Saggistica Arte e Spettacolo Madre Courage e i suoi figli
 

Madre Courage e i suoi figli Madre Courage e i suoi figli

Madre Courage e i suoi figli

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Possiamo tristemente confermare quanto realistica sia stata la scarsa convinzione di Brecht del positivo mutamento dell’umana coscienza. Piccole e grandi guerre, che sono sempre, secondo il suggerimento del drammaturgo di Augusta, una prosecuzione degli affari condotti con altri mezzi, non abbandonano il teatro del mondo, ne sono anzi un soggetto costante. Non s’è imparato molto dalle catastrofi, se esse continuano ad essere, com'è vero, il pane quotidiano dell’umanità. Su ciò Brecht non si è fatto illusioni.



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Madre Courage e i suoi figli 2020-01-22 07:10:48 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    22 Gennaio, 2020
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MADRE CORAGGIO, VITTIMA DELLA STORIA

“La guerra trova sempre una soluzione. Perché mai dovrebbe finire?”, dice il personaggio del cappellano a Madre Courage. Eh sì, purtroppo l’esperienza dei secoli passati e la cronaca di questi ultimi anni dimostrano a sufficienza che la guerra non ha mai fine, non solo, ma che spesso essa è paradossalmente vista come un mezzo per arricchirsi e per risolvere i problemi dell’economia (negli ultimi tempi mi è capitato più volte di sentire negli ambienti finanziari la cinica considerazione che quando vengono lanciate le prime bombe le borse schizzano sempre su, e non è un mistero – la storiografia più seria ce lo ha abbondantemente insegnato – che spesso le guerre hanno avuto il prioritario, se non addirittura l’esclusivo scopo di dare uno sfogo alla manodopera in eccesso, di incrementare la produzione industriale, di entrare in possesso di materie prime e di altre risorse economiche non disponibili nella madrepatria). Le Madri Courage, queste donne indomite e ostinate, abilissime nell’arte della sopravvivenza e del mercato nero, che tirano avanti la loro carretta in qualsiasi circostanza e a costo di qualsiasi sacrificio personale, incuranti di morali e ideologie, sono quindi sempre esistite, esistono tuttora, e presumibilmente esisteranno ancora in futuro. Il grande merito di Bertolt Brecht è di avere inventato un personaggio universale, un “tipo” destinato a rimanere impresso a lungo nella memoria e nella coscienza degli spettatori, trascendendo il didascalismo insito nel testo.
Questa Madre Courage non è mai un personaggio totalmente negativo. Anche se i figli le vengono strappati in parte per sua colpa (il primo si arruola mentre lei è assorbita da una lucrosa compravendita, il secondo è ucciso perché lei cerca di mercanteggiare il prezzo della sua liberazione, la terza viene violentata mentre si sta recando ad acquistare le scorte di cui il suo commercio ha bisogno), Madre Courage fa più pena che rabbia: essa è in fondo una vittima della Storia, e il suo cinismo non è altro che la patetica espressione di quell’atavica arte di arrangiarsi che il popolo ha sempre coltivato nell’illusione di non farsi sopraffare dal caotico succedersi di guerre, carestie, pestilenze e cambiamenti di regnanti, governi e religioni. Ciò che Brecht, da autore marxista qual è, le imputa è l’assenza di una consapevolezza politica, di una coscienza di classe. Madre Courage non capisce che la guerra, lungi dall’essere la sua fortuna (com’ella stolidamente crede, al punto che quando “scoppia” la pace non esita a vestirsi a lutto), è la vera causa delle sue disgrazie, e che a vincere alla fine è sempre e solo chi sta in alto. La protagonista della commedia brechtiana, senza saperlo (infatti ella è convinta di destreggiarsi sempre per il meglio tra le difficoltà della vita, di manovrare a suo vantaggio tutte le circostanze, più o meno avverse, che le si presentano lungo il cammino), è così l’involontario complice di quell’imperialismo senza valori, di quel capitalismo guerrafondaio, di quella borghesia sfruttatrice, che sono destinati a schiacciarla come un insetto.
L’opera di Brecht è innegabilmente e volutamente dissonante e tende a spegnere il pathos e l’emozione per mezzo dei più vari accorgimenti drammaturgici (la suddivisione della storia in tanti capitoletti enunciati in maniera fredda e impersonale da un ragazzino, le canzoni che spezzano il climax narrativo, il programmatico didascalismo dell’autore che privilegia lo straniamento e la riflessione intellettuale rispetto al coinvolgimento e all’immedesimazione). In ogni caso, anche se in alcune sue parti risulta ruvido, ostico e obiettivamente difficile, si tratta sicuramente di un grande testo, che io ho avuto anni fa la fortuna di vedere rappresentato a teatro con la straordinaria, indimenticabile Mariangela Melato.

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