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Sarah Kane è una voce senza compromessi del teatro di oggi. Nei cinque testi che costituiscono il suo breve arco creativo, prematuramente interrotto, crea immagini di grande forza che ricostruiscono fino al minimo dettaglio gli estremi di un paesaggio con rovine, in cui le persone si sopraffanno ed esercitano senza pietà ogni tipo di violenza l’uno sull’altro, come risposta a un generale disagio esistenziale. Accusata all’inizio della sua attività di puntare solo allo scandalo e alla provocazione, ha dimostrato invece di saper giocare su varie corde, mettendo in campo capacità notevoli di scrittura ed elaborazione stilistica. Erede autorevole di una linea rosso sangue della drammaturgia inglese, che affonda le proprie origini negli elisabettiani e nei giacobiti e che nel ‘900 ha avuto tra i propri fautori un altro autore controverso come Edward Bond, Sarah Kane ha indagato gli abissi del dolore e del desiderio, della speranza e della disperazione, creando un universo teatrale compatto eppure aperto a variazioni e cambiamenti, in cui la cupezza delle relazioni sociali vissute come incubo lascia spazio anche alla lingua delle vittime e concede loro, in tanto strazio, l’opportunità di affermare se stessi. La sua ricerca espressiva utilizza un linguaggio allo stesso tempo minuzioso e visionario, con violente liriche impennate, che sigilla la sua statura di classico della contemporaneità.

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Tutto il teatro 2019-06-01 21:26:14 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    01 Giugno, 2019
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Per favore, aprite le tende

Sarah Kane si suicida nel 1999, appena ventinovenne, impiccandosi con i lacci delle scarpe che le infermiere del manicomio in cui è ricoverata le hanno incautamente lasciato. La depressione grave che l’ha accompagnata fin da ragazza, le psicosi che la tormentano e che nessun farmaco riesce a controllare, la consapevolezza di essere omosessuale in una società che troppo facilmente etichetta e condanna, prendono forma in una scrittura di allucinata violenza, smembrata e folgorante nella sua gelida, implacabile dissezione di un mondo che troppo spesso si scopre disumano. Nei cinque drammi che Sarah Kane scrive in vita si intravede la vita lacerata di una donna che si trova ad affrontare il più ostico dei muri, quello dell’incomunicabilità. I personaggi che la scrittrice mette in scena, apatici, dissociati, catalettici nella loro ipoemotività, oscillano e si perdono in dialoghi che altro non sono se non pensieri triturati e tormentati, incapaci di stringere relazioni; soli nel vuoto siderale dell’incomprensione, precipitano nelle spirali oscure della violenza, della sopraffazione, alla ricerca di una sicurezza impossibile, di un affetto tiepido tra le lenzuola, di un amore che è un’ombra seducente, sdentata, sogghignante.

Einaudi raccoglie in un unico volume i cinque drammi che l’autrice scrisse in vita: un’edizione fin troppo scabra ed essenziale, con scelte traduttive discretamente discutibili e senza testo a fronte, che pure ha il merito di far conoscere, almeno in parte, la scrittura estrema della Kane.
La raccolta si apre con “Blasted”, scoppiati, esplosi, dilaniati. Lui, un giornalista emotivamente immaturo, fedifrago e forse spia, si incontra in una camera d’albergo con una ragazza psicologicamente disturbata, che è stata sua amante un tempo e che ora tenta di sfuggire all’uso del suo corpo. Il sesso domina Blasted, il sesso come gioco di potere, come spazio della prevaricazione e il corpo come limite estremo dell’espressività. Un corpo che non ha più niente, assolutamente niente di sacro, ma che diventa la tela di mutilazione, stupri, atti di cannibalismo. Perché quando un soldato bussa alla porta cercando una vendetta impossibile per il suo amore perduto, anche Lui dovrà scontare le stesse pene che ha inferto alla ragazza.
Phedra’s love è la riscrittura dell’Ippolito di Euripide: Ippolito è un giovane grasso, apatico, ma sessualmente impegnato, latita davanti alla tv, emblema dell’homo divanus contemporaneo perché nulla sembra risvegliarlo. Fedra è la matrigna che di lui si invaghisce e che in nome dell’ennesimo amore non ricambiato, di una nuova felicità negata si suicida condannando Ippolito ad un “diasparagmos” finale, uno smembramento rituale che per un attimo, con tragica ironia, lo riporta in vita.
Per quanto brutali, le prime due opere di Kane rientrano ancora in una struttura canonica del teatro. È con il terzo dramma, Cleansed, “purificati” ma io tradurrei meglio con “epurati”, che la struttura dell’intreccio si frammenta in una miriade di scene cubiste e progressivamente sconnesse, in cui i collegamenti si nascondono al lettore e lo costringono a una lettura attenta e quasi “indovinica”. In un campus che ha tutti i tratti di un campo di concentramento, un finto dottore impone la sua legge, mutila, stupra, taglia lingue, mani, piedi e piange davanti ad una ballerina più onirica che reale.
Il quarto dramma, Crave, il desiderio, la fiamma del bisogno smembra definitivamente la possibilità del dialogo: quattro personaggi, quattro lettere, A, B, C, D parlano delle loro vite, per brevi frammenti, alternati e sordi gli uni agli altri. Non c’è filo, non c’è comunicazione, non c’è connessione tra le parti: il dramma è nervoso e snervante, difficile da leggere, perché difficile per i personaggi è essere capiti. Un teatro che si fa affilato e tormentato, accartocciato, imploso e che ci regala il monologo di A, un inno commosso e tenero all’amore, che appare il sogno irraggiungibile di una salvezza che non è di questo mondo.
Chiude la vita di Sarah Kane il disturbante “4:48 Psychosis”. Alle 4:48, dicono gli studi, è più facile il suicidio. E Kane, che dopo pochi giorni davvero sceglierà quella strada, tratteggia drammaticamente la sua mente in un episodio schizoide: ne esce un testo fluido, incoercibile, acinetico, discinetico, tremolante e pure inarrestabile, che tra elenchi di farmaci inutili e immagini di un altro spazio della mente, prova ad arginare il dramma della malattia con la terapia della scrittura. Kane quasi dipinge sulla pagina bianca, occupa tutto lo spazio del foglio, salta righe, lascia in sospeso periodi, perché al culmine della disperazione la punteggiatura è violenza, le parole cenere. E alla fine, quando la ragione bussa alla porta, può solo pregare: “aprite le tende”.

Un’autrice estrema, un teatro duro, metallico, crudele, senza ironia, cirrotico, corrosivo. L’esempio più vicino è il nauseante e indimenticabile film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma. La stessa perversione del potere, la stessa crudeltà degli uomini, la stessa mercificazione del corpo come oggetto da deturpare. La stessa voglia di vomitare o chiudere gli occhi. Perché nello spazio dell’incomunicabile, nella solitudine glaciale dell’anima, solo la violenza radicale può aprire uno squarcio oltre la tela. Tremenda e bellissima, leggete Sarah Kane, ma siete avvisati: stomaco forte, nervi saldi e pazienza. Siete gli ospiti della sua anima, almeno voi, ascoltatela.

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Woyzeck
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