Piazza d'Italia Piazza d'Italia

Piazza d'Italia

Letteratura italiana

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Un borgo toscano nelle paludi, vicino al mare. L'epopea di una famiglia di anarchici, ribelli per temperamento e tradizione: storia di tre generazioni di rivoluzionari dai nomi sintomatici di Garibaldo, Quarto, Volturno, personaggi che partono per viaggi avventurosi e guerre in Europa, Africa, le due Americhe trovando la morte nella lotta contro i padroni. Donne combattive e coraggiose che si affidano anche agli oroscopi e alle fattucchiere. Un mondo contadino, arcaico, ormai scomparso; una fiaba popolare con trovate fantasiose e insieme malinconiche, commosse e profonde, vivaci e gaie, pervasa dal senso della fragilità della vita.

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Piazza d'Italia 2019-03-11 10:22:20 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    11 Marzo, 2019
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Non arrendersi mai

Scritto nel 1973, ma pubblicato due anni dopo, Piazza d’Italia è un romanzo storico che ripercorre le vicende della nostra patria dalla proclamazione dell’unità d’Italia fino al sorgere della Repubblica, e lo fa narrando le altrimenti oscure vite di alcune generazioni di una famiglia proletaria, dapprima anarchica e poi comunista, con i protagonisti dai nomi alquanto evocativi (Quarto, Volturno, Asmara, Garibaldo, solo per citarne alcuni). Questa gente è radicata in un paese immaginario, Borgo, che tuttavia ben rappresentata un’entità rurale toscana, con il suo carico di fame, di miseria e di sfruttamento. L’Italia descritta da Tabucchi in questa sua opera prima non può piacere, perché, al di là delle epoche trattate, è quanto mai attuale, caratterizzata da ingiustizie, da diffusa corruzione, da continui soprusi dei più forti economicamente sui deboli, emblemi di un proletariato sempre alla ricerca di un riscatto che assume poco a poco le caratteristiche di una chimera. E’ il paese del trionfo della retorica, delle parole urlate e delle promesse mai mantenute, dove tutto sembrerebbe cambiare per poi restare sempre uguale, come saggiamente Tomasi di Lampedusa riporta nel suo Gattopardo. In questa effettiva calma piatta guai a chi osa non dico ribellarsi, ma solo protestare, perché la sua emarginazione è immediata, quando anche non si provvede, in un modo o nell’altro, a eliminarlo.
E’ del resto il paese in cui gli immeritevoli vengono messi sugli altari e gli eroi, coloro che hanno fatto tanto per la patria sono denigrati; in una nazione dove si riconoscono meriti inesistenti agli incapaci e ai disonesti e in cui vengono isolati gli elementi migliori e più sani il desiderio di giustizia dei personaggi di questo libro sono destinati a essere vanificati, eppure loro non demordono, perché arrendersi equivarrebbe a perdere l’unico bene che il potere insano non può distruggere, la dignità.
Il romanzo mi è piaciuto, anche se mi lascia perplesso per alcune scelte stilistiche e strutturali che dovrebbero farlo apparire come il racconto di un cantastorie, ma che mi sono sembrate, in quei capitoli brevi, non sempre collegati armoniosamente, caratterizzate da una certa forzatura e da una ricerca di un linguaggio particolare non del tutto riuscita. Occorre, però, anche tener conto che si è trattato del primo romanzo dell’autore, che in seguito a dato vita a opere ben più compiute e di elevato valore, quali, soprattutto, Sostiene Pereira.
Da leggere, ne vale la pena.





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Piazza d'Italia 2019-02-21 14:53:34 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    21 Febbraio, 2019
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La forza dell'animo

«”Chi sono quelli?” chiese Plinio tirando suo padre per la manica.
“È Garibaldi che consegna l’Italia al re”
“E chi è Garibaldi?”
“È l’eroe dei due mondi.”
“E chi è il re?”
“È il nuovo padrone”»

