Danse Macabre Danse Macabre

Danse Macabre

Saggistica

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"In Dause macabre c'è una dedizione scherzosa assoluta, c'è un modo inimitabile di accostarsi ai testi, c'è una specie di alone intorno ai tanti titoli prediletti, c'è una curiosa, inatessa supremazia del libro su altri media, del resto benissimo conosciuti, c'è un continuo, passionale tributo al valore umano, civile, salvifico delle pagine stampate, c'è una biblioteca benissimo conformata e collocata tra visioni, sogni, peripezie, struggimenti, c'è l'amore per i libri esibito con serena complicità c'è un'illuminata fiducia nel conforto che dai testi proviene, c'è una dolcezza estrema unita a uno scherno sogghignante. Insomma, c'è King." Così Antonio Faeti nella sua prefazione a un'opera che è diventata un piccolo classico, un cult, nel quale un autore a sua volta di culto celebra l'horror definendone gli archetipi in una ridda in cui danzano, tenendosi per mano, letteratura e z-movies, leggende metropolitane e cinema d'autore, serie Tv, fumetti e perfino le figurine.

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Danse Macabre 2015-08-11 09:56:16 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    11 Agosto, 2015
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Un saggio

Un comune insegnante d’inglese diventa uno scrittore di successo, vende milioni di copie dei suoi libri, è amato da generazioni di lettori affezionati.
Come questo sia potuto accadere, Stephen King lo spiega indirettamente nel suo “Danse Macabre”.
“Danse Macabre” non è un romanzo, è un saggio sulla scrittura, antesignano del più tardo e specialistico “On writing “, sempre a firma dello scrittore del Maine.
Sarebbe troppo affermare che si legge come un romanzo, ma nemmeno ha qualcosa di un saggio propriamente detto. Piuttosto, ricorda molto, e ne assume lo stile colloquiale e confidenziale, delle quattro chiacchiere che King usa scambiare con i suoi lettori nelle prefazioni ad alcuni suoi libri, in modo particolare raccolte di racconti o romanzi brevi, in cui si dilunga da un lato su ricordi personali che in qualche modo hanno influenzato il suo desiderio di scrivere, e dall’altra sulla genesi e la struttura dei suoi libri.
E, in effetti, anche in questo saggio King alterna il racconto di fatti propriamente biografici a una vasta, accurata, attenta e appassionata disamina dell’orrore, del fantasy, della fantascienza.
In qualunque modo questi generi siano espressi: cominciando dal racconto orale, ad esempio la classica storia dell’uncino, il progenitore di tutte le storie che si raccontano per esempio tra i boy- scout, in genere di sera attorno ad un fuoco, quando si creano ad arte le atmosfere giuste per realizzare quella che King definisce la sospensione dell’incredulità, vale a dire uno stato d’incanto che permette di credere anche quello che, in stato normale, la mente rifiuterebbe sdegnosamente di accettare per vero.
Si passa poi all’analisi delle pionieristiche riviste dei racconti del genere, sulle quali si sono fatti le ossa generazioni di giovani narratori, prima di passare all’analisi minuziosa dei cosiddetti racconti del tarocco, i tre libri, si riferisce a “Dracula” di Bram Stocker, “Frankestein il moderno Prometeo” di Mary Shelley, e “Lo strano caso del dottor Jekill e Mr. Hyde” di Stevenson, che hanno costruito i tre archetipi ai quali si può far ricondurre tutto quanto si è detto e scritto dell’orrore e del soprannaturale, con l’aggiunta del quarto archetipo, quello del fantasma, particolarmente evidente, a detta dello scrittore del Maine, nel libro “Ghost story” di Peter Straub.
