Narrativa italiana Romanzi autobiografici Ora dimmi di te. Lettera a Matilda
 

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda Ora dimmi di te. Lettera a Matilda

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda

Letteratura italiana

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Andrea Camilleri sta scrivendo quando la pronipote Matilda si intrufola a giocare sotto il tavolo, e lui pensa che non vuole che siano altri – quando lei sarà grande – a raccontarle di lui. Così nasce questa lettera, che ripercorre una vita intera con l'intelligenza del cuore: illuminando i momenti in base al peso che hanno avuto nel rendere Camilleri l'uomo che tutti amiamo. Uno spettacolo teatrale alla presenza del gerarca Pavolini e una strage di mafia a Porto Empedocle, una straordinaria lezione di regia all'Accademia Silvio D'Amico e le parole di un vecchio attore dopo le prove, l'incontro con la moglie Rosetta e quello con Elvira Sellerio... Ogni episodio è un modo per parlare di ciò che rende la vita degna di essere vissuta: le radici, l'amore, gli amici, la politica, la letteratura. Con il coraggio di raccontare gli errori e le disillusioni, con la commozione di un bisnonno che può solo immaginare il futuro e consegnare alla nipote la lanterna preziosa del dubbio.

Recensione della Redazione QLibri

 
Ora dimmi di te. Lettera a Matilda 2018-08-30 14:31:41 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    30 Agosto, 2018
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"Tu non sei uno scrittore, sei un corrispondente d

Andrea Camilleri nasce a Porto Empedocle un piccolo paese nel Sud della Sicilia nel 1925. Bambino precoce e dedito alla lettura, la sua giovinezza è caratterizzata dal radicarsi e dal consolidarsi del partito fascista nel paese e nel suo cuore, anche se ben presto, a causa di due avvenimenti, inizia a prenderne le distanze. Negli anni del primo dopoguerra il siciliano si dedica alla poesia sino ad approdare al teatro, settore in cui opera attivamente sino a tarda età. Ed è contemporaneamente a queste attività, al suo entrare in Rai, al suo manifestare politico, alle sue riflessioni storiche, che lo scrittore si avvicina alla narrativa, sentendosi sempre un cantastorie mai uno scrittore, prima con romanzi di minore successo e di poi con la nascita, sopraggiunta all’età di 69 anni al suo personaggio più famoso: Salvo Montalbano. Perché la scelta del dialetto? Perché «di una data cosa la lingua ne esprime il concetto, mentre della medesima cosa il dialetto ne esprime il sentimento (p. 67)». Infine, l’oggi. La sua cecità che lo priva del leggere e dello scrivere confinandolo al dettare, ma anche le sue valutazioni sulla società moderna, sul quel che è diventata e sul quel che era. Memorabili i passi in cui descrive la forza, il carisma, l’ideale dei politici del tempo a discapito di quelli attuali.

«Gli uomini politici, che subito dopo la Liberazione presero in mano le redini dell’Italia, erano uomini che il fascismo aveva costretto all’esilio, alla galera, all’ostracismo, al silenzio. Erano uomini come Alcide De Gasperi democristiano, Luigi Einaudi liberale, Palmiro Togliatti comunista, Pietro Nenni e Sandro Pertini socialisti, Carlo Sforza e Ferruccio Parri del Partito d’azione, tutti uomini che avevano cominciato a far politica prima dell’avvento del fascismo e che conoscevano benissimo i valori della democrazia. Ma a quei tempi, pur combattendoci, avevamo un ideale comune, quello di far risorgere l’Italia dalle sue macerie. […] Ogni frase che De Gasperi scriveva la sottoponeva al giudizio degli altri che la modificavano, correggevano, aggiungevano un aggettivo, ne levavano un altro. In quella stanza, un quel momento non c’era solo il democristiano De Gasperi ma l’Italia tutta.» p. 78

