Sull'Iliade Sull'Iliade

Sull'Iliade

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Rachel Bespaloff non incontrò mai Simone Weil. Eppure le affinità e le coincidenze biografiche sono tali che si è parlato, a giusto titolo, di «vite parallele»: filosofe entrambe, entrambe ebree di lingua francese, entrambe costrette, nel 1942, a cercare rifugio negli Stati Uniti. E, circostanza ancora più impressionante, nello stesso periodo in cui Simone Weil si concentrava sullo studio dell'Iliade – ne sarebbe nato un saggio fondamentale – Rachel Bespaloff dedicava all'Iliade pagine altrettanto fondamentali, fra le più dense e ispirate che siano mai state scritte. Anche per lei, come per la Weil, nell'Iliade la «forza» appare come «la suprema realtà e insieme la suprema illusione dell'esistenza». Nel poema non ci sono dunque né giusti né malvagi, ma solo «guerrieri in lotta che trionfano o soccombono ... Condannare o assolvere la forza equivarrebbe quindi a condannare o assolvere la vita stessa». E nell'Iliade, come nella Bibbia, «la vita è essenzialmente ciò che non si lascia valutare, misurare, condannare o giustificare dal vivente».



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Sull'Iliade 2019-03-15 23:05:22 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    16 Marzo, 2019
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Rachele, Simone, Cesare

Il problema più interessante posto da questo “saggio per frammenti” di Rachel Bespaloff è, paradossalmente, del tutto estraneo al contenuto del libro, o meglio, ne è una generalizzazione. Scrivere un saggio sull’Iliade espone certo a dei rischi non trascurabili, in bilico tra l’adesione al testo e al contesto storico-culturale che lo ha prodotto, un approccio per così dire filologico, e la personalizzazione del critico, che a sua volta si muove tra molti o pochi gradi di libertà. Scrivere una critica su un testo è, come la traduzione, un atto di tradimento. Il problema centrale è quello dei limiti dell’interpretazione, un problema a tutti gli effetti semiologico prima ancora che letterario. Perché se ogni opera è intrinsecamente muta se non interpretata, e se le interpretazioni sono tante quante i lettori, è pur vero che certe interpretazioni sono del tutto arbitrarie. Quindi fin dove può spingersi la penna del critico senza tradire il testo?

Per una curiosa contingenza del destino, che la quarta di copertina Adelphi non manca di far notare, Rachel Bespaloff, ebrea, emigrata negli Stati Uniti, scrive questo libro dedicato all’Iliade proprio mentre un’altra grandissima, e troppo spesso dimenticata pensatrice, Simone Weil, ebrea, emigrata (e poi tornata), scrive pagine luminosissime sull’Iliade come poema della forza. E Rachel Bespaloff, quasi guidata da una necessità che non ammette replica, pone il tema della forza al centro della sua analisi. Forse li fatto più preoccupante è che, entrambe le donne di lì a poco si suicideranno, Rachel aprendo il gas della cucina e chiudendo le finestre, Simone costringendosi ad un’inedia debilitante che ha i tratti del mistico. L’aspetto cruciale, che illumina di per se stesso sulla potenza della letteratura, è che entrambe le scrittrici, nello stesso momento, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, sentano la necessità di rifarsi al caposaldo della letteratura occidentale. Non scelgono l’Odissea, col suo moto picaresco, avventuroso, ma l’Iliade, il testo sacro, di una città sacra, Troia, di una cultura sacra, quella greca.

