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Vita e destino Vita e destino

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«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni...» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman. Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno il manoscritto. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male, Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue esigenze.



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Vita e destino 2021-10-07 09:20:00 andrea70
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andrea70 Opinione inserita da andrea70    07 Ottobre, 2021
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Meraviglioso

Grandissimo romanzo storico che narra dell'assedio di Stalingrado da parte delle truppe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale.
E' come scalare una ripida e altissima montagna, Grossman da buon scrittore russo non disdegna una precisione nella descrizione di situazioni anche apparentemente banali che rendono ogni dialogo una pietra d'angolo nella costruzione del suo teorema : entrambe le fazioni in lotta perseguono un fine che non è il bene dell'individuo.
Ci sono passaggi che rischiano di diventare un pò noiosi e si fa fatica a capire nell'immediato il senso di certa polemica, soprattutto il numero dei personaggi è enorme il che rende difficile seguire le vicende come siamo abituati a fare in un romanzo e forse qui sta il segreto: leggerlo come un'opera di più ampio respiro, una sorta di cronaca dal fronte e dalla strada (l'autore visse di persona queste vicende come cronista di guerra per una rivista russa) e lasciarsi trasportare da quello che percepisce il nostro sentimento, perchè alla fine la guerra è un contorno, la vera protagonista è l'anima dell'uomo.
Grossman descrive la vita al fronte e nelle case in una Stalingrado posta sotto assedio, le rivalità tra i vari ruoli gerarchici dell'esercito , la paura incombente di dire anche solo la parola sbagliata in una società vessata dalla delazione e dalle relative purghe dei presunti traditori dell'ideologia (vedi le purghe del 1937 ripetutamente citate dai protagonisti come spauracchio).
I cittadini comuni affrontano angherie di ogni tipo, oltre a quelle classiche della guerra si aggiungono quelle di uno stato che sembra una enorme macchina cervellotica e ottusa.
Grossman finisce per appaiare i crimini dei lager nazisti con quelli dei gulag sovietici, due diverse ragioni per annullare la dignità di un uomo.
"Aveva finalmente capito la differenza tra vivere ed esistere. Aveva finito di vivere, ma continuava a esistere. E per quanto si trattasse di un’esistenza penosa e insignificante, il pensiero di una morte violenta la terrorizzava."
Libro in origine censurato dal regime sovietico (venne pubblicato solo nel 1980) per il modo netto in cui metteva in risalto le contraddizione di un sistema-stato che combatteva un fanatismo razziale (quello nazista) per attuarne però uno sociale e politico. Ciò che è bene per il partito è bene per il cittadino.
La penna di Grossman è maestosa e toccante e riesce a disegnare con le parole traiettorie indimenticabili per descrivere la follia delle ideologie estreme.
"....tutto questo ha dimostrato l'inestirpabilità della tensione alla libertà caratteristica dell'uomo.
E' stata repressa, ma esiste.
L'uomo ridotto in schiavitù diventa schiavo per necessità, contro la sua natura.
La naturale tensione dell'uomo alla libertà non è sradicabile, la si può reprimere, ma non la si può annientare.
Il totalitarismo non può fare a meno della violenza.
Se lo facesse, perirebbe.
L'eterna, ininterrotta violenza, diretta o mascherata, è la base del suo potere.
L'uomo non rinuncia volontariamente alla libertà.
In questa conclusione è racchiusa la luce del nostro tempo, la luce del futuro."
Su un'unico piano temporale Grossman passa dalle trincee assediate dai tedeschi, ai salotti degli intellettuali e alle loro beghe accademiche legate a doppio filo con la politica, alle discussioni filosofiche sulla difficoltà dell'uomo di far corrispondere teoria e pratica, ai lager nazisti ai gulag sovietici , alle case fredde di chi ha perso tutto tranne che il coraggio di andare avanti amando ciò che rimane, struggente la lettera di una madre deportata al figlio negli ultimi giorni di vita.
Il romanzo di Grossman è una denuncia del nazionalsocialismo, dell'antisemitismo, dell'ipocrisia cieca del potere, il racconto di un popolo che, come scriverà l'autore, in millenni ha visto di tutto:
formidabili vittorie militari, grandiosi cantieri, nuove città, dighe, possenti trattori e grattacieli ma mai la libertà.
Terribile la descrizione dei campi di sterminio nazista ma soprattutto la sensibilità con cui l'autore racconta alcuni momenti dei prigionieri e la tragica separazione tra familiari. Grossman non si limita alla pietà per gli oppressi ma analizza la vigliaccheria degli oppressori e soprattutto di chi non ha avuto il coraggio di scegliere nascondendosi dietro il mostro di uno stato nazista o il destino.
"Il destino guida l'uomo, ma l'uomo va perché così vuole, e sarebbe libero di non volere."
Le pagine sulla spiegazione dell'evolversi dell'antisemitismo secondo Grossman sono alta letteratura.
Credo di essermi perso qualcosa perchè un romanzo del genere richiede anche una certa competenza "storica" e politica (che non ho) per apprezzare fino in fondo tutti i riferimenti e la sottile ironia dell'autore :"E quali sarebbero i limiti dell'esercito sovietico ? Domandò Sokolov...Beh se non altro che molti di quelli che ora potrebbero combattere si trovano in galera, osservò Mad'jarov..." ma ho colto il messaggio e apprezzato la straordinarietà dell'opera perchè concetti come la libertà e la lotta all'odio razziale sono, anzi dovrebbero, essere un anelito che vive in ogni uomo.
"L'unione fra gli uomini, il suo significato, è determinato solo dall'obiettivo di conquistare il diritto di essere diversi, persone a se stanti, particolari,
di avere sentimenti diseguali, pensare a vivere ciascuno a modo proprio.
Per conquistare questo diritto, o difenderlo o allargarlo, le persone si riuniscono.
E allora si crea un pregiudizio orrendo ma potente: in questa unione in nome della razza, di Dio, del partito, dello Stato, si identifica il senso della vita e non un mezzo.
No, no e no! Nell'uomo, nella sua timida unicità, nel suo diritto a tale unicità consiste il solo, vero, eterno significato della lotta per la vita.
L'uguaglianza ed il merito vivevano su questa scarpata di argilla coperta di sangue."
Parole di 60 anni fa ma ancora attuali e profondamente vere. Applausi....
Impegnativo e stupendo. Difficile trovare aggettivi sufficientemente esaustivi e celebrativi della grandezza di quest'opera.
Un Capolavoro assoluto di un autore di straordinaria sensibilità, lo metto alla pari de "I Miserabili" di Hugo.
Armatevi ...ma di coraggio, e leggetelo, ne vale la pena: concedetegli il tempo di arrivarvi nel profondo, pagina dopo pagina, riflessione dopo riflessione, concedetevi una lettura che non è facile
ma è sale e olio e zucchero sulla vostra tavola della vita di ogni giorno.
Sono sorpreso di come ancora oggi una simile meraviglia letteraria sia così poco conosciuta e celebrata.