Imperdibili le considerazioni sulla prima, seconda e terza Repubblica, sul fenomeno del terrorismo, sulla corruzione nel nostro Stato, sulla politica sovranazionale e internazionale e infine, ma non per questo meno importante, sul fenomeno della migrazione. Argute e profonde, altresì le sue dissertazioni sull’Unione Europea, sui suoi errori, le sue falde, il suo rischio di fallimento, le possibili soluzioni al problema.
In un crescendo continuo privo di un preciso schema narrativo, privo di un definito e obbligato senso letterale, bensì alla cieca, a fronte della condizione in cui da qualche anno l’autore versa nonché a fronte della considerazione del fatto che egli non riesce e non può immaginarsi quale sarà il mondo fra vent’anni e più precisamente quel mondo in cui la pronipotina ad oggi di 4/5 anni Matilde, dovrà vivere, Andrea Camilleri non si limita a scrivere un memoir della sua vita per questa piccola erede che non potrà vedere crescere ma al contrario le destina e ci destina una lunga e conclusiva riflessione su quella che è stata l’evoluzione del nostro paese negli ultimi novantadue anni. E lo fa mediante la rievocazione di quegli avvenimenti che per primo ha provato e vissuto, su quelle gioie e quei dolori che hanno caratterizzato i suoi giorni. La sua è una analisi disincantata, semplice e proprio per questa sua semplicità toccante e folgorante. Soprattutto nella prima e nell’ultima parte. Tra le pagine respirerete dunque una grande e logica meditazione sullo ieri e sull’oggi attraverso quel velo di melanconia propria di un uomo consapevole di essere ormai giunto a conclusione del suo tempo su questa terra. Il suo più grande dispiacere? Dover lasciare le persone che più ama.
Nel discorrere della sua esposizione l’autore non si sottrae a autocritiche per gli errori commessi e a fronte di ciò fa dono di quegli insegnamenti raggiunti e custoditi. Perché non sempre due più due fa quattro, non sempre il lupo è cattivo come ce lo hanno descritto nelle favole.

«L’ultima cosa che ho imparato consiste nell’avere necessariamente un’idea, chiamala pure ideale, e a essa attenersi fermamente ma senza nessuna faziosità, ascoltando sempre le idee degli altri diverse dalle proprie, sostenendo le proprie ragioni con fermezza, spiegandole e rispiegandole, e magari perché no, cambiando la propria idea. Ricordati che, sconfitta o vittoriosa, non c’è bandiera che non stinga al sole.» p. 107

Non adatto a chi cerca Montalbano, bensì a chi desidera uno scritto con cui rivivere, ragionare, trarre spunto. Commovente, riflessivo, da gustare senza pretese ma con la mente aperta.

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Ora dimmi di te. Lettera a Matilda 2018-09-17 16:46:13 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Settembre, 2018
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Una commovente lettera alla nipotina Matilda.

Andrea Camilleri, un grande della letteratura italiana contemporanea, ha più di novant’anni ed è lucidissimo pur avendo perso il dono della vista. Ha una nipotina di 4 anni, Matilda, alla quale vuole lasciare un ricordo del nonno sotto forma di lettera, che la piccola, da grande, potrà leggere, se vorrà, rivivendo passo dopo passo una vita lunghissima e cercando di capire quanto grande sia stato il nonno e quanto amore abbia voluto trasmetterle. Camilleri lascia alla nipote ed a noi lettori la sua biografia, la storia della sua vita, dai primi passi nella natìa Porto Empedocle (oggi anche Vigata) nei lontani anni Venti tormentati dalle insicurezze, dai disordini postbellici e dalla lenta ascesa dell’ideologia fascista sino ai successi professionali come regista teatrale e televisivo, alle amicizie importanti, all’affermazione come scrittore di romanzi sociali e della fortunata serie del Commissario Montalbano. Il ripudio del fascismo, l’iscrizione al Partito Comunista, l’attenzione sempre vigile per i più deboli e le classi meno fortunate, un rigore morale senza tentennamenti sono argomenti che Camilleri tratta con passione e sincerità: e poi il matrimonio, la nascita delle tre figlie, le benemerenze ed i riconoscimenti conseguiti sono raccontati come ulteriori tappe di una vita serena e, tutto sommato, fortunata.
Matilda leggerà, farà tesoro di quanto il nonno le ha trasmesso, magari idealmente vorrà rispondergli (“ora dimmi di te”), portavoce di quei giovani che Camilleri invita a cambiare il mondo, “sostenendo le proprie ragioni con fermezza, spiegandole e rispiegandole, e magari perchè no, cambiando la propria idea” perché “….sconfitta o vittoriosa, non c’è bandiera che non stinga al sole”.

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I romanzi di Andrea Camilleri.
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