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Letteratura italiana

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Tutto comincia nel 1921, con una notte degli imbrogli che Camilleri ripassa alla moviola, cinematograficamente, per rallentarla e di volta in volta rileggerla nel fermo immagine. Tutto si scheggia nel tempo spezzato delle testimonianze vere e false, e si ricompone nell'impostura cui danno mano frottolai, intimiditi ipocriti, «òmini d'ordine» e «òmini d'onore». La «santità» della vittima cresce con la politica del manganello e dell'olio di ricino; e con il montare dell'orda fascista che, come sempre accade nelle dittature, vorrebbe una magistratura allineata.

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Privo di titolo 2015-07-20 17:05:17 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    20 Luglio, 2015
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La politica della mistificazione

Che le dittature, in quanto tali e per reggersi, abbiano la necessità di un controllo stretto della stampa, anzi loro stesse diventino l’organo di comunicazione ufficiale, e che abbiano necessità di creare falsi miti per ornarsi di un alone leggendario è cosa risaputa. Se poi una di queste dittature è quella fascista, pur nella drammaticità dei suoi effetti, raggiunge vette altisonanti, ma anche ridicole, nella mistificazione dei fatti. Deve aver pensato a questo Camilleri quando ha scritto Privo di titolo, un romanzo in cui la drammaticità di un’esistenza schiacciata dall’alto lascia poco spazio a venature ironiche o addirittura comiche. Ma Camilleri è Camilleri e dunque in presenza di un regime vanaglorioso non può fare a meno di ricorrere a note satiriche, rafforzando così l’idea che dietro a un palcoscenico di divise, di retorica e di proclami ci fosse il niente, o meglio si nascondesse l’esistenza di uomini di pochi scrupoli che tenevano solo ed esclusivamente al potere.
La narrazione inizia nel 1941, a un’adunata in cui si commemora la scomparsa violenta di un martire fascista, ucciso mentre con altri camerati aggrediva un esponente comunista. Da poco sedicenne Camilleri assiste alla cerimonia e nota un uomo che in disparte piange disperatamente; allora chiede a suo padre chi sia e lui gli risponde che si tratta dell’assassino. Poi si torna indietro nel tempo, a quel 1921 allorché il delitto in questione venne commesso; seguono le indagini, complesse perché non si vuol pervenire all’evidenza di cosa è accaduto, ma alla fine il processo a carico dell’imputato lo vedrà prosciolto, anche se la sua vita sarà costellata da una serie continua di vessazioni. La sentenza è del 1924, anno in cui Mussolini si reca in Sicilia, per la precisione a Caltagirone, per porre la prima pietra di una nuova città, Mussolinia, città fantasma, perché non verrà mai edificato nulla, vista l’intenzione di limitarsi a una cerimonia di promesse che diano lustro al regime senza impegnarlo. La visita non è senza intoppi, poiché scoppiano dei disordini, e nella loro descrizione spicca la vena satirica di Camilleri.
I due fatti, l’assassinio e la prima pietra di Mussolinia, non sembrano collegati e invece lo sono, perché rappresentano l’abituale mistificazione di un regime; del resto, realizzata, nelle circostanze, con la creazione di un martire, che martire non è, e con la festa trionfale per l’avvio dei lavori di una città che non verrà mai costruita, perché non c’è la volontà di realizzarla effettivamente.
L’approccio di Camilleri con l’ideologia fascista é tuttavia incompleto, cogliendone solo questa caratteristica, evitando tuttavia di scivolare nella parodia, come invece gli era capitato con Il nipote del Negus e con La pensione Eva. Comunque, pur con questo limite, si deve tributare il merito all’autore, che conta lettori a profusione, di contribuire a mostrare cos’era veramente il fascismo, perché oggi quelli che l’hanno vissuto dimostrano una scarsa memoria, mentre gli altri lo ignorano del tutto, o al più si limitano a considerarlo un regime dittatoriale, senza tuttavia sapere come sia un regime di questo tipo.
Da leggere, quindi.

