Troiane Troiane

Troiane

Saggistica

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Macerie fumanti, cadaveri sanguinolenti, pianti e grida di dolore: Troia in fiamme come emblema della caduta di un regno, come luogo archetipico della distruzione e del saccheggio. A partire dal materiale mitico della tradizione arcaica, la drammaturgia di Euripide presenta al pubblico lo spettacolo dei crimini di guerra e la deriva di una popolazione devastata. L'orrore è focalizzato nella prospettiva delle vittime. Attraverso una complessa costruzione di genere, il destino dei vinti si articola in un defilé di figure femminili che rappresentano altrettanti ruoli e altrettante esperienze travolte dalla spirale della violenza. Ecuba, Andromaca, Cassandra: una regina privata del trono, una vedova cui viene ucciso l'unico figlio, una figlia ritenuta da tutti una povera pazza. Su tutte incombe il trauma della perdita e dello sradicamento: la partenza verso un altrove che significa schiavitù e miseria.

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Troiane 2015-12-26 17:28:04 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    26 Dicembre, 2015
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Il ribaltamento della fortuna

Portando in scena una tragedia incentrata sul dolore della guerra di Troia, tema molto caro al tragediografo, risulta evidente il messaggio di Euripide. Nel 415, infatti, Atene era impegnata nella guerra del Peloponneso e recente era la violenta distruzione dell’isola di Melo, che ci è narrata da Tucidide. Con questa tragedia, dunque, Euripide denuncia le atrocità della guerra, insistendo reiteratamente sulla distruzione in un’atmosfera luttuosa e mettendo sullo stesso piano il destino dei vinti e quello dei vincitori. Il primo tiene patentemente banco in tutto il dramma, come peraltro segnalato dalla costante presenza in scena di Ecuba, che nell’utilizzo dell’illustre metafora nautica, giunge ad identificarsi con la stessa Troia in rovina; Ecuba dunque prorompe in una serie ininterrotta di lamenti, denunciando i mali e le sofferenze che gli sconfitti patiscono e ponendo l’accento sulla crudeltà degli Achei. Il ribaltamento della fortuna, la metabolé, coinvolge Troia, ora desolata da ricchissima che era e tutte le donne troiane, vittime dell’insensata crudeltà achea: la profetessa vergine Cassandra prima violata da Aiace e poi da Agamennone, la nobile vedova Andromaca assegnata in nuove nozze a Neottolemo, l’innocente Polissena sacrificata vanamente alla tomba di Achille, Ecuba assegnata ad Odisseo, il più odiato dei Greci. Il culmine della sofferenza è raggiunto nella violenta uccisione del piccolo Astianatte, di cui viene incolpato, in particolare, Odisseo stesso. Il destino nefasto che attende gli inconsapevoli Greci è, invece, il rovescio della medaglia: essi si sono macchiati di una serie interminabile di atti di hybris, conducendo una guerra ingiusta in modo atroce e inutilmente crudele. La "Hybris", l'Empietà, si pone come elemento all’origine di tutti i mali, unificando quelle che sono state talora considerata scene slegate giustapposte nella tragedia. All’empietà dei Greci si contrappone quindi la dignità dei Troiani, preservata anche nella sorte più sciagurata e nella più funesta disperazione. Il messaggio antibellicista di Euripide, che sarà rilanciato nel 412 con l’Elena, giungendo ad affermare che si è combattuto per un simulacro d’etere, non è tuttavia privo di prospettiva storico-politica: il tragediografo, infatti, come ben dimostra nel discorso di Cassandra, è ben consapevole della necessità politica della guerra; ciò che lui denuncia, dunque, è l’atrocità con cui essa viene combattuta, lanciando una veemente critica all’atteggiamento da iniqui dominatori che gli Ateniesi avevano tenuto nei confronti dei Melii, di cui l’anno prima avevano fatto strage appellandosi alla legge del più forte per giustificare un violento imperialismo.