L’Iliade è un poema ispirato, non è quasi un’opera umana e in effetti è oramai accertato che Omero non è esistito, Omero è davvero l’espressione della sua comunità, il riflesso di una cultura, il diaframma tra un mondo, quello matriarcale degli studi di Bachofen, e la filosofia greca, prima dei sofismi e dei sillogismi. La riflessione inizia in medias res, da Ettore, l’eroe della resistenza, e dalla sua lotta con Achille, l’eroe della violenza e si sviluppa fin da subito su un piano esistenzialista, kierkegaardiano, intimo. Gli eroi del mito e i numerosi comprimari sono scavati fino a profondità insolite, da una prosa elegante, intelligentissima, a volte misteriosa nella concinnitas con cui si esprime. Il tema centrale che anima Rachel Bespaloff è la forza, il polemos eracliteo, la metamorfosi degli opposti nella fluidità della realtà, perché “uccidere” è come “morire”, perché Ettore che ha ucciso Patroclo, sarà ucciso da Achille, perché Achille che ha ucciso Ettore, sarà ucciso da Paride, perché la realtà è un eterno ritorno che porta con sé tutto il peso dell’esistenza. Come a dire che Rachel Bespaloff scorge nella filigrana delle cose un principio circolare, nietzschiano, ma i suoi uomini, i suoi eroi, sono troppo umani, lontani dagli dei imperturbabili nella loro immortalità, vinti da una forza che è al di là degli dei d’Occidente e d’Oriente, il Destino. E, come in un negativo drammatico, quando gli eroi non possono essere “oltreuomo”, il peso dell’esistenza li schiaccia fino alla distruzione. In Rachel Bespaloff, al contrario di Simone Weil, la forza inappellabile del destino non è innocente, ma la dura roccia contro cui ogni uomo è destinato a scontrarsi. Eppure nella realtà non c’è equilibrio negli opposti, il negativo non si risolve nel positivo, non c’è risoluzione nel contrasto tra Ettore e Achille. Solo la poesia, con la sua pace pura, il suo amore adamantino, rappresenta lo spazio della sintesi.

Queste e molte altre le riflessioni che emergono dal saggio, breve ma quasi allucinato nella sua chiarezza e che certo richiede non poche conoscenze e pazienza critica per essere ben compreso, da quelle dell’epica, a quelle filosofiche. Da segnalare poi i curiosi paragoni letterari che Rachel Bespaloff tesse, Elena come Anna Karenina, l’Iliade come la Bibbia, o come Guerra e Pace, in una sovrapposizione tra Troia e Mosca che affonda le sue radici in quei testi che la stessa scrittrice non esita a definire più che umani. Mi preme infine segnalare un altro aspetto che, per un’altra strana contingenza, mi ha colpito. Ho letto questo libro in contemporanea ai “Dialoghi con Leucò” di Pavese e le somiglianze nelle conclusioni o nell’impianto del pensiero sono sconcertanti: il concetto di destino più forte degli dei, l’indifferenza degli immortali, la roccia nuda della sessualità come principio creatore e distruttore, il tema dell’eternità della poesia e della letteratura come canto che sospende il flusso turbolento del divenire. E come non dire, alla fine, che sarà proprio sui Dialoghi con Leucò che Pavese scriverà le sue ultime parole prima del suicidio. Cesare, Rachel, Simone sono forse arrivati troppo oltre l’apparenza delle cose.

Non è certo il saggio più aderente all’Iliade, è certo una narrazione che spinge ai limiti dell’interpretazione il testo, ma è, allo stesso tempo, la storia di un’anima che nella letteratura arde e consuma se stessa. E così tra le righe potrete leggere la vita di questa donna, che immaginiamo ancora a studiare l’Iliade con sua figlia, a pensare alle pene di Andromaca, al dolore di Priamo, alla cieca volontà del destino. Non a caso il capitolo dedicato al pasto di Priamo e Achille, il padre e l’assassino del figlio, è di una bellezza tanto rarefatta quanto commovente. Purtroppo il testo manca di un’adeguata cornice, di una spiegazione d’intenti e si trincera in una certa ostilità alla comprensione, geloso di se stesso. ’altronde a queste pagine, Rachel Bespaloff ha consegnato la propria anima.

[Per chi volesse intraprendere la lettura, consiglio una ripassatina all’Iliade e la lettura di un libro folgorante, se posso dire, di Giorgio Colli, “La nascita della filosofia”, che non a caso inizia proprio dall’Iliade; bello anche l’articolo di Nadia Fusini, che trovare al seguente link https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/18/in-esilio-con-omero.html?refresh_ce]

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