La straniera La straniera

La straniera

Letteratura italiana

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"La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato". Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall'infanzia al futuro, il nuovo libro dell'autrice di "Cleopatra va in prigione" è un'avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della "Straniera" vive un'infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità. Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui. "La straniera" è il racconto di un'educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.

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La straniera 2019-08-20 07:17:04 Natalizia Dagostino
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Natalizia Dagostino Opinione inserita da Natalizia Dagostino    20 Agosto, 2019
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L'estraneità di sè

Se la riconoscenza è la memoria del cuore, allora apprezzo questo romanzo che è grato alle storie passate e le illumina con gli occhi adulti da giovane di Claudia Durastanti, scrittrice, traduttrice, saggista e organizzatrice di eventi culturali. Il lavoro svolto dimostra il carattere attivo e volontario della memoria. Il futuro non può solo tenere a bada il passato che ringhia se rimane rinchiuso; le tracce recuperate attraverso i ricordi muovono il pensiero e la capacità di giudizio.

Leggendo il romanzo “La straniera” consento agli sguardi, alle parole, al sapore, agli odori dei diversi luoghi di attraversarmi. Da lettrice, recuperando le conoscenze passate, consegnate all’intelligenza e al cuore, amplio la consapevolezza del vissuto presente. Aggiungere prospettive e chiavi di lettura è l’esercizio della responsabilità e della libertà.

Carver definisce l’autobiografia come la storia dei poveri. Ma un’autobiografia non si scrive a 35 anni. L’autrice realizza un’opera che è diario e romanzo assieme in cui, non vincendo la cronologia, come in un puzzle ben assemblato, la dispersione diviene man mano unità. Il racconto non prevede l’analisi psicologica del profondo, non è sublimazione, ma è presa in carico della realtà. Non catarsi, ma appropriazione. Non denudamento, ma scelta letteraria descrittiva.

Penso ad una pratica psicologica della estraneità per garantire l’appartenenza a me stessa mentre cambio continuamente. Sentirmi estranea rimanda al dolore necessario dell’intimità che consente, in seguito, l’ironia. La precarietà, l’instabilità, l’ombra, l’errore, l’inciampo, la rottura, non sono il male, semmai rappresentano la condizione necessaria di migrante, di naufraga, appunto, di estranea, vicina e lontana, dentro e fuori.

Dare senso alla memoria vuol dire offrire significati ai fatti del passato e riconoscere la direzione del desiderio. Coscienza e orientamento, identità ed estraneità non sono poli opposti: l’io siamo noi e ciascuno si va definendo come persona nella relazione che accade. Esiste una lingua tutta intera, impenetrabile e intraducibile e poi ascolto una lingua “tutta rotta”, come nella famiglia di Claudia Durastanti, e scopro la lingua parlata e la lingua dei gesti, non dei segni, la lingua che cura, la lingua dell’esserci come presenze fondanti. L’idea delle radici o delle spore, come afferma la scrittrice, prevede la stanzialità e, anche, la possibilità del nomadismo. Ritrovo il senso del cammino in chiave iniziatica; è andando che si apprende di sé, oltre che dello straniero.

La democrazia mette insieme le diversità e crea una volontà collettiva unica, rendendo la differenza un bene collettivo. La visione democratica non si riduce alla legge della maggioranza: promuovendo la produttività del conflitto, rispetta le minoranze e utilizza in maniera feconda la prospettiva di ognuno. La tessitura delle diversità è un lavoro complesso che presuppone la scelta della pace e del dialogo. L’interdisciplinarità e la contestualizzazione sono necessarie: farsi mondo, come apprendo dal romanzo, nei luoghi e con il prossimo, significa scrivere la storia. L’autonomia si nutre di multiple dipendenze e l’autonomia mentale ha bisogno di dipendere da varie conoscenze ed è da queste basi che è possibile sviluppare un pensiero libero. Una cultura è tale perché integra culture straniere, opera métissage, sintesi.

È evidente nel romanzo il lavoro di ricerca sulla forma e sullo stile, infatti il testo rimane essenzialmente letterario ed esprime l’originalità nella capacità di combinare il diverso. Il libro è strutturato come le voci di un oroscopo, a parte i grandi temi della classe, della diversa abilità e dell’educazione culturale, ritrovo il lavoro, l’amore, la famiglia, i viaggi, la vita raccontata con ironia in Lucania, a Brooklyn, a Londra. Mi è caro questo romanzo perché è così che si fa per diventare adulti, in ogni età, andando indietro e tornando nel presente, capendo e perdonandosi. È il caso di essere gentili, ogni persona ricorda e racconta una storia.

“Tempo fa, l’ecologista Suzanne Simard ha dimostrato che la foresta è un sistema cooperativo e gli alberi “parlano” tra loro per scambiarsi sostanze nutritive o rilasciarle in caso di minaccia: quando scoppia un incendio, gli alberi usano i mycorrhizal fungi nel sottosuolo affinché trasmettano delle sostanze vitali alle specie più giovani attraverso una fitta rete neuronale in modo che le piante più deboli possano andare avanti.” p.34

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La straniera 2019-07-17 20:39:10 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    17 Luglio, 2019
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Gli stranieri che sono in noi...

