Narrativa italiana Romanzi storici Il testamento del conte Inverardi
 

Il testamento del conte Inverardi Il testamento del conte Inverardi

Il testamento del conte Inverardi

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Per secoli a villa Mandolossa si sono succedute le generazioni dei conti Inverardi della Pieve, e con loro quell'immutabile ordine sociale che contrapponeva il lusso alla miseria, i nobili alla servitù. A metà tra quei due mondi sta Luigi Valloncini: figlio di una cuoca, ha potuto studiare grazie all'interessamento del conte Gilberto, e in qualità di medico condotto ha aiutato e ascoltato tutti: di tutti conosce le sofferenze, i segreti, i rimpianti, il desiderio d'amore come di vendetta. Ora che del suo mondo non rimangono che i ricordi, è lui a narrare le vicende della nobile famiglia, il loro incrociarsi con i destini di contadini e servi, il tramonto dell'aristocrazia e la decadenza delle sue antiche dimore. Tra balli sull'erba e cacce alla volpe, lussuosi bordelli e remoti conventi, circoli esclusivi e corse di cavalli, assistiamo, attraverso i suoi occhi, alla storia di una grande famiglia aristocratica italiana, che si intreccia alla grande storia del Novecento.



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Il testamento del conte Inverardi 2017-11-08 09:07:47 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Novembre, 2017
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Un "nobile" testamento

L'autore de Il testamento del conte Inverardi, Luigi Valloncini Landi, è la stessa voce narrante.
Colpiscono di primo acchito due caratteristiche: la bellissima copertina e la venerando età dell’autore (1927) al suo debutto letterario. A giudicarlo subito pare un romanzo storico: niente affatto, è un romanzo d’appendice, scritto, nonostante la mole, con brio, leggerezza e precisione.
18 luglio 2004: il dottor Luigi Valloncini Landi festeggia i cinquant’anni di laurea in Medicina e della sua attività di medico condotto nel paese di Settepassi. I festeggiamenti organizzati dal sindaco si tengono nella villa di Mendolossa appartenente da secoli alla nobile famiglia dei Conti Inverardi della Piace, ma ceduta in affitto al signor Saracino che l’ha trasformata in una location alla moda. Per il medico ritrovarsi nella villa in cui è nato e cresciuto è un gradito ritorno al passato, al tempo in cui erano vivi i suoi genitori, umili servi del potente conte Filippo. E scattano i ricordi, riguardanti la famiglia aristocratica degli Inverardi. Non sono belli, sebbene il conte Gilberto, figlio ed erede di Filippo, lo abbia fatto studiare a sue spese all’Università di Milano. Gli Inverardi sono viziati, viziosi, dediti solo alla caccia, alle donne e al gioco. La vita grama dei loro mezzadri gli è indifferente.
Una vicenda che copre l’arco di quattro generazioni, intessuta da dolori, sofferenze, perdite, scelte compiute solo obbedendo ciecamente alle regole della “noblesse oblige” e altre invece prese sull’onda dell’egoismo, della cattiveria e dell’ingordigia, e qualcuna, poche, sulla scia dell’amore.
Nella prima parte i riferimenti storici sono compiuti nei minimi particolari: la Grande Guerra, la Spagnola, l’avvento del Fascismo, le grandi feste alla presenza di Ciano e della moglie Edda, le battute di caccia con Mafalda e il marito, i circoli e i bordelli esclusivi. Dalla Seconda Guerra mondiale in poi il racconto diventa un po’ sfocato, anche perché gli Inverardi sono in declino e tutto ruota intorno al testamento del Conte Gilberto, causa di intrighi infiniti. E di un finale amaro.
E’ una biografia che fa sicuramente riferimento ad una casata nobiliare, ma è molto coinvolgente ed appassionante. Lo stile non annoia mai, anzi è molto tranquillo e scorrevole. I drammi familiari e le variegate personalità degli attori che si muovono sulla teatralità del romanzo colpiscono il lettore, nella narrazione più intima dei loro pensieri e dei loro sentimenti. Un libro nato, come dice l’autore:
“per descrivere un mondo che conosco bene, ma non mi appartiene e per lasciare un segno di me.”
Una lettura che ha il fascino di altri tempi.

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