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I Miserabili, Buio a mezzogiorno, i grandi scrittori russi, la STORIA...
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Vita e destino 2019-10-28 07:37:07 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    28 Ottobre, 2019
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L'EPOPEA DI UN UMANISTA AUTENTICO

“La storia degli uomini non è la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se anche in momenti come questi l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere.”

“Vita e destino” è senza dubbio alcuno la “Guerra e pace” del XX secolo. Come il capolavoro di Tolstoj parlava dell’invasione napoleonica in Russia, mescolando la Storia con le vicende individuali, le grandi tragedie pubbliche e i piccoli drammi privati, i personaggi famosi con quelli inventati dalla fantasia dell’autore, così il romanzo di Grossman si propone come una grandiosa saga, la quale, dipanandosi intorno alla famosa battaglia di Stalingrado, vero e proprio snodo cruciale dell’intera Seconda Guerra Mondiale, mette in scena una miriade di personaggi, non solo sovietici ma anche tedeschi, attraverso le cui travagliate vicissitudini viene schizzato uno dei più efficaci ritratti dei due regimi in lotta, il nazismo e il comunismo, che mai siano stati realizzati da uno scrittore. La prima e maggiore differenza con “Guerra e pace” salta subito all’occhio: mentre Tolstoj non esitava ad affermare la superiorità del popolo russo e dei suoi condottieri, Grossman appare molto più realista. Pur ammettendo la necessità storica di sconfiggere Hitler e il suo piano malvagio di sottomettere il mondo intero al dominio teutonico, non nasconde che le ideologie nazista e stalinista non differiscono poi troppo tra loro, avendo entrambe tra i loro segreti propositi quello di asservire la libertà degli individui a un superiore obiettivo, quello dello Stato totalitario. L’ipostasi più evidente di questa situazione è quella dei campi di concentramento, l’invenzione più diabolica del secolo scorso, dove milioni di persone (e qui lager e gulag hanno veramente pochi punti di discontinuità) sono morte e hanno lavorato in condizioni di schiavitù.
I personaggi del romanzo appartengono alle più varie tipologie: dai militanti più fanatici ai cittadini ideologicamente meno ossequiosi, scorrono nelle sue 800 pagine tantissimi esemplari umani, tutti omologati dal conformismo del terrore, in un periodo in cui bastava una semplice battuta o una parola fuori posto per perdere il posto di lavoro o, peggio, per finire deportati in Siberia. Si respira ovunque un clima asfissiante e kafkiano, che l’emergenza bellica attenua solamente in parte, visto che anche al fronte imperversano i commissari di partito, i quali vigilano con ottusa solerzia affinché non venga mai meno nemmeno nelle trincee l’ortodossia ideologica del regime. Eppure, anche in questo clima opprimente, in cui Stalin e Hitler sono al di sopra di ogni critica, in cui le carriere, le assegnazioni degli alloggi e perfino gli approvvigionamenti dipendono dalla capacità di ingraziarsi gli alti papaveri del partito più che da meriti e bisogni reali, e in cui non si può parlare liberamente perché tutti sospettano di tutti, anche in questo clima –dicevo – serpeggia un anelito di libertà, magari sotto forma di subdoli dubbi che nascono anche all’interno delle personalità più fanatiche, facendone traballare la fede cieca (come nel caso del bolscevico tutto d’un pezzo Mostovskoj, che rimane turbato nel constatare come il suo acerrimo nemico Liss, direttore del lager in cui è rinchiuso, si ritiene sotto molti aspetti simile a lui).
