Parla, ricordo Parla, ricordo

Parla, ricordo

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Con la «singolare nitidezza» di qualcosa che si vede dall’altro capo di un telescopio, minuscolo ma provvisto dello smalto allucinatorio di una decalcomania, Nabokov ha lasciato affiorare dalle pagine di questo libro la sua fanciullezza nella «Russia leggendaria» precedente alla rivoluzione, troppo perfetta e troppo felice per non essere condannata a un dileguamento istantaneo e totale, sospingendo poi il ricordo fino all’apparizione dello «splendido fumaiolo» della nave che lo avrebbe condotto in America nel 1940. «Il dettaglio è sempre benvenuto»: questa regola aurea dell’arte di Nabokov forse mai fu applicata da lui stesso con altrettanta determinazione come in Parla, ricordo. Qui l’ebbrezza dei dettagli che scintillano in una prosa furiosamente cesellata diventa il mezzo più sicuro, se non l’unico, per salvare una moltitudine di istanti e di profili altrimenti destinati a essere inghiottiti nel silenzio, fissandoli in parole che si offrono come «miniature traslucide, tascabili paesi delle meraviglie, piccoli mondi perfetti di smorzate sfumature luminescenti». Compiuta l’operazione da stagionato prestigiatore itinerante, Nabokov riarrotola il suo «tappeto magico, così da sovrapporre l’una all’altra parti diverse del disegno». E aggiunge: «E che i visitatori inciampino pure». Cosa che ogni lettore farà, con «un fremito di gratitudine rivolto a chi di dovere – al genio contrappuntistico del destino umano o ai teneri spettri che assecondano un fortunato mortale».



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Parla, ricordo 2021-02-22 18:45:49 siti
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siti Opinione inserita da siti    22 Febbraio, 2021
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REWIND

Un ‘autobiografia rivisitata, il sottotitolo dell’opera, si tratta infatti delle memorie certosine e fiabesche di un vero nobile russo prima di ogni rivoluzione nella terra natia. Compendiano trentasette anni, dal 1903 al 1940, limiti temporali che non coincidono affatto con le canoniche date che racchiudono l’esistenza mortale, vuoi per l’anacronia relativa alla prima - Nabokov nacque nel 1899 - vuoi per la seconda che ne anticiperebbe di un bel po’ il decesso. La prima data però è significativa perché rappresenta lo squarcio praticato dal ricordo nell’oblio generato con la nascita: Nabokov è fermamente convinto che “la prigione del tempo è sferica e senza sbocchi”, due le estremità che la confinano appunto, la nascita e la morte dell’ individuo, prima e dopo il nulla, nel mezzo il ricordo. Il primo ricordo cosciente dell’autore si situa dunque intorno ai quattro anni e coincide con la presa di coscienza di avere accanto due esseri che riesce finalmente a identificare chiaramente come i suoi genitori, oltre che come le persone che lo nutrono, lo allevano e gli vogliono bene. La seconda data coincide invece con una rinascita: la partenza dell’esule eterno dall’Europa per l’America. Se la prima data ha il sapore di un affaccio privilegiato a una vita elitaria, singolare, con la restituzione integrale di un’epoca definitivamente tramontata, la seconda ha invece il limite di coincidere con la parola fine. Mi sarebbe piaciuto conoscere anche l’altra vita, quella americana, vero è che i riferimenti ad essa sono continui nel corso delle pagine e danno modo di farsi un’idea complessiva, resta il fatto che la delusione è stata cocente. Una negazione di sé anche se poi, andando a rileggere la prefazione, scopro ciò che prima non avrei potuto notare: l’intento di Nabokov era quello di proseguire con la narrazione degli anni americani, un intento che quindi non ha il sapore della negazione ma della attenta preparazione : “Un giorno spero di scrivere uno , Continua a parlare, ricordo, che copra gli anni 1940-1960 passati in America: l’evaporazione di certi elementi volatili e la fusione di certi metalli proseguono senza sosta nei miei alambicchi e crogioli.>>.
Sì, perché l’autore di Lolita non lascia niente al caso e la consegna del ricordo avviene dopo infinite revisioni che lo mettono al riparo da errori grossolani, anche cronologici, che il racconto della propria vita non risparmia neanche ad un perfezionista. A partire infatti da episodi situati in qualche regione del suo lobo temporale scandaglia la sua esistenza, anno dopo anno, sfruttando, se può, qualsiasi elemento d’appoggio che possa utilizzare come un ricercatore le sue fonti. Il tutto è a netto vantaggio del lettore più ingenuo che gode del racconto di un’esistenza da fiaba, del lettore più documentato che carpisce i segreti di un momento storico, quale quello rivoluzionario russo dal 1905 alla disfatta dei Bianchi in Crimea, godendo intimamente quando si affaccia un giudizio di forte condanna di quel leninismo diventato mito in Europa, per giungere poi al lettore più importante, quello di Nabokov stesso che regala, a chi ha letto le sue opere, godibilissime riflessioni sull’intrecciarsi di ricordo personale e cessione della propria esistenza ai personaggi creati, restituendo in parte anche la genesi delle sue opere. Insomma, una lettura per tutti in compagnia delle sue immancabili farfalle, Nabokov era un entomologo d’eccezione, una pecca in questo cameo che mal si sposa con le sofferenze dei cari e rari lepidotteri spillati e all’odor di naftalina di cui andava tanto fiero.

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