Saggistica Arte e Spettacolo Il mio amico Hitler
 

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Yukio Mishima, nato a Tokyo nel 1925 e morto suicida nel 1970, è l’autore che più drammaticamente ha incarnato nella vita e nell’opera le contraddizioni del Giappone. Berlino, giugno 1934. Il presidente von Hindenburg è in fin di vita e Adolf Hitler, già cancelliere del Reich, progetta di assumerne la carica dando ufficialmente corso alla dittatura. Per riuscirci gli occorrono il sostegno degli industriali e dell’esercito, che però chiedono in cambio lo scioglimento delle SA, le truppe d’assalto, e l’epurazione dell’ala rivoluzionaria del partito. Questo lo scenario in cui Yukio Mishima ambienta il suo dramma, dando voce con sorprendente capacità di penetrazione alle opposte ragioni dei protagonisti di quei giorni: Gregor Strasser, esponente di spicco del partito caduto in disgrazia a causa delle proprie simpatie socialiste; Ernst Röhm, capo delle SA, animato fino all’ultimo da una fede cieca nel Führer; lo stesso Hitler, arbitro degli eventi, «cupo come il XX secolo»; e infine Krupp, il magnate dell’acciaio, prima burattinaio poi burattino nelle mani del dittatore. La vicenda procede verso l’epilogo della Notte dei lunghi coltelli, in cui troveranno la morte centinaia di persone, tra cui Röhm, «l’amico di Hitler», sordo ai tentativi di Strasser di metterlo in guardia, aggrappato con tragica pateticità a valori condivisi in un passato leggendario, ma ormai irrimediabilmente tramontati.



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Il mio amico Hitler 2010-06-07 12:35:57 murasaki
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murasaki Opinione inserita da murasaki    07 Giugno, 2010
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stare dalla parte dei sopravissuti è possibile?

Il mosaico della storia rilascia una tessera, qui, in questa opera immensa di Mishima. La tessera in questione è la notte dei lunghi coltelli, rievocata con fatale pretesa di oggettivismo.
In fondo, il messaggio di cui lo scrittore giapponese sembra ammiccare la ventata sardonica, è il disastro senza appello a cui ogni uomo che voglia il potere va incontro. Uomo inteso come contenitore di animalità col peccato presunzione della ragione. Mishima, pur con la sua enorme conoscenza del mondo letterario occidentale, era giapponese (che meraviglioso popolo sfortunato)e se non lo fosse stato forse avrebbe impostato il discorso della disfatta di Hitler su una linea platonica.
Mi domando se sarebbe stato possibile.
Si può pensare alla violenza della storia; ma la finzione della letteratura dopo un pò fa piuttosto pensare niente altro che alla storia scritta, le cose accadute e che non si possono abbellire, le verità che non si possono sconfessare. Questa è grande letteratura a mio parere. La forma di quest' opera è il dramma. Consta di tre atti.
Per stessa dichiarazione dell' autore, la figura centrale non era tanto quella di Hitler quanto quella di Rohm, il capitano che in certi momenti ci fa pensare ad una identità quasi ingenua -soprattutto nella sua fede in una rivoluzione.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
i libri di George Steiner;
Il padre di un assassino, Alfred Andersch;
Le benevole, Jonathan Littell;
Come si diventa nazisti, Allen
Britannico, Racine
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