Edipo re Edipo re

Edipo re

Saggistica

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Edipo è re di Tebe, sposo di Giocasta e padre di quattro figli, Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Per debellare la peste che sta devastando la città, l'oracolo ha detto che si deve scoprire l'assassino del re Laio. L'indovino Tiresia e la stessa Giocasta permettono di chiarire tutta la vicenda: Laio e Giocasta avevano dato il loro figlio ad un pastore perché venisse ucciso, per evitare che si compisse l'oracolo che prevedeva che il re venisse ucciso dal proprio figlio. Edipo scopre così che l'uomo da lui ucciso in una lite sulla strada, era Laio, suo padre. Giocasta scopre di essere la madre, oltre che la sposa di Edipo e si impicca. Edipo, accecatosi per non vedere più il sole testimone del suo delitto, si allontana e affida la città e i figli a Creonte.

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Edipo re 2017-09-06 16:20:46 siti
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siti Opinione inserita da siti    06 Settembre, 2017
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IL DRAMMA DELL’IDENTITÀ NELLA SOLITUDINE

“Non dire felice uomo mortale, prima che abbia varcato il termine della vita senza aver patito dolore.”
L’uomo rappresentato da Sofocle nelle tragedie composte nella seconda metà del V secolo a.C. è essere umano di straordinaria modernità, intorno a lui , nell’accezione più ampia di essere appartenente al genere umano, uomo o donna dunque, gravitano destino, doti personali, valori etici, esercizio del potere. Mancano a noi contemporanei gli dei, gli oracoli ma non è forse vero che continuiamo a cercarli? Il dio denaro, il dio successo, il fanatismo religioso, l’ateismo più convinto, la fede o ancora le Pizie contemporanee che ognuno individua dove può. Ne servirebbe giusto una un po’ suonata come quella immaginata dal grande Dürrenmatt… ma soprattutto a farla da padrona, ieri come oggi, è l’estrema solitudine connessa all’esistenza individuale. “Edipo re” è appunto il dramma della solitudine misto al dramma dell’identità, altra piaga contemporanea di continua indagine e rappresentazione letteraria. È un personaggio schiacciato da un destino non voluto e non compreso che lo condanna all’isolamento sociale e alla perdita non solo degli affetti più cari ma anche della patria oltre che della vista, a siglare la verità che non bastano gli occhi per vedere ma che la lungimiranza sia prescindibile dal dono della vista. Come Creonte nell’”Antigone” Edipo è chiamato all’esercizio del potere e deve gestire a Tebe un periodo non felice, gli oracoli indicano il superamento della crisi nella giustizia all’assassinio di Laio, l’ultimo re. Edipo emette un editto che sancisce esilio perituro dalla razza umana per colui che verrà scoperto assassino del re, sappiamo tutti, tranne lui che sta condannando se stesso, figlio di Laio, omicida del padre, consorte della propria madre, generatore al contempo di figli e fratelli. La sua è la sconfitta delle doti personali di puro raziocinio, aveva lui risolto l’enigma della Sfinge con la sua intelligenza, nell’esercizio del potere, d’altronde lo stesso Sofocle nell’”Antigone” aveva affermato che la vera natura , in termini di anima, intelligenza e carattere, va a rivelarsi proprio nell’esercizio del potere. Mentre Creonte nell’ “Antigone” incarna un modello tirannico di gestione del potere che non lascia spazio all’etica, vuole impedire la sepoltura di uno dei figli di Edipo perché nemico della patria e punisce Antigone che, sfidando il divieto, gliela offre, o meglio si nutre di un’etica del potere al servizio della patria oltre ogni valore umano, Edipo è invece mosso da un’etica umana in ogni sua azione, fin da quando abbandona i presunti genitori per sfuggire all’orribile vaticinio che lui sarebbe stato omicida del padre e amante della madre. Lo stesso editto proclamato a Tebe nasce da un alto concetto di giustizia- Creonte invece reputa la gestione del potere in regime di ingiustizia che non può essere discussa altrimenti si rischierebbe l’anarchia- ma Edipo non sa di essere predestinato ad una vita di sventura nella quale la ragione nulla può. Consiglio vivamente la lettura di entrambe le tragedie; “Antigone” rappresenta senz’altro l’antidoto efficace alla futura campagna elettorale. Tenete deste le menti: i classici ci sono d’aiuto.

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Antigone
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Edipo re 2016-04-30 11:27:00 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    30 Aprile, 2016
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Gli interrogativi posti 2.500 anni fa...

... con cui ci confrontiamo ancora oggi

Leggere l’Edipo Re di Sofocle significa toccare con mano quanto la nostra civiltà, con tutte le sue contraddizioni, sia debitrice – nei suoi tratti fondamentali – della cultura ellenica. Questa tragedia, non a caso uno dei capolavori assoluti del teatro greco, è infatti di una stupefacente complessità e contiene una straordinaria stratificazione di temi, ciascuno dei quali rimanda a grandi interrogativi esistenziali e sociali, ancora oggi oggetto di dibattito tra differenti scuole di pensiero e strettamente connessi alle fondamenta stesse della nostra costruzione culturale e sociale.
Il mito di Edipo è uno dei più conosciuti dell’antichità, ma visto che è molto articolato e l’Edipo re ne narra solo una parte è bene riproporlo dettagliatamente, anche per iniziare ad addentrarci nei meravigliosi meandri culturali di cui è composto