Il fatto è che Grossman è un umanista autentico, e la guerra o la politica gli interessano solo in quanto costituiscono un tramite per parlare della vita (non è un caso che la parola sia finita nel titolo). La sua prosa semplice, precisa, sincera, didascalica nel senso migliore del termine, mette infatti i suoi personaggi al centro di drammatici conflitti di coscienza, tanto nell’eccezionalità di una battaglia quanto nella normalità della vita quotidiana. Ad esempio, lo scienziato Strum, la cui ramificata famiglia è al centro di “Vita e destino”, vive sulla sua pelle l’ostracismo della comunità in cui lavora, in quanto, nonostante le sue geniali scoperte nel campo della fisica nucleare, è considerato dal partito ideologicamente ambiguo (probabilmente anche perché ebreo), ma, pur caduto in disgrazia, è confortato dal sollievo di non aver voluto umiliarsi in una autoconfessione pubblica; quando però, con un vero e proprio coup de théâtre (la telefonata di Stalin), viene reintegrato nei suoi diritti e nei suoi privilegi, finalmente ammirato da tutti come un esempio di rettitudine morale, non riesce a resistere alle subdole lusinghe del partito e accetta di firmare una ripugnante lettera in cui si schiera apertamente contro alcuni onesti colleghi incarcerati con risibili accuse, con ciò condannandosi a una vita di recriminazioni e di rimorsi. Di fronte ad analoghi dilemmi si trovano anche Mostovskoj (come visto più sopra), Krymov (che da delatore per il bene della rivoluzione si trova ad essere a sua volta accusato e imprigionato), Novikov (che decide a rischio della sua carriera di ritardare di pochi minuti l’ordine di attacco giuntogli dagli alti comandi pur di salvaguardare la vita dei suoi soldati), e così via, fino al più insignificante kapò di un campo di concentramento. Tutti hanno la possibilità, per quanto infinitesimale, di cambiare il proprio destino (ecco la seconda parola del titolo) con una scelta autonoma che modifichi il corso degli eventi. Ed è proprio in questa facoltà, che è al contempo diritto e dovere di ogni essere umano, che si manifesta la sua profonda natura. Grossman è affascinato dalla eterna lotta tra l’umanità che è dentro ogni uomo e le forze, a volte potenti e soverchianti, che cercano in tutti i modi di annientarla. Il risultato non è mai scontato (e la pietà dello scrittore per chi non ce la fa lo dimostra), spesso perfino le personalità migliori sono costrette, per debolezza o viltà, a soccombere, ma – è questo il messaggio più consolante, il testamento spirituale che ci ha lasciato Grossman – l’umanità non può mai essere sconfitta definitivamente (grazie magari all’inatteso gesto di una vecchia russa che aiuta un prigioniero di guerra tedesco in difficoltà, o alla scelta del comandante Grecov di far tornare nelle retrovie, e così risparmiar loro la vita, una coppia di soldati innamorati la notte prima della capitolazione del suo avamposto, o alla commovente decisione di Zenja di rinunciare al proprio amore pur di aiutare il suo primo marito rinchiuso in prigione), e l’anelito alla libertà è troppo forte per costringere gli uomini a piegarsi a lungo sotto il giogo innaturale di dittature e regimi autoritari. All’indomani di un olocausto risorgerà sempre l’Uomo Nuovo, l’uomo che, anche senza essere mosso da ideali religiosi (Dio è quasi del tutto assente dalle pagine del laico Grossman), saprà tirare fuori dal profondo di se stesso quegli insopprimibili valori di fratellanza, di compassione e di giustizia che da millenni hanno accompagnato l’umanità lungo il suo lungo e travagliato cammino.

