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Vecchiaccia

Letteratura italiana

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«Non saprei dire esattamente quando ho cominciato a detestare i vecchi. Ricordo solo quando ne sono diventata consapevole». Inizia così un libro la cui lettura assomiglia a un viaggio sulle montagne russe: attraverso pagine di sincerità quasi insostenibile, ironiche e spiazzanti, Fuani Marino affronta le tenebre dei suoi rimossi. E se la vecchiaccia che davvero odia fosse lei stessa? Come un canarino nella miniera, Fuani Marino sente prima di tutti l'atmosfera tossica in cui siamo immersi ogni giorno, fatta di crescente disagio psichico, fatica, ansia diffusa. Vecchiaccia è un dispaccio dal fronte della fragilità. Quella di tutti. Tutto è cominciato con un tweet. Aprile 2020, l'Italia è nel pieno del lockdown imposto per arginare la pandemia di Covid. E Fuani Marino pubblica un tweet in cui si chiede a cosa siamo disposti a rinunciare per difendere le fasce più anziane della popolazione. Apriti cielo: migliaia di repliche indignate, richieste di cancellazione, politici e giornali che lo riprendono additandola a esempio di egoismo e follia radical chic. L'episodio, le reazioni e le conseguenze mettono in moto in Fuani Marino una serie di riflessioni che si trasformeranno in un viaggio interiore nel proprio passato, nella psiche e tra i suoi fantasmi; ma anche esteriore, nella società, quella italiana in particolare, e nell'ambigua centralità che riserva agli anziani, da una parte celebrati, dall'altra marginalizzati. Quello che all'inizio sembrava uno sfogo contro i «vecchiacci», diventa una dolorosa presa di coscienza da parte dell'autrice: da cosa nasce questo passo falso? Da quali traumi, da quali episodi del suo passato origina quel fastidio? Ancora una volta Fuani Marino parte da sé, dalla sua esperienza, dal suo corpo, per raccontare questi tempi assurdi. E, come già in Svegliami a mezzanotte, ce li restituisce attraverso pagine in cui l'ironia e il dolore, la spietata autoindagine e gli inciampi, la sincerità e l'invenzione mettono in discussione tutte le nostre certezze.



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Vecchiaccia 2023-05-14 11:04:30 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    14 Mag, 2023
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Il desiderio di vivere sempre più a lungo.

E’ il terzo libro pubblicato da Fuani Marino, scrittrice napoletana dal passato tormentato, un tentativo di suicidio per motivi inspiegabili a poco più di trent’anni ed una sindrome maniaco depressiva che la costringe ad una vita difficile, scandita da farmaci e visite specialistiche. La Marino, poco più che quarantenne, raccoglie in quattordici capitoli storie di vita vissuta e lunghe riflessioni, partendo dalle coercizioni relative al lockdown nella pandemia da Covid e da un’affermazione sconcertante (“stiamo sacrificando cose imprescindibili come diritto all’istruzione, socialità, economia di un paese in nome degli over 75”), un vero e proprio “pugno nello stomaco”, che ha provocato proteste sulle reti social, con insulti di ogni tipo e l’accusa di essere una sporca “ageista”, una cioè che discrimina le persone in base all’età.
In effetti, la Marino ha la mano pesante nei confronti degli anziani. Nei vari capitoli, l’autrice contesta ai vecchi di non accontentarsi più di aver raggiunto gli 80 anni (cap.2), ma di lavorare ancora, di sentirsi al centro di progetti impedendo così un normale ricambio generazionale, con conseguenze negative economiche e sociali. Ancora, viene affermato (cap.3) che dopo la seconda guerra mondiale si è instaurata una sorta di patriarcato oppressivo e che i vecchi sono portati a non comprendere il mondo, in costante evoluzione. I vecchi, poi, non si rassegnano (cap.4) ad accettare la morte, grazie ai vaccini ed a sempre nuove scoperte scientifiche: è quasi un obbligo dover essere sempre felici, evitando a qualsiasi prezzo la fine. Il traguardo dei 50 anni ci coglie oggi poco più che ragazzi: i vecchi (cap.6) sono ancora competenti, svegli, con una voglia di vivere “famelica”. Ovviamente (cap.9) i vecchi non hanno colpe, ma non si rendono conto di rallentare il progresso: molti hanno ancora nelle mani il monopolio economico e lavorativo, mentre i più giovani arrancano con lavori precari.
Le convinzioni della Marino possono essere condivise o no: certamente sono espresse senza astio o desiderio di rivalsa, con attente riflessioni anche dal punto di vista economico e sociale e qualche amara considerazione su coloro che cercano in ogni modo di allungare la vita o di rendersi più attraenti con interventi estetici di ogni tipo, soprattutto i maschi (“ un ignobile e patetico attaccamento alla vita”).
La Marino nell’ultimo capitolo si chiede infine: avrò paura di invecchiare? Ho più paura di vivere, si risponde. Se non si può morire, bisogna avere il gusto di “saper invecchiare”, senza clamori e con dignità, altrimenti i giovani ci guarderanno con odio.
Ho quasi novant’anni, ovviamente il libro contiene molte affermazioni contestabili e qualche intuizione convinta e ben argomentata. Da parte mia, non mi sento, da vecchissimo, in colpa: non sono di peso alla società, anzi lavoro ancora da volontario nel mio Ospedale, ovviando alla mancanza cronica di personale. Accetterò la fine con serenità, senza forzati e inutili tentativi di inseguire una patetica e ridicola sopravvivenza. Aggiungo che conosco altri nelle mie condizioni, che vivono senza portar via speranze ai giovani.
“Vecchiaccia” va comunque letto, riflettendo sui tanti problemi che l’aumento della vita media potrà e dovrà porre a sociologi ed economisti. Si legge anche con curiosità per gli ampi stralci relativi alla vita dell’autrice: gli anni della pandemia, il rapporto con i nonni, la noia delle vacanze, i conflitti con il marito, le sedute dallo psichiatra, le terapie con farmaci e integratori, l’abitudine a stare e lavorare a letto, la difficoltà, quasi l’impossibilità di alzarsi al mattino (“disania”: ho imparato una parola nuova!) … Tutto raccontato con leggerezza ed ironia, forse con un velo di malinconia, da un’autrice refrattaria alle banalità, ai cosiddetti luoghi comuni, al pensiero condiviso e conforme.
Spiega molte cose la scritta che desidera incisa su un’eventuale targa dopo la morte: “Ha combattuto duramente contro la malattia”, perché così è stato “in tutti i giorni che hanno seguito il mio tentativo di suicidio”.
E dice molto anche la frase conclusiva: “Continueremo a temere la morte, illudendoci di poterla in qualche modo aggirare. Ma non sarà così”.


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