Scritto nel 1973 e pubblicato nella sua prima edizione soltanto nel 1975, “Piazza d’Italia” ripercorre la storia d’Italia dalla proclamazione dello Stato Unitario sino all’avvento della Repubblica e rappresenta l’esordio di uno degli autori italiani più significativi della seconda metà del Novecento.
Gli elementi che contraddistinguono Antonio Tabucchi e che hanno reso unici i suoi lavori ci sono già tutti, primo fra i tanti è la presenza di quella dimensione quasi fiabesca, ascetica, dove a parlare non è altro che chi la storia la subisce e non tanto la fa, chi dalla storia e dagli avvenimenti esce comunque vinto, comunque sconfitto, passando da un padrone all’altro e non chi, al contrario, ne esce trionfatore.
Protagonisti delle vicende sono tre generazioni di uomini e donne appartenenti ad una famiglia di proletari prima anarchici, poi comunisti, e tutti caratterizzati da un’identità radicata già dal nome. Quarto, Volturno e Garibaldo sono nomi che si susseguono di padre in figlio, ma sono anche sinonimo di identità familiare, di radici. A queste figure maschili si affiancano donne (l’Esperia con le sue fiammelle sulle dita, l’Asmara che ricama e ricama la sua dote fino a riempirne due bauli pur di fermare i presagi degli oroscopi e poter coronare il suo sogno d’amore e di matrimonio e la Zelmira che di unguenti e oroscopi vive) che sono madri, mogli, sorelle, amiche, alleate, donne che con il loro coraggio e la loro determinazione vivono e subiscono la Spedizione dei Mille, le guerre coloniali in Etiopia e in Libria, le emigrazioni nelle Americhe ritmate dai canti e dai tanghi argentini, il sopraggiungere della dittatura fascista, le guerre mondiali e infine la nuova Repubblica con tutto quel che significa. In ogni caso, loro sono al centro degli eventi. Si vedono costrette a privarsi dei loro uomini, li lasciano partire per ritrovarsi poi in compagnia di una cassetta che ne contiene altro che i resti, li vedono perseguitati e nascosti in loculi cimiteriali, li vedono trovar lavoro per bonificare il terreno da tutte le mine inesplose, li vedono nuovamente perderla quell’unica fonte di reddito perché, semplicemente, il lavoro è finito, e ancora, li osservano perire mentre, nel passare da un padrone all’altro, sostengono degli ideali che in un alternarsi di correnti marine, prima vanno bene e poi bene non vanno più.
Un componimento scritto in tre atti, una per ogni fase storica, dove ogni personaggio è memoria, è umanità. Come anzidetto alcuno dei fondamenti che hanno caratterizzato la prosa del pisano manca in questo primo volumetto a noi destinato. In esso ravvisiamo la magia, quella predilezione per l’epica, il gran gioco degli equivoci che si alternano al mistero, il sogno in contrapposizione alla realtà, il misticismo, la magia, tanto che è impossibile non sentirsi a casa.
“Piazza Italia” con le sue 146 pagine appena conduce il conoscitore in un non tempo che è vivido nelle mente e nei ricordi, induce alla riflessione, si fa amare e apprezzare per il caleidoscopio di circostanze e voci narranti, si fa ricordare nel presente, nel passato e nel futuro.

«Ma i soldati indugiavano al portone perché quando il peggio è passato si ha paura del niente» p.113

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Piazza d'Italia 2018-10-01 07:12:34 manuelaagosto
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manuelaagosto Opinione inserita da manuelaagosto    01 Ottobre, 2018
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La vita è amore e lotta

Dire che un libro è bellissimo può sembrare esagerato, in fin dei conti è un libro che parla della vita, e della morte, e dell’amore, e della rabbia, e dell’orgoglio, e di tutti quei sentimenti che popolano la vita, la vita vera, quella vissuta sulla propria pelle, che lascia una memoria.
Una saga familiare che attraversa un secolo denso di avvenimenti, di quelli che fanno la Storia con la S maiuscola. E dentro la Storia c’è la storia di una famiglia di anarchici toscani sempre alle prese con il problema del poco lavoro, della fame e dei tanti figli che se non ci fai attenzione ti ci perdi perché spesso padre e figlio si chiamano allo stesso modo. E’ un racconto sulle lotte per liberarsi dalla schiavitù imposta dai padroni, quelli che danno il lavoro ma anche quelli che stanno al governo, comprendendo che cambiano i padroni ma non cambia mai niente per la povera gente. Soprattutto se questa povera gente non ce la fa proprio a farsi calpestare ma ci tiene alla propria dignità di essere umano con i suoi diritti e, orgogliosamente, alza la testa e magari ci rimette la pelle.
E’ un racconto sui sogni di riscatto per una vita migliore e allora si va in Africa, e ci si perde nel deserto – quale dei due fratelli? -, si va in Argentina a suonare e cantare tanghi, si va in Francia a farsi rompere la bocca sul ring o si dimentica la gobba diventando rivoluzionario. Ci sono suore diventate tali per infelicità e c’è l’Asmara che ricama la dote fino a riempire bauli perché deve seguire le predizioni dell’oroscopo. E l’Esperia con le fiammelle sulle dita, e la Zelmira che sa di oroscopi e di come guarire le malattie. E come dimenticare l’ultimo Garibaldo, sempre in giro per il mondo e sempre pronto a lottare contro il padrone di turno. Una galleria di personaggi, una galleria di umanità che segna una memoria lunga, che arriva fino a noi.
Primo libro di Tabucchi che contiene però in nuce tutte quelle che saranno le caratteristiche dominanti delle sue opere: l’amore per l’epica, il gioco del doppio e degli equivoci, la propensione per il mistero che sa di magico.

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