La miniaturista La miniaturista

La miniaturista

Letteratura italiana

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Una tormentata educazione sentimentale sullo sfondo di una Venezia sontuosa. Venezia, 1700. La giovane artista Aurora Zanon inizia la sua ascesa, che da umile allieva la porterà a diventare la miniaturista più apprezzata della Serenissima. Oltraggiata dal proprio maestro, schiava del successo in un mondo in cui bellezza e decadenza si rincorrono implacabili, Aurora dovrà rinunciare al suo amore per il nobile Lord Marvel. Oppressa dalla vergogna e dal rimorso, inizierà a viaggiare tra le capitali d’Europa in lotta con i ricordi, ma sempre con il coraggio di vivere fino in fondo la sua condizione di donna e di artista.



Recensione della Redazione QLibri

 
La miniaturista 2011-11-11 16:01:11 Lauralia
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Lauralia Opinione inserita da Lauralia    11 Novembre, 2011
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La Miniaturista

Un’unica voce si accampa cristallina in tutta la narrazione e, mentre il lettore sin dalle prime righe intuisce il lungo cammino delle memorie della Miniaturista, la misteriosa narratrice dal presente della sua vita attuale assume la parola per dire in modo chiaro, forte e distinto che tutto da parte sua «iniziò in totale innocenza e con tanta buona volontà». Eppure, “dime chi son, ma no me dir chi gera”, recita il proverbio veneto, con cui Silvia Mazzola introduce il suo emozionante romanzo d’esordio, suggerendo che l’eco del passato della virtuosa Miniaturista non sia fievole e indistinta ma tonante di ricordi che l’artista, facendo ritorno nella sua Venezia, pur rievocandoli, vorrebbe mettere a tacere. La nostra protagonista, Aurora Zanon, miniaturista e più tardi pastellista di straordinaria vitalità inventiva, all’età di trentun anni, porterà in sé la passione e i tormenti di un’artista veneziana attraverso le più grandi corti d’Europa del Settecento. L’unica luce di speranza per Aurora sarà proprio quella dell’arte, che la spingerà miracolosamente a perpetuare la vita a dispetto del dolore in cui fin da giovanissima è irretita perfezionando il suo sapere.
L’atmosfera tersa e brillante di un atelier, rivissuta nella memoria con una pienezza di sensazioni visive («I miei fogli risplendevano di violetti, verdi e rosa. Erano così vividi che bastava tracciassi un piccolo segno sulla carta per accendere la seta della stessa luce delle foglie d’autunno. Quando li usavo per l’incarnato, sembrava che i bianchi prendessero a prestito la leggerezza delle nuvole e i rosa i petali dei fiori del melo. I volti da me ritratti erano come arrossati dalla brezza. Usavo il pollice e i polpastrelli per modulare le tonalità. Nel mio atelier in rue Richelieu facevo accomodare in piena luce i clienti da ritrarre e disegnavo sullo sfondo un’ombra simile a quella gettata dai candelabri nei loro saloni»), si trasforma in uno spazio illimitato senza tempo e senza durata, in cui il genio di Aurora trova un punto di fuga, animato dalla presenza vitale della sua arte che tutti i dispiaceri seppellisce e cancella. Una dimensione, l’arte, dove la figlia di Alvise Zanon, Aurora, troverà un po’ di pace per il suo cuore in tumulto, non piangendo di sé ma rinascendo attraverso la sua raffinata sensibilità di artista, dipingendo per se stessa prima ancora che per rendere alla perfezione lo stato d’animo del modello.

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