La gloria La gloria

La gloria

Letteratura italiana

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«Sognavo un romanzo ambizioso e bellissimo e l’ho scritto pensando ai giovani e a tutti coloro che non credono in Dio, ma sentono l’angoscia di non crederci». Così Giuseppe Berto accompagnò la pubblicazione, nel settembre 1978, di questo libro ritenuto oggi, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita, una delle grandi opere del nostro Novecento. I temi che attraversano l’intero corpus della produzione dello scrittore veneto – la commistione di bene e male, la colpa insita nel fatto stesso di esistere, la necessità di «misurarsi ogni giorno con l’eternità, o con l’assenza di eternità» – si ritrovano tutti in queste pagine e ne fanno una delle più alte espressioni della poetica e dello stile dell’autore del Male oscuro. Il romanzo si presenta nella forma di un monologo di Giuda Iscariota, un Giuda onnisciente che ha già varcato la soglia della vita e conosce l’intero corso della storia successivo al tempo della predicazione di Cristo, poiché cita pensatori e uomini del mondo moderno. È il racconto di un animo inquieto che narra la sua «umana» vicenda di giovane rivoluzionario, «legato agli zeloti per cospirazione e fuggito dalla città santa per scampare alla croce».



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La gloria 2021-05-31 10:11:48 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    31 Mag, 2021
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Vittima del disegno divino

L’idea di raccontare la storia dei vangeli da punti di vista diversi da quelli canonici è sempre stata, diciamolo, piuttosto gettonata: forse perché scoprire diverse prospettive di quella che in fondo è la storia più raccontata di sempre ha sempre intrigato fiumane di lettori, soprattutto quando la prospettiva proposta può frantumare archetipi e idee radicate nei secoli. La prospettive oscure sono quelle che ci spaventano e ci attirano di più al tempo stesso, e scrittori di diverso tipo e fama si sono cimentati in quest’impresa: basti pensare a “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” del premio Nobel José Saramago, fino ad arrivare ad autori nostrani come Giuseppe Berto, con questo romanzo intitolato “La Gloria”.
Il punto di vista adottato è, in questo caso, quello che forse intriga più di tutti: quello dell’oscuro traditore, dell’uomo che ha venduto il figlio di Dio per trenta denari, il simbolo dell’infamia: Giuda Iscariota. È proprio lui a raccontarci le vicende: un narratore interno ma allo stesso tempo posto a un livello superiore agli eventi; un Giuda che guarda al suo proprio cammino col distacco della morte, dell’onniscienza, capace addirittura di citare pensatori che lo seguiranno di duemila anni quali Camus o Engels. Una narrazione che può risultare interessante per certi versi ma in certi altri fa storcere un po’ il naso, perché questo narratore non lo si riesce bene a inquadrare: conosce aspetti d’un futuro che non ha potuto vedere per ovvie ragioni, ma ignora alcuni dei fatti del suo proprio presente coi limiti d’un narratore in prima persona, calato all’interno delle vicende e dunque incapace di descrivere avvenimenti ai quali non ha assistito (ma solo in certi casi). Il lettore non ha bisogno di conoscere alcun tipo di tecnicismo: alcune cose le avverte inconsciamente, sente che qualcosa non quadra, e questa narrazione si inceppa frequentemente.
Giuda, oltretutto, è un po’ ripetitivo: ribadisce gli stessi concetti in diverse parti di un romanzo che, oltretutto, ripercorre eventi che molti di noi già conoscono. Uno dei suoi obiettivi sembra essere quello di approfondire alcune situazioni strettamente legate all’esperienza di Giuda Iscariota - come il tradimento stesso - ma trattate sommariamente dalle Scritture, ma non centra l’obiettivo con abbastanza forza. L’idea di Giuda come di uno strumento senza via di scampo del disegno divino e l’ingiustizia del suo destino sono motivi molto interessanti, a cui tuttavia Berto non riesce a dare la forza necessaria a renderli indelebili né a scatenare una riflessione che sia veramente profonda. Giuda si fa vittima, si comprende il paradosso della sua vita, ma l’empatia che dovrebbe permetterci di capirlo appieno non scatta.
Peccato.

“Forse, Rabbi, a mete più modeste era destinata la nostra grandezza. Ma una volta deciso che il punto d’arrivo doveva essere la gloria, non fui io a mancare.”

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