Interessante è il modo in cui Euripide si rapporta con il mito, nonché con altri suoi drammi similari. Egli trae la materia narrativa dall’Iliade e dai poemi del ciclo post-omerici, in cui era già narrato il destino delle donne troiane dopo la guerra e l’uccisione di Astianatte scaraventato dalle mura. Tuttavia, com’è sua abitudine, il tragediografo rivisita originalmente il mito in maniera funzionale ai suoi scopi. La variazione sul tema è ben evidente fin dall’inizio: Poseidone infatti era stato tradizionalmente uno dei più acerrimi nemici dei Troiani in Omero, mentre qui viene presentato come alleato di Troia in ossequio alla leggenda che ne attribuiva la fondazione a lui e ad Apollo. Ciò è funzionale a contrapporlo a Pallade, di cui viene significativamente messa in risalto la volubilità, nel voltar rapidamente le spalle ai Greci, da sempre protetti, perché offesa: riecheggia qui la polemica contro la religione tradizionale portata avanti da Euripide, che sosteneva l’indifferenza degli dei alle vicende umane, attribuendo loro un atteggiamento di ostilità. Centrali sono poi, ovviamente, le figure delle donne troiane che compaiono. Su tutte domina, evidentemente, Ecuba, che da regina si avvia a diventar schiava e per tutta la tragedia lamenta la condizione di Troia. Interessante è poi la figura di Cassandra, vergine più volte violentata, che, assimilata a una menade nel suo delirio, predice da invasata la morte sua e di Agamennone: tuttavia, a differenza di quanto narrato da Eschilo nell’Agamennone, si presenta come causa principale del doppio omicidio, trascurando le altre colpe che già da tempo aleggiavano sulla casa atride. Nel suo discorso inoltre Cassandra recupera la razionalità per dimostrare, come una retore, che la sorte dei Troiani è migliore di quella dei Greci. In particolare, di sicuro impatto doveva essere la scena del suo ingresso, che sovrapponeva il rituale funebre a quello nuziale; nel continuo passaggio dalla razionalità all’invasamento, l’attore che la interpretava doveva certamente rendersi protagonista di un pezzo di bravura. Per quanto riguarda Andromaca, essa è presentata come un personaggio quasi di statura filosofica nel tentar di dimostrare nel suo discorso come morire sia meglio che vivere nel dolore. Essa si contrappone ad Ecuba nel concentrarsi solo sui suoi mali; d’altra parte, è accomunata all’Elena del 412 nell’attribuire le sue disgrazie presenti alle sue migliori doti, che ne hanno procurato la rovina. Per la precisione, le doti a cui Andromaca fa riferimento (peraltro “dimenticando” un’unica trasgressione narrata nell’Iliade) sono quelle tipiche della donna greca, quelle stesse condizioni a cui Medea si ribellava nel celeberrimo monologo del 431. Esaltando la propria virtù come donna e moglie, Andromaca si pone in radicale contrasto con Elena. Quando Elena fa il suo ingresso in scena, infatti, invece di mostrarsi umile come dovrebbe fare in quanto prigioniera e colpevole della guerra, palesa un atteggiamento arrogante nei confronti dell’inetto e degradato millantatore Menelao, messo in ombra nello scontro verbale tra lei ed Ecuba. Elena si presenta come un’astuta e perfetta retore, in grado di sovvertire i gradi di verità e divenendo, da colpevole che era, non solo vittima della violenza altrui (Afrodite, Paride, Deifobo) ma anche ingiustamente condannata, dal momento che sarebbe meritevole di lodi per aver salvato la Grecia. La sua capziosa insolenza si spinge addirittura a condannare Era e Pallade, mettendole alla berlina. Le dee saranno però difese da Ecuba, che tuttavia, nel suo discorso di replica, si spinge troppo oltre nell’esagerazione, probabilmente perché Euripide non voleva che il pubblico si identificasse in lei, almeno in questa fase. Lo scontro tra Ecuba e Elena è precipuamente finalizzato ad un’esibizione di vacua retorica di stampo sofistico, la quale era stata peraltro già criticata nella veemente polemica verso l’abilità oratoria di Odisseo. Proprio quest’ultimo è ancora protagonista di un’innovazione radicale di Euripide nei confronti dell’epos tradizionale: eroe positivo per eccellenza a partire da Omero, in questa tragedia e in tutta la trilogia (in particolare nel Palamede) Odisseo è presentato in maniera estremamente negativa come un ingannatore incurante delle leggi divine e umane.

Dal punto di vista linguistico, poi, si segnala la forte insistenza sul lessico funebre, con molteplici e vari riferimenti al dolore, al pianto, alle lacrime, alla rovina e alla morte; il lessico funebre viene poi mescolato, con straordinario effetto scenico, a quello nuziale da Cassandra, che innalza così un ambiguo e sinistro canto delirante. Al tono cupo, si affianca poi il linguaggio tipico della retorica nei vari monologhi recitati con razionalità e abilità dai personaggi. Si aggiunga a ciò l’insistenza sui termini indicanti la buona sorte e la sciagura, messe in relazione dal concetto di metabolé che percorre l’intero dramma. Prevale quindi un tono epico e solenne, che ben rende il forte pathos che domina la tragedia.

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