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Privo di titolo 2014-01-23 21:36:20 Rollo Tommasi
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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    23 Gennaio, 2014
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Quella notte giù in Sicilia

“Arrivato all'altizza dell'arco, a Michele gli vinni gana di fumare. Si fermò, si mise una sicaretta in vucca, addrumò uno zolfanello tenendolo tra la mano a coppa. La sò faccia pigliò luce. E fu come se avisse dato nome e cognome agli appostati. Sentì una rumorata di passi vinire a velocità dall'arco, ebbe appena il tempo di vidiri con la cuda di l'occhio dù ùmmire che s'apprecipitavano verso di lui. Di pigliare il fujuto, manco a pinsarlo, quelli lo avrebbero immediatamente raggiunto. Si mise spalle al muro e invece d'aspittare d'essiri attaccato, attaccò lui per primo...”

La sera del 24 aprile 1921, Michele Lopardo, capocantiere al paese suo e comunista convinto, sta raggiungendo l'osteria, e lì la sua squadra di operai, per festeggiare con una bevuta il nuovo lavoro da iniziare la settimana successiva.
Ma qualcuno lo aspetta sul cammino...
Di aggressioni, Michele Lopardo ne ha già subite, in passato: una volta che voleva dividere due litiganti s'è fatto un paio di giorni in carcere per porto abusivo di coltello, poiché quella che lui aveva scambiato per una scaramuccia altro non era che una trappola fatta apposta per tirarlo dentro.
Ora tre fascisti di paese lo attendono per dargli una seria lezione. Sono armati: uno ha anche una pistola. Ma quello che non sanno è che pure Michele ne ha una: nonostante gli abbiano tolto il porto d'armi dopo l'episodio precedente, il muratore sa quel che rischia e s'è organizzato.
Così, nello scontro violento di via Arena, ci scappa il morto; e non è Michele, sanguinante e intontito, ma il camerata Lillino Grattuso, rimasto a terra con un pezzo di fronte mancante.
In carcere il muratore ci finisce di nuovo, quella stessa notte, e stavolta indiziato di un omicidio a sfondo politico.
Già... perché sulla vicenda indagano due uomini molto diversi tra loro: il commissario della squadra politica della questura Emanuele Lanzillotta, ben inserito e dai modi sbrigativi, e il maresciallo dei carabinieri Gaspare Tinebra, più cauto, e a cui tutta la storia non quadra sin dall'inizio.
Va in scena allora un secondo scontro, altrettanto cruento ma più sottile, in un contesto storico nel quale il fascismo è pronto a prendere il potere nel Paese e diventare regime.

Il vero delitto su cui fare indagare il commissario Montalbano sarebbe quello di pensare che il suo creatore non possa fare senza di lui.
E' il contrario: “Privo di titolo” è l'ennesima occasione, per Andrea Camilleri, di utilizzare il suo stile inconfondibile per fare ciò che vuole.
Così sceglie di partire dalla “verità storica” (che racconta dell'unico martire fascista siciliano: Lillino Grattuso, appunto) allo scopo di verificarla. L'intera scena dell'agguato e il suo prologo sono descritte come se il lettore sia seduto al cinema e lo scrittore abbia in suo potere inquadrature e montaggio (provate a leggere, se non ci credete!), facendo durare il tutto per più di 50 pagine (quanti altri ci riuscirebbero senza annoiare?). Il resto della vicenda si dispiega tra rapporti della pubblica sicurezza, verbali d'interrogatorio, articoli della stampa dell'epoca sullo svolgimento del processo e, per dare un ulteriore tocco di colore, abbondanti comizi di accalorati comizianti.
C'è tempo pure per infilare nella trama un prefetto ossessionato da una storia di corna (le sue, purtroppo per lui) e una città immaginaria tirata su come tributo al Duce in persona, sceso in Sicilia apposta (… già, la Sicilia... popolana ma arguta, prudente ma combattiva, decisa ma pietosa... Capita, leggendo Camilleri o vedendolo trasposto sullo schermo, di restare folgorati dalla sua terra).
In definitiva, un libro tra i migliori dello scrittore, che – nel divertirsi a delineare, come suo solito, una carrellata di tipi umani di ieri ed oggi – costruisce con sapienza la sua presa in giro del “costume” fascista prima ancora che dell'ideologia.

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Camilleri orfano del suo commissario, senza pensare che mancasse qualcosa...
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