che intendevo chiamare mia figlia piccola Carlotta, e tutt'ora la chiamo la Pasionaria! Ciao, a presto!
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