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"Guerra e pace" di Lev Tolstoj
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Vita e destino 2019-02-21 06:37:58 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    21 Febbraio, 2019
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Viaggio nel profondo dell’animo umano

“E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.”
Non è stato un caso, ma una scelta quasi obbligata riportare questa fra le tante riflessioni dell’autore di Vita e destino, un aspetto non trascurabile di un’opera impegnata e impegnativa sul tema del bene e del male, trattato ricorrendo a un grandioso affresco storico in cui sono stati dipinti alcuni anni della seconda guerra mondiale, l’ultima del secolo scorso, caratterizzato dall’ascesa e caduta di due grandi totalitarismi, dall’orrore dei lager e dei gulag.
Ma c’è qualcosa che va anche oltre questo orrore ed è una Stalingrado dilaniata dalla guerra in cui il confine fra la vita e la morte è labile, tanto che i vivi sembrano ombre di quello che sarà il loro imminente futuro, un corpo esanime che è già tanto se è rimasto intero. La descrizione di questa lunga e quasi interminabile battaglia è una prova di bravura che rasenta l’inverosimile, tanto che sembra di udire, leggendo, il crepitio delle mitragliatrici, il sibilo dei proiettili in arrivo e infine lo scoppio degli stessi. Se questo è il palcoscenico la recita ha per oggetto le due grandi tragedie di quel secolo, il nazismo e lo stalinismo, mostrate in modo non tecnicistico, ma ricorrendo all’indubbio potere della letteratura.
Nella miriade di personaggi che affollano quest’opera, alcuni realmente esistiti, altri inventati, c’è un comune denominatore, nel senso che ognuno di loro, o per essere carnefice, o per essere vittima, oppure per restare indifferente, è parte indispensabile dell’assurdità dei totalitarismi, in cui l’ideologia distorta soffoca sempre la verità, in cui si tende a rendere gli esseri umani delle copie precise, capaci di interpretare l’orrore di ogni giorno sia attivamente che passivamente, e al riguardo mi vengono in mente certi processi staliniani in cui gli imputati, quasi sempre accusati ingiustamente, si autoaccusavano quasi con letizia, desiderosi di dare il loro contributo, se pur passivo, al continuo falò dell’orrore. E’ impossibile parlare dei protagonisti di questo libro, tanti sono da sembrare essi stessi il libro, ma è appunto attraverso le loro storie, vere e proprie testimonianze, che Grossman dà voce al suo pensiero. Tuttavia, un’eccezione la faccio, se non altro perché è in grado di spiegare meglio di me i concetti di questo romanzo; mi riferisco al bolscevico Mostovskoj e soprattutto al colloquio notturno in un lager nazista in cui il comandante, un SS di nome Liss, gli dice: “ .../ Quando io e lei ci guardiamo in faccia, non vediamo solo un viso che odiamo. È come se ci guardassimo allo specchio. È questa la tragedia della nostra epoca. Come potete non riconoscervi in noi, non vedere in noi la vostra stessa volontà? /...”. E’ la simmetria del male, perché il male è male, qualunque sia l’ideologia alla sua base. Sono tentato di andare oltre, di parlare più compiutamente di altri protagonisti di questo romanzo che accanto a pagine che fanno rabbrividire ne presenta altre a dir poco struggenti, come per esempio la lettera, l’ultima, al figlio di una madre ebrea rinchiusa in un ghetto e in procinto di affrontare il viaggio verso la morte. Fra tante verità, sommessamente pronunciate, fra le quali colpisce come una stilettata la bontà di chi non ha nulla, il suo altruismo insospettabile, c’è una vena poetica capace di far palpitare nel cuore del lettore il sentimento materno.
Su tutto, però, fiorisce l’anelito per la libertà, il desiderio di ognuno di avere un destino non imposto da altri, tanto più forte, quanto più è assente, quella libertà che la violenza sopprime per tacere la verità. Non a caso Grossman scrive. “ .../ Il desiderio congenito di libertà non può essere amputato; lo si può soffocare, ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso su tutto il nostro futuro. /...”.
Il romanzo è ovviamente molto bello, probabilmente uno dei capolavori dello scorso secolo; gli nuoce solo una certa discontinuità dovuta a una lunghezza non indifferente, ma cosa possono essere 750 pagine di fronte al piacere di scoprire che la lettura è un viaggio nel più profondo dell’animo umano?
Se ne potrà uscire sconvolti, oppure rapiti da un senso di serenità, ma in ogni caso c’è la convinzione che questo viaggio doveva essere fatto e che noi che l’abbiamo compiuto siamo un po’ cambiati, ora guardiamo la vita con occhi diversi.

