Saggistica Arte e Spettacolo Abitare nella possibilità
 

Abitare nella possibilità Abitare nella possibilità

Abitare nella possibilità

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La letteratura ci supera e ci sorprende, implica l'intelligenza delle cose, la domanda sul senso di ciò che si vive, la meraviglia e il giudizio; scopre mondi e li spalanca davanti al lettore, non importa se in modo realista, o fantastico. Se così non fosse sarebbe vuoto e noia. In questo libro la letteratura è intesa come qualcosa capace di modificare realmente il modo in cui una persona vive la propria vita: un'esperienza decisiva, mai pianificabile o controllabile e soprattutto irreversibile. Raymond Carver, nella sua ultima poesia, si chiedeva: E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? La domanda è tanto elementare quanto decisiva. E esattamente con un interrogativo simile che dovrebbe confrontarsi una seria domanda sull'identità e sul "servizio" della letteratura.

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Abitare nella possibilità 2008-09-08 00:49:15 galloway
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galloway Opinione inserita da galloway    08 Settembre, 2008
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La letteratura come esperienza

"Abitare nella possibilità" è il titolo dell'ultimo saggio del critico letterario padre Spadaro. Diviso in due parti, il volume si occupa sia degli scrittori che dei lettori . E non potrebbe essere altrimenti visto e considerato che tutti siamo coinvolti, direi anche chi non legge e non scrive, addirittura chi non sa né leggere né scrivere. E si capisce perché: ogni uomo è un libro, ogni libro è un uomo. Sin dalla sua nascita ogni essere umano è destinato a scrivere la “sua” storia, personale, unica, irrevocabile. Forse tutto è già stato scritto, ma c’è bisogno che il suo autore lo faccia praticamente, vivendo la sua vita, che sarà il libro della sua storia di letteratura.

Ma cosa è la letteratura? A cosa serve? Cosa accade quando leggiamo un libro? Queste sono solo alcune delle domande alle quali cerca di rispondere, ad un tempo con spavalderia e precisione, l’ultimo saggio del gesuita padre Antonio Spadaro, critico letterario della più antica rivista italiana, La Civiltà Cattolica. E’ un saggio che entra nel vivo del problema con una serie di domande, tante quante sono i tipi umani coinvolti nel fare letteratura. Perché questa è legata all’esperienza individuale, personale e soggettiva di chi vive, legge, scrive, comunica per sé e per gli altri. Non può esserci, pertanto nulla di scontato nel fare letteratura

«La letteratura degna di questo nome - scrive padre Spadaro nell’introduzione - è irreversibile, capace di modificare realmente il modo in cui una persona vive la propria vita, la propria esperienza umana. E l’avere esperienza non è mai quella che progettiamo di affrontare secondo i nostri modi e i nostri tempi, ma è qualcosa che ci supera e ci sorprende».

Se letteratura è, allora, quella che nasce dall’esperienza (in fase di scrittura) e diventa esperienza (in fase di lettura); da qui la divisione in due parti del volume, una dedicata agli scrittori ed una ai lettori, perché l’esperienza della lettura non è da meno di quella della scrittura. Agli scrittori padre Spadaro pone innanzitutto la domanda essenziale: «Che cos’è la letteratura?», e la risposta è una curiosa galleria di «visioni» (si va da Manganelli a Celan, da Bo a Ferlinghetti, dalla O’Connor a Debenedetti) dentro cui l’autore si muove agilmente, ma con grande correttezza filologica, per «spremere» dai vari scrittori un significato profondo, non ornamentale, del mistero di scrivere.

Non so se tutti saranno disposti ad accettare la riflessione che l’autore fa e cioè che tra spiritualità e letteratura esista una perfetta osmosi, perché la letteratura è di fatto un’interpretazione della vita e delle sue tensioni fondamentali ed è inevitabilmente chiamata ad esprimere anche l’esigenza di ulteriorità che è propria dell’uomo: «Verso un al di là, verso un al di dentro, verso un altrove».
Col materialismo trionfante ed egemone di questi tempi è una concezione ardita del fine della letteratura. I libri sono diventati sempre più merce di scambio, non solo per chi li stampa e li vende per un legittimo profitto, ma anche tra scrittori e lettori, questi ultimi intesi come società politica, morale, culturale.

Si scrive per la cronaca, si premia per stabilire equilibri economici e di potere, si legge per fare politica e letteratura di impegno, insomma si annulla la ulteriorità di cui si è detto innanzi. Questa presunta «osmosi» spirituale tra chi scrive e chi legge viene analizzata nel capitolo centrale quando l’autore propone l’esperienza degli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola, come per sostenere e quindi confermare con prova che lo scrivere non è un «orpello» nella vita dell’uomo, ma qualcosa che gli permette di scendere fin nelle sue midolla, e (quindi) di salire fino al cielo.

La domanda che ci si può porre dovrebbe essere anche questa, allora: possono la lettura e la scrittura aiutare realmente l’uomo a fargli scrivere il “suo” libro sulla scena del mondo? Cosa direbbe Qoelet nel vedere quanti libri si scrivono e si leggono oggi? Lui, che già al suo tempo, si lamentava che erano troppi e i risultati pochi?

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