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Casa di bambola
 
Casa di bambola 2015-09-20 08:20:33 CogitaBionda
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CogitaBionda Opinione inserita da CogitaBionda    20 Settembre, 2015
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Il doppio volto dell’istituzione matrimoniale

Attenzione, il testo contiene spoiler.

Scritto da Ibsen nella seconda metà dell’Ottocento, Casa di Bambola è un’opera che in tre soli atti dipinge a tinte vivaci il doppio volto dell’istituzione matrimoniale: quello pubblico, nel quale gli sposi si sforzano di mostrare al mondo esterno (e a loro stessi) di aver costruito un nido di perfetta armonia e felicità, vezzeggiandosi e celebrandosi reciprocamente, e quello privato, celato perfino agli sposi stessi, che non vedono – o non vogliono vedere – le fondamenta farraginose di un legame che non va oltre l’apparenza e la formalità, ma che esplode con prepotenza in tutta la sua drammatica realtà quando la coppia si trova sull’orlo dell’abisso, a contemplare sgomenta una crisi che rischia di travolgere l’immagine pubblica di entrambi e che mette in gioco la morale di ognuno di loro, morale desolatamente personale anziché condivisa.
La crisi dunque è la vera forza, capace di sollevare il velo delle apparenze e scardinare il teatrino sapientemente costruito da Torvald nel quale Nora si muove, danza e canta, recitando perpetuamente la parte della bambolina allegra e un po’ sciocca, perfetta per intrattenere il marito e gli ospiti ma ben lontana dall’avere una personalità, dei pensieri, delle ambizioni, una profondità spirituale propri. Quando il ricatto di Krogstad – a cui Norma si era imprudentemente affidata per ottenere un prestito che la aiutasse a provvedere alla salute del marito – minaccia la perfetta armonia della sua casa, Torvald viene assalito dall’angoscia di veder distrutta la propria immagine pubblica, veder compromessa la propria brillante carriera, vedersi esposto a critiche e giudizi a causa del comportamento sconsiderato di una moglie che egli considerava un grazioso soprammobile e che ha invece osato agire di propria iniziativa, rivelandosi ai suoi occhi come una donna inaffidabile e di scarsa moralità.

Salvato da fortunose circostanze, Torvald si cala nuovamente nel ruolo di marito-guida premuroso e attento alla sua fragile bambolina senza capire che le dure parole che ha usato contro sua moglie hanno risvegliato la coscienza di Norma che, in un attimo, realizza di non avere mai avuto pensieri e desideri propri e che sente, improvviso e irresistibile, il desiderio di vita, di autorealizzazione, di ricerca della propria personalità. In una casa ormai silenziosa e al cospetto di un marito attonito per l’improvvisa dimostrazione di coraggio della sua bambola, Norma decide di lasciare marito e figli (alla cui educazione non si sente più in grado di provvedere), e fuggire alla ricerca di sé.

Se da un lato è stato considerato manifesto del femminismo, in un’epoca in cui il matrimonio era vincolo sacro e inscindibile, per la denuncia della condizione della donna all’interno della società e della coppia, dell’annullamento di ogni iniziativa e di ogni aspirazione personale in nome di quei “sacri doveri” che Torvald rinfaccia a Norma nell’estremo tentativo di dissuaderla dal lasciarlo, dall’altro la stessa riflessione di Ibsen sulla sua opera ci fa capire quanta strada ancora ci fosse da fare: «Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo».
Se Kant non è stato invano, sappiamo che non è certo pensabile assegnare un genere alla morale – universale e necessaria – e l’auspicio sottinteso che le donne siano giudicate dalla legge “in quanto donne” e non “come fossero uomini” è quanto di più lontano si possa immaginare dalle rivendicazioni femministe che nel secolo successivo scossero le basi di un’Europa profondamente maschilista e sessista.
Norma, bambolina incompresa perfino dal suo autore (“Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te… o meglio, voglio tentare di divenirlo”), parte alla ricerca di una nuova identità e di una nuova considerazione di se stessa.
Ma ancora non è tornata.

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Commenti

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Ciao Vale.
Vedo che a te il libro è piaciuto assai. Io invece ne sono stato piuttosto deluso, soprattutto confrontando il testo con altre opere molto più belle dell'autore, Come "La donna del mare" e "Gli spettri".
Questa Nora, che è passata subalterna dal padre al marito, non penso abbia gli strumenti per essere autonoma : più che guardare dentro di sé, è ancora molto rivolta all'esterno, forse avviata a una nuova dipendenza.
In risposta ad un precedente commento
CogitaBionda
21 Settembre, 2015
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Ciao! Sì mi è piaciuto molto perchè comunque il tema e il modo in cui è sviluppato sono interessanti. Ch'io non sia d'accordo col punto di vista dell'autore nè con l'interpretazione che comunemente viene data dell'opera è chiaro dalla recensione. Però, pur dubitando anche io del fatto che Nora riuscirà ad emanciparsi, considero questo suo primo, decisivo gesto una buona premessa e credo che meriti il beneficio del dubbio! Non ho mai letto altro di Ibsen, cercherò l'occasione per farlo. Grazie del tuo commento.
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