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Vita e destino 2018-05-26 08:53:14 siti
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siti Opinione inserita da siti    26 Mag, 2018
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Libertà

I luoghi, i tempi, gli eventi, i personaggi, gli stati d’animo, la vita, la morte, il destino e su tutto un’opera che è un inno alla libertà.
I lager, le izbe, la steppa calmucca, i gulag, lo scenario urbano collassato in trincee, i ricoveri, i bunker, i palazzi sinistri del potere: la “tundra della vita”.
La seconda guerra mondiale: descrizioni minuziose delle azioni militari. Russi e tedeschi, grandi pause narrative dedicate alle esistenze singole in un ampio ventaglio che va dal bambino al vecchio, dal graduato al civile, dal comunista convinto al compagno disilluso, sfiorando talvolta anche gli uomini del potere. Una grande galleria di figure tragiche a sottolineare una lampante verità: “Chi è unito da uno stesso destino è diviso da un diverso carattere” e allora c’è chi rimane convinto anche se non lo è, e chi palesa la sua interdizione, le sue perplessità, e chi lo fa solo con se stesso perché è pavido per poi scoprire che non ce n’era affatto bisogno. Il culto, l’esaltazione mistica, una guerra che muta persino le sorti del partito.
La vita, la morte e la burocrazia a decidere di esse. Il destino e l’uomo, con scopi diversi ma in un’unica strada del male, se non si ascolta la voce della libertà. Per dare voce alla libertà occorrono però parole cui far seguire azioni ma in certi sistemi ciò che nasce come soffocato grido di libertà si tramuta in schifosa delazione, la volontà è annullata, la libertà è annientata.
Poi la guerra termina e la vita lentamente fiorisce. “Così è il tempo: tutto passa, lui resta. Tutto resta, il tempo passa.” Cosa rimane poi? Il ricordo delle violenze.

E nasce questo romanzo, che anticipa la storia quando essa non è ancora attrezzata per accoglierlo. È un prematuro e coraggioso atto di scrittura oggettiva della realtà senza la supponenza che accompagna la denuncia. Essa è implicita negli eventi, in particolare nel crollo di un mondo di ideali che hanno generato disumanità. Lo sguardo di chi fu, non a caso, un reporter, si posa su questo mondo, lo sigilla e ce lo consegna quando ancora, nonostante tutto, palpita nei suoi estremismi ideologici.
È una voce stridente che, anticipando appunto la successiva condanna del totalitarismo russo, non può trovare cassa di risonanza. È un libro che era opportuno far tacere, mai visto edito dal suo autore, letto in occidente grazie ai microfilm fatti passare clandestinamente, oggi lo leggiamo sulla scorta dell’originale che finalmente è stato restituito agli eredi.
Un libro che è stato in prigione, parlava di libertà.
IMPERDIBILE.

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Vita e destino 2015-03-04 17:56:11 bluenote76
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bluenote76 Opinione inserita da bluenote76    04 Marzo, 2015
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GUERRA E....GUERRA

Vi sono libri che per la bellezza e profondità delle immagini letterarie suscitano nel lettore emozioni intense, sicchè, quando se ne conclude la lettura, si lascia il testo con una sensazione di nostalgia e rimpianto. Vita e Destino di Vasilij Grossman, libro che può essere considerato un classico della letteratura russa del novecento, appartiene a questa categoria di opere letterarie, per la sua profondità e bellezza.

Vasilij Grossman scrisse questo libro in oltre dieci anni di lavoro, e riuscì a rappresentare in una narrazione divisa in tre parti, di cui colpisce la perfezione letteraria, l'epoca dello stalinismo, la lotta contro il nazismo, la natura dei due totalitarismi europei, quello comunista e quello nazista, la seconda guerra mondiale. Nella prima parte il lettore si trova immerso in un luogo terribile: un lager nazista.