«Capire perché abbia rinunciato a imporre la sua lingua privata non è difficile per me, che ho avuto paura di parlare ad alta voce per tanto tempo: la lingua dei segni è teatrale e visibile, ti espone in continuazione. Ti rende subito disabile. In assenza di gesti, puoi sembrare solo una ragazza un po’ timida e distratta. Leggendo le labbra degli altri per decifrare cosa stavano dicendo fino a consumarsi gli occhi e i nervi, parlando con la sua voce alta e forte e dagli accenti irregolari, sembrava solo un’immigrata sgrammaticata, una straniera.»

Nata a Brooklyn, nipote di emigrati e rientrata in Basilicata, in un paesino sperduto con poche anime e tante voci sconosciute e incomprensibili all’età di sei anni, Claudia Durastanti ha una doppia anima: una prima radicata nei ricordi d’infanzia oltreoceano, una seconda che identifica nella Lucania il luogo della casa. Ma la sua non è una storia che qui si esaurisce perché i personaggi del padre e della madre che conducono le danze laddove il ritmo narrativo diventa più serrato per di poi lasciare il palco alla ballerina principale laddove il tempo si abbassa, la luce si affievolisce, la cadenza muta, hanno la peculiarità di essere affetti entrambi da sordità. Il loro incontro è avvenuto in modo molto particolare, ma mai uguale. Ciascuno con la sua versione, ciascuno ogni volta con qualche dettaglio in più o in meno, uguale o diverso, di fatto sempre in un rinnovamento del riferito. Gli stessi alternano anche la narrazione, avvicendandosi e così ricostruendo. Ricostruendo una storia d’amore, di dolore, di dispersione, una storia di migrazione, una storia di dissoluzione e con anche qualche riferimento alla criminalità. Queste storie che in prima battuta possono apparire quali tra loro distanti e separate da quella della scrittrice, a seguito dei primi capitoli, vi si fondono e uniscono diventando parte di un’unica verità.
Tra tutti i personaggi introdotti, perno delle vicende è la madre, una donna caotica che si sposta tra continenti e che è avvezza anche alla bottiglia. Il suo incontro con il marito è già dal principio burrascoso e confusionario, dalla loro unione nascono due figli di cui Claudia è la secondogenita preceduta da un primogenito. Segue un divorzio, seguono i rapporti famigliari con la loro laboriosità, con la loro problematicità, con la loro confusione e costernazione, con quelle generazioni che si susseguono senza sconti in quei giorni, minuti, ore e anni che si perpetrano.

«Erano persone divertenti e buone, non particolarmente raffinate, eppure sono stati capaci di un’intuizione fondamentale: loro non ci sarebbero stati per sempre, non avrebbero potuto proteggerla in ogni istante. Mia madre doveva diventare indipendente e lo ha fatto.»

Il risultato è quello di un memoir, di una lunga lettera d’amore, senza pretese, senza aspettative ma capace di parlare con voce forte e altisonante in quella folla costante che è la vita. E parla di dolore, di disagio, di situazioni disturbanti, di vissuto, di esistenza, di quotidianità, di attualità, di politica, di Brexit e parla anche di lingue. Lingue che non sono solo e soltanto quelle parlate. Lingue che non solo soltanto quelle dei gesti. Il risultato è ancora quello di un testo che è capace di rievocare l’opera di Camus, per consentire alla mente di ricercare e di osservare la vita da un esterno che tutto costituisce a discapito di un interno in cui tutto sembra disperso. Per individuare, per acuire una nostalgia, per appagare quella vita, anche inventata, che non sia la nostra ma che possa essere migliore, diversa, altro. Per una vita che troppo spesso ci è banale, per una vita che perdiamo la voglia di raccontare, per le azioni che non compiamo, per quelle parole che non abbiamo detto, perché siamo semplicemente quello che quella situazione ci permette di essere. Non siamo quindi sempre e solo noi, ma siamo quel che ci ha formato, quel che ci ha costruito, quel che ci ha strutturato, quei luoghi che abbiamo visitato, quelle cose che ci circondano, quei talenti che spesso nemmeno pensiamo di avere, quella classe sociale a cui apparteniamo, quelle ricchezze che abbiamo ereditato, quei legami che ci legano, quelle sconfitte che ci hanno piegato, quella dignità che abbiamo ricostruito, quella forza che abbiamo avuto per ricominciare.
Un libro complesso, stratificato, ricco di tanti tanti contenuti e tanti tanti spunti di riflessione è “La straniera” di Claudia Durastanti. Un romanzo che non è un diario ma che è come se lo fosse, un testo frammentario che ricostruisce poco alla volta, che come un puzzle assume la sua forma soltanto nella sua conclusione. Tuttavia, nonostante questa grande forza di contenuti affatto semplice ne è la lettura a causa di uno stile narrativo che talvolta sembra perdersi in se stesso e confondere quel lettore che a più riprese si chiede dove l’autrice voglia arrivare, quale sia la sua morale, quale sia il suo obiettivo. Tecnica narrativa, questa, che è una scelta volontaria finalizzata a dare quell’unica impostazione a quel volume che chiede di essere ascoltato e non solo letto ma che ha quale conseguenza quella di non facilitarne la conoscenza, di annoiare, di sfiancare. Perché per quanto si possa aver da dire, il come lo si dice è un qualcosa di imprescindibile che se non ben architettato rischia di far perdere di interesse, di profondità, di volontà.

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Consigliato a chi ha letto...
si = per i contenuti e gli intenti
no = per lo stile narrativo che non mi ha convinta lasciandomi preda di molteplici perplessità.
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