Il gran diavolo Il gran diavolo

Il gran diavolo

Letteratura italiana

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Della guerra e della morte non ha paura Giovanni: lui è un Medici, nelle sue vene scorre sangue nobile e ogni giorno affronta il nemico alla testa delle più feroci truppe mercenarie d’Italia, le Bande Nere. Il campo di battaglia è grigio, freddo, eppure i suoi uomini lo seguirebbero anche all’inferno. Tra questi marcia Niccolò, soprannominato il Serparo per l’inquietante abitudine di tenere tre serpenti avvolti intorno al braccio. Si affida loro per conoscere il futuro. Perciò gli altri soldati lo tengono a distanza, ma presto conquisterà la fiducia del Capitano, riuscendo a penetrarne lo sguardo severo. E dove Giovanni lo avesse posato, là Niccolò si sarebbe fatto trovare, al suo fianco, in mezzo alla mischia. Sempre. Sacha Naspini racconta di quello scorcio di ’500 che fu uno tra i momenti più tumultuosi della Storia d’Italia, quando ogni cosa stava cambiando, e tutti tradivano tutti.

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Il gran diavolo 2015-11-06 07:22:37 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    06 Novembre, 2015
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Quel gran diavolo del dio della guerra

Giovanni dalle Bande Nere, al secolo Giovanni di Giovanni de’ Medici (Forlì, 6 aprile 1498 – Mantova, 30 novembre 1526) è stato forse il più noto condottiero italiano, uno di quegli uomini d’arme che, unitamente alle truppe di cui disponevano, si mettevano al soldo di vari Signori per combattere nelle guerricciole – ma anche in grandi conflitti – che nel Rinascimento erano piuttosto frequenti. Sul suo ardimento e sulla sua capacità tattica non ci sono dubbi, mentre difettava di doti di stratega, tanto che non fu mai messo a capo degli eserciti dei vari committenti, a differenza per esempio del marchese Francesco II Gonzaga. Discendeva, per parte di madre (Caterina Sforza, la Signora guerriera di Imola e Forlì) dal ben più capace condottiero Muzio Attendolo Sforza, dal qualeti ereditò lo spirito indomabile e il coraggio; il padre Giovanni faceva parte di un ramo cadetto della famiglia Medici, come si sa ricca e assai potente. Benché quindi ci fossero tutti i presupposti affinchè il giovane Giiovanni potesse diventare di fatto il padrone di Firenze (lo diverrà suo figlio Cosimo) spinto da uno spirito di avventura indomito preferì abbracciare il mestiere della guerra, che gli diede un’ampia popolarità in un alone quasi di mistica leggenda, a cui contribuì anche la sua morte in ancor giovane età.
Scrivere di quest’uomo significa quindi rievocarne la memoria, magari presentandolo come un cavaliere senza macchia e senza paura, andando incontro facilmente ad abusati stereotipi.
Sacha Naspini, che si può dire abbia visto crescere come narratore e di cui ho individuato subito l’innato indubbio talento, alla prima prova con il romanzo storico non è caduto in questi tranelli, ma ha congegnato un’opera, che pur fedele alla realtà, si esprime attraverso una visione originale, resa anche possibile dal fatto che la vicenda del condottiero viene esposta attraverso gli occhi di un personaggio che ritengo di fantasia, anzi agli inizi è tutto un alternarsi di capitoli dedicati alle vite di Giovanni e di Nicolò Durante (così si chiama quello che è forse il vero principale protagonista). Le due esistenze procedono parallele per un poco, poi convergono giusto quando il lettore potrebbe affaticarsi nel passare da pagine dedicate all’uno o all’altro, mossa abile che consente anche di avere un’idea ben precisa dei caratteri di entrambi. In particolare Nicolò Durante é appassionato di erbe officinali che ne fanno un alchimista, nonché è fedele alla tradizione del suo paese della Conca del Fucino, con la processione di Pentecoste, con la statua di San Domenico portata in giro per le vie ricoperta da serpenti vivi, alcuni dei quali lui si porta sempre appresso in una sacca legata in vita, da cui li toglie per tenerli arrotolati al braccio, onde trarre dal loro comportamento gli esiti dei prossimi scontri, come un vero e proprio negromante. Se Giovanni è un personaggio relativamente semplice, ben più complesso è Nicolò, che osserva, partecipa con valore ai combattimenti, ma sembra sempre assorto nei suoi pensieri, quasi che per lui quella guerra che porta la morte servisse solo per avere di che vivere, non inseguendo certo sogni di gloria, tutto teso a dare risposte alla sua sete di conoscenza. Nel primo c’è il Rinascimento nella sua futura decadenza, nel secondo appare uno spiraglio di quell’illuminismo che si realizzerà ben più tardi. Si potrebbe dire che uno è la forza pura e l’altro è invece l’emblema della ragione. È intorno a loro due che si svolge la vicenda, in un mondo in cui si massacra con indifferenza e con altrettanta indifferenza si è massacrati. Spade contro picche, ma già prendono piede gli archibugi che uccidono senza che si veda il nemico negli occhi. Il mondo delle giostre e dei tornei è al suo crepuscolo e Giovanni dalle Bande Nere rappresenta l’ultimo sole, ancorché morente in una nebbiosa giornata di novembre.
Senza enfasi, rifuggendo ogni retorica, razionale e imparziale Sacha Naspini ci accompagna in questa lunga cavalcata di fine epoca, e senza mai ergersi a giudice, grazie anche a una vena di pietà, ci fornisce l’immagine di un Giovanni de’ Medici vivo e vitale come doveva essere, ma egoista e vanitoso, cattivo marito e pessimo padre, insomma questo gran diavolo, come era anche soprannominato, era solo un dio della guerra, incapace di reggere il peso della pace.
Leggetelo, perché questo romanzo è bellissimo.

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