Nel lager nazista sono rinchiusi i prigionieri sovietici, il cui paese è stato invaso dai tedeschi nel 1941. I bolscevichi, privati della loro libertà, angosciati al pensiero che le armate di Hitler sono riuscite ad avanzare fino al Volga, temono per le sorti del proprio paese. Pensano di essere fortunati a trovarsi in un lager gestito dai nazisti, anziché in un luogo simile governato dai bolscevichi.

La descrizione delle operazioni di guerra intorno al volga, con i soldati e gli ufficiali russi impegnati a respingere l'invasore tedesco, è precisa, attenta, coinvolgente, emozionante. Accanto alla rappresentazione delle vicende belliche, nel libro viene raccontata la vicenda di una famiglia sovietica di intellettuali. Victor Strum è un fisico nucleare di straordinario valore; con la moglie Ljudmila Nikolaevna e la figlia Nadia ha dovuto abbandonare Mosca, dopo che è avvenuta l'invasione tedesca del suolo sovietico nel 1941, e con i colleghi scienziati si è rifugiato a Kazan'.

Nel libro Victor Strum incarna il tormento dell'intellettuale sovietico che non riesce a capire e a tollerare le crudeltà compiute da Stalin, pur di pervenire alla edificazione del socialismo in un solo paese. Strum, mentre si trova nei salotti modesti di Kazan' a parlare di politica e letteratura in tempo di guerra con i suoi colleghi e con gli altri intellettuali, ha la netta sensazione di non potere esprimere liberamente il proprio punto di vista; teme che fra i suoi interlocutori si nasconda un delatore, che potrebbe denunciarlo e provocarne la rovina umana e intellettuale.

Strum ricorda, inorridito e addolorato, il silenzio degli intellettuali sovietici al cospetto delle purghe staliniste avvenute nel trentasette, dinanzi al processo farsa contro Bucharin e gli altri oppositori di Stalin, di fronte agli orrori legati alla collettivizzazione forzata delle terre. In questa parte del libro l'autore chiarisce il suo punto di vista intorno alla natura dei sistemi totalitari.

Per Grossman la violenza politica costituisce il fondamento del potere totalitario, a causa del quale la persona umana si trova oppressa e schiacciata da uno Stato possente e soffocante. A questo proposito, nel libro viene narrato un episodio di straordinaria bellezza, che esemplifica in modo inequivocabile il pensiero di questo scrittore sulla simmetria esistente tra nazismo e comunismo. Mostovskoj, prigioniero in un lager nazista, bolscevico per convinzioni filosofiche, una sera viene chiamato dall'ufficiale Liss, il quale desidera avere un confronto con lui.

Mostovskoj prova disprezzo per l'ufficiale nazista di fronte al quale si viene a trovare. Mentre Liss parla e sostiene che tra i comunisti e i nazisti non dovrebbe esserci la guerra, poiché entrambi sono i fautori di una dottrina che presuppone lo Stato di Partito, Mostovskoj prova una sensazione di disgusto e di rabbia incontenibile. Poi, l'ufficiale nazista, comandante del lager in cui è rinchiuso Mostovskoj, gli ricorda che anche Stalin ha eliminato i suoi avversari con la forza, che nei lager ha rinchiuso i suoi oppositori, e conclude il suo monologo, facendo precipitare il prigioniero in un abisso di disperazione, con l'affermazione sorprendente che il Nazismo ed il Comunismo devono essere considerati due ipostasi della stessa sostanza.

La struttura narrativa e letteraria del libro, attraversato da un respiro epico grazie al quale il lettore ha una immagine nitida della storia tragica del novecento, è fondata sulla rappresentazione delle vicende legate al destino dei membri della famiglia dell'intellettuale Victor Strum, sulla descrizione dei momenti fondamentali della battaglia di Stalingrado, sulla narrazione della sorte dolorosa dei prigionieri sovietici rinchiusi nei lager nazisti. In una parte successiva all'incontro memorabile tra il bolscevico prigioniero e l'ufficiale nazista, vi è un testo nel libro, scritto dal prigioniero russo Ikonnikov, nel quale viene sviluppata una ampia dissertazione sul Male ed il Bene.

Per l'umanista Ikonnikov, la storia umana non deve essere considerata la lotta del Bene contro il Male. In realtà, la storia dell'uomo, sia quella antica sia quella moderna, dimostra che il male tenta di spegnere e soffocare in ogni epoca l'afflato umanitario che è presente nell'animo di ogni persona. Tuttavia, finché le azioni umane saranno rivolte ad affermare il bene e l'amore verso il prossimo, il male non potrà trionfare. Infatti, scrive Ikonnikov, il bene, inteso come l'amore muto e cieco, è il senso dell'uomo. In tal modo, questo personaggio del libro, che riflette il pensiero dell'autore Grossman, pone il totalitarismo sovietico e nazista in relazione con il male, che da sempre è stato presente nella storia umana. Un altro episodio, molto bello e di straordinaria profondità, ha per protagonista un ufficiale di alto grado, che viene mandato a compiere una missione nella steppa calmucca.

