Narrativa italiana Romanzi autobiografici Non volevo morire vergine
 

Non volevo morire vergine Non volevo morire vergine

Non volevo morire vergine

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La vita di Barbara è cambiata all'improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l'età delle prime cotte, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l'incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole. Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all'amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.

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Non volevo morire vergine 2017-06-11 14:10:58 antonelladimartino
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antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    11 Giugno, 2017
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IL DOLORE TI CORRODE

Cambiare posizione significa cambiare vita, cambiare tutto. Molti pensano che la faccenda si riduca soltanto al fatto di “non camminare”. Sciocchezze. Le differenze sono enormi, soprattutto nei casi più gravi. Da questo punto di vista, non siamo tutti disabili.

Le persone con mielolesione hanno meno possibilità di scelta, e devono affrontare più dolore, più fatica, più problemi. Perfino un singolo respiro può diventare difficile. Il confronto con il mondo è forse ancora più difficile. La tentazione di chiudersi in casa, di non affrontare il mondo, è molto forte, perché le barriere si moltiplicano.

Il nostro è “un paese pieno di barriere”, che non riguardano soltanto i disabili. A mio parere, l’Italia non è un paese per chi non è maschio, bianco, benestante, di bell’aspetto, in salute e con una famiglia alle spalle (meglio ancora se giovane). Da questo punto di vista, siamo tutti disabili, compresi i privilegiati: quel che è successo a Barbara può succedere a chiunque, in qualunque momento, nel giro di pochi secondi. Perché noi umani siamo tutti fragili e, soprattutto, in un paese pieno di barriere siamo tutti in pericolo. Ma anche se la fortuna e la salute ci assistono, la questione delle barriere ci riguarda, perché siamo comunque tutti legati l’uno all’altro, e nessuno può credersi davvero “indipendente”. Le barriere impoveriscono l’intero paese, impoveriscono tutti noi.

Barbara Garlaschelli ci rivela come è stato difficile superare la paura del rifiuto e cominciare a vivere la sua sessualità: una paura che appartiene a tutti, uomini e donne, ma per chi è disabilitato, la paura può diventare molto, molto più forte. Nel romanzo, racconto e descrizioni sono lievi ma non superficiali. Lo stile è semplice ma non povero. La storia induce a sognare e a riflettere, e suscita un’infinità di domande.

Barbara ama l’ironia, si definisce “disabilitata” e ci presenta una carrellata di “disabilitate tipiche” che strappa gradevolissime risate; non c’è da stupirsi se l’arma della risata l’ha aiutata a superare le barriere della sfortuna. La fortuna, invece, le ha donato forza, e intelligenza, e due genitori eccezionali. Mi domando come possa superare le stesse barriere chi ha la stessa sfortuna, ma è privo di doni. La risposta è terribile.

L’ironia non guasta, ma non basta. La forza di chi sa affrontare il dolore e la malattia con il sorriso piace e suscita ammirazione. Ma le lacrime costituiscono un problema. Perché? Forse per paura. “Posso dire oggi, a 51 anni, che sono una donna libera perché non devo dimostrare a nessuno, soprattutto a me stessa, di essere coraggiosa, forte, tenace. Oggi posso e voglio piangere le mie lacrime, la mia fragilità, l’immenso dolore per tutto ciò che ho perso”.

Un’altra domanda: perché per tanto tempo sessualità e disabilità sono state considerate inconciliabili, come materia e antimateria? Alla radice di questo tabù, la cultura della sofferenza come mezzo di espiazione e di purificazione ha di sicuro giocato un ruolo rilevante: il dolore purifica, rende santi o addirittura angeli, entrambi privi di sesso (anche se nel caso degli angeli rimane ancora qualche dubbio). Ma non è vero che il dolore trasforma gli umani in angeli. C’è chi testimonia che il dolore può rendere migliori, e questo in alcuni casi è vero. Ma gli angeli non esistono, e per la santità è necessaria una vocazione particolare.

Barbara ha scritto, con arte e con passione, un memoir che si legge d’un fiato: vi consiglio di rileggerlo per non perdere gli spunti di riflessione, che sono tanti e preziosi, così com’è preziosa l’unicità della sua storia, che è storia d’amore e di sesso, di fortuna e di sfortuna, di tristezza e di allegria, di rabbia e di tenerezza. Una storia piena di vita.

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