Naturalmente, ci si dilunga anche sulle trasposizioni cinematografiche con i quali questi archetipi sono stati portati alla conoscenza del grosso pubblico, ma lo scrittore non dimentica l’insegnante che è in lui e si attarda sui testi scritti, in dotte ed accurate, ma per nulla noiose, dissertazioni del perché dell’orrore, in che modo agisce su di noi, i tre livelli in cui esso si suddivide, l’orrore, il terrore, la repulsione, la contrapposizione tra apollineo e dionisiaco presente in ciascun’opera del genere e che sta alla base dell’effetto voluto.
Ci si ricorda della radio, con i programmi “Suspense”, “Dimension H” e il mitico “The war of the worlds “ di Orson Welles che trasse in inganno tantissimi americani tanta la verosimiglianza con un’autentica invasione aliena.
Si arriva alla televisione, nei suoi splendidi albori, con l’analisi particolarmente attenta di trasmissioni cult come la serie “Ai confini della realtà”, indagata non solo nelle trame e nelle sceneggiature, ma anche negli autori e nei registi.
Si affronta la lunga filmografia dell’orrore, includendo i film maggiormente conosciuti, per esempio “La notte dei morti viventi” e “Rosemary’s Baby”, “Alien” e “L’esorcista”, “La cosa da un altro mondo” e “Gli invasati”, “l’invasione degli ultracorpi” e “Lo squalo”, ma anche quelli meno fortunati, talora girati con mezzi di fortuna, quelli dove, per dirla con King, è possibile vedere la chiusura lampo sulla schiena del mostro.
E si arriva all’immensa bibliografia dell’orrore: partendo da Shirley Jackson si va da Ira Levin a Ramsey Campbell, da H.P. Lovecraft a Richard Matheson, da E.A Poe a Harlan Ellison, da Ray Bradbury a Robert Heinlein, da Jack Finney a James Herbert, da Anne Rivers Siddons a John Mc Donald, tanto per limitarci a qualcuno dei soli autori citati e, soprattutto, esaminati dettagliatamente nei loro libri e in tutta la loro produzione letteraria.
Si badi, parli di televisione, di film o di libri, King esamina con lo stesso rigore sia capolavori indubitabili che autentiche patacche.
Che riflessione ci induce questa descrizione del testo di King?
Esso è un libro non eccessivamente voluminoso, l’autore riesce a fare in modo che la lettura sia scorrevole, mai noiosa o accademica, è talora intrigante e coinvolgente, riesce a interessare, anzi a suscitare desiderio d’approfondimento, anche in chi non ha stretta predilezione del genere in esame.
Un testo difficile? Sì. “Danse Macabre” è un testo difficile….per chi lo ha scritto.
Basta guardare l’appendice, per rendersi conto, forse solo in minima parte, della fatica che è costata all’autore. King dimostra di conoscere a fondo ogni film, ogni titolo, ogni autore che ha citato.
Di chiunque e di qualunque cosa ha a che fare con il genere horror, King ne è espressamente a conoscenza, con somma dovizia di particolari.
Non solo, ma il suo è un libro scritto contemporaneamente con rigore da studioso e con il sentimento dell’innamorato.
Stephen King con “Danse Macabre” non ha scritto un saggio, si dimostra egli stesso un saggio, inteso nel senso di sapiente, di chi sa.
Lo scrittore del Maine è perfettamente a conoscenza di che cosa parla e della materia prima del suo lavoro. Ha impiegato tempo, lavoro, fatica per apprendere la conoscenza di cui fa sfoggio nel suo libro. Questa sapienza, che egli ha accumulato con sacrifici nel tempo e con una certosina e amorevole applicazione, rappresenta una pietra per affilare, una mola.
Su questa mola, su questa fatica, su questa sapienza egli ha nel tempo, con l’esercizio continuo, affilato la lama rozza e abbozzata del suo talento, fino a farne un bisturi affilatissimo, che incide mirabilmente l’animo del suo lettore, lasciandogli dei segni magici, indelebili, affascinanti.
Questo è il modo con cui un comune professore d’inglese diventa uno scrittore di successo, vende milioni di copie dei suoi libri, è amato da generazioni di lettori nel mondo.
Come “Danse macabre”, egli è un saggio.

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