Darenskij attraversa con la sua automobile la steppa calmucca, osserva la natura, il cielo e la terra che paiono confondersi all'orizzonte, i colori delle piante e dell'erba, e nel suo animo si affaccia il pensiero sublime che l'uomo è una creatura che aspira verso la libertà, senza la quale non riesce a vivere e ad essere felice. Nella parte seconda e terza del libro, viene narrata e descritta la strategia militare che seguirono i sovietici, grazie alla quale riuscirono ad accerchiare in una morsa terribile le truppe naziste e tedesche, guidate dal generale Paulus, comandante della VI armata.

In questa battaglia, memorabile per l'abilità dimostrata dai sovietici nel respingere l'invasore nazista, i tedeschi vennero ridotti allo stremo sia dal freddo e dal ghiaccio sia dall'isolamento in cui si trovarono, a causa dell'accerchiamento realizzato dalle truppe russe. Accanto alla descrizione delle fasi finali della guerra, nella seconda parte del libro viene raccontata la storia di Victor Strum. Strum e la sua famiglia rientrano nella loro casa di Mosca.

A Kazan', dove si era rifugiato in tempo di guerra, in un periodo doloroso aveva avuto una straordinaria intuizione scientifica, chiedendosi se la conoscenza derivi dalla osservazione dei fenomeni fisici oppure dai pensieri che nascono spontaneamente nella mente umana. Strum riprende a lavorare nel suo laboratorio di ricerca, per dare attuazione all' intuizione scientifica che ha avuto intorno all'atomo e alla fisica nucleare.

Presto, poiché non accetta l'idea che la ricerca scientifica debba essere subordinata alle direttive del partito, entra in conflitto con i suoi colleghi scienziati, dai quali viene accusato di avere elaborato una teoria fondata su elucubrazioni talmudiche, essendo di origini ebraiche. In questa parte del libro viene descritto il modo in cui la menzogna totalitaria riduceva al silenzio ed alla impotenza i migliori intellettuali sovietici.

Strum, allontanato, dopo un sommario processo politico tenutosi dinanzi al consiglio accademico, dal suo laboratorio di ricerca, si trova da solo, prova sensi di colpa, si dispera, perché non può più attuare le sue ricerche sull'atomo. Grazie ad una telefonata di Stalin, che riceve nella notte, Strum viene riabilitato e riammesso nel suo laboratorio di ricerca. Suo cognato Krimov, accusato di essere un seguace di Trotskii ed un traditore, viene rinchiuso nel carcere della Lubjanka, dove è costretto con la tortura a rendere una falsa confessione di colpevolezza, come accadde a tanti bolscevichi nel periodo fosco dello stalinismo.

Nella parte finale del libro vi è una straordinaria e memorabile descrizione della città di Stalingrado ridotta in un cumulo di macerie, dopo una guerra cruenta combattuta per sconfiggere le armate tedesche.

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Vita e destino 2013-08-19 19:50:51 Tiziana Bertoldin
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Opinione inserita da Tiziana Bertoldin    19 Agosto, 2013

Non solo Guerra e Pace

Ho letto Vita e Destino spinta dalla sua "somiglianza" con Guerra e Pace, come presentata dal risvolto di copertina. In realtà potrebbe essere solamente "Guerra e Guerra", in quanto la Pace non trova molto spazio, non vi è alcun lieto fine, nè vi è alcuna corrispondenza coi famosi personaggi Tolstojani. Il libro mi è parso caratterizzato da una grande poesia e immensa partecipazione umana, è un libro che suscita empatia, che commuove e strazia, che tiene il lettore in sospeso senza peraltro gratificarlo, e piuttosto lo problematizza di continuo con dilemmi che sono insieme politici, etici, umani, amorosi, conflitti tra padri e figli, madri e figli, o figlie, mariti e mogli o amanti, innamorati e disamorati, o semplicemente amici o compagni di lotta, di guerra, di sventure. E' vero come in genere nei romanzi russi di grande respiro ci si perde tra i personaggi, i loro nomi e patronimici, le loro intricate parentele, ma i principali caratteri non tardano a stagliarsi nei vari episodi. Al nazismo l' Autore non fa sconti, con terribile chiarezza dice esplicitamente che l'unica risposta per non essere in alcun modo "dalla parte" del nazismo, era la morte. Peraltro non fa sconti nemmeno al comunismo, le figure più orribili sono quelle dei delatori e funzionari di partito, la delazione la forma più infame e più infiltrante di posizione, e la più difficile a smascherarsi. Questo spiega come mai si cercò di fare scomparire il libro e di far perdere le sue tracce. Ci sono molti personaggi che sfiorano l'eroico, altri che sfiorano il patetico, altri che si candidano alla posizione di "giusti", ma con qualche legittimo dubbio (il fisico ebreo Strom, che riceve la telefonata di Stalin), numerosi personaggi semplicemente veri sul piano sia umano che letterario, tragedie annunciate e tragedie ben note, come quelle dei campi di sterminio nazisti. Oltre a numerose figure che rimangono impresse durante e dopo la lettura del libro, devo ammettere che una delle figure che ho trovato più intriganti, emblematiche e inesplicabili,se non all'interno di una logica fondamentalmente perversa, è stata quella del comunista funzionario Krymov. Egli sopravvive alle purghe staliniane degli anni trenta, anzi ne è complice e comprimario, si considera e viene considerato un fedelissimo del partito della prima ora, in questo ruolo perde a mio avviso ogni identità personale, ogni capacità di giudizio autonomo, si trasforma in una macchina da delazione.Viene mandato sul campo di battaglia di Stalingrado, dove si scontra scontra con Grekov, il "capocasa" che trova indisciplinato e ribelle, riceve apparentemente in modo casuale una pallottola di striscio che lo costringe a riparare nelle retrovie, e prosegue apparentemente indisturbato la sua carriera di uomo di partito e di apparato. Dopo che la battaglia di Stalingrado è vinta , con sua immensa sorpresa Krymov viene catturato e portato alla Lubjanka: non posso rivelare che cosa gli è fatale, essendo egli convinto di avere fatto, direi, strafatto, il suo "dovere". Si suppone che Krymov venga spedito in Siberia, non viene detto, come di molti personaggi non viene detto il destino finale, la sua tragedia è che egli non capisce come possa essere accusato di tradimento, la sua tragedia è di non essere più un uomo, di avere perso la sua identità umana molto prima, senza saperlo. L'ignoranza della forza oscura del male, che fa degli uomini dei burattini al servizio di un potere infame, che senza ragione apparentemente "salva " Strom il fisico ebreo, così come una telefonata di Stalin a Bulgakov, storicamente, assicurò allo scrittore una seppure amara sopravvivenza, che con una ragione qualsiasi manda Krymov il fedelissimo in Siberia, è quanto di più perturbante vi è nel libro.
Non si può che leggerlo, farsene assorbire, e concordare col fatto che siamo davanti a un grande , veramente grande, romanzo del 900.

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I grandi romanzi Russi, anche del XX° secolo, specie Bulgakov e Pasternak, e naturalmente Tolstoj, per il 1800, a chi ha letto Hannah Arentd, ("La banalità del male"), Imre Kertesz ("Il secolo infelice"), la letteratura sui campi di prigionia e di sterminio, da Primo Levi a Boris Pahor, la letteratura del Gulag, in particolare Solgenitsyn (“il primo cerchio”. “Arcipelago Gulag”, Divisione cancro”), e in generale la letteratura sulla Shoah.
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Vita e destino 2011-09-16 09:49:38 Dennina
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Dennina Opinione inserita da Dennina    16 Settembre, 2011
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Vita e Destino

Particolarmente lungo, complesso, prolisso. Inizia ad appassionare dopo le 150 pagine circa, perchè all'inizio è fumoso e gli unici punti di riferimento sono i nomi. E coi nomi russi ho già una certa difficoltà di mio, se poi i personaggi iniziano ad essere chiamati di volta in volta prima col nome, poi col cognome e dopo col patronimico.. mi sembra umano avere confusione e smarrimento.
Tuttavia è un capolavoro, un grande romanzo corale che ti mostra gli orrori dei lager, della guerra, delle battaglie in prima linea e la disperazione di chi sta a casa e ha difficoltà a trovare e/o mantenere il suo posto nella società politica, in cui o sei con noi o sei contro di noi e alla prima occasione kaputt.

L'amore, la morte, la famiglia, la vita che va avanti nonostante la miseria. Stupendo.

L'unica cosa che non mi permette di dare il voto massimo all'opera è la prolissità e l'ostentazione di cultura letteraria e filosofica. Sfrondando qua e la il libro sarebbe stato più scorrevole e non avrebbe perso niente, guadagnando anzi in leggibilità.

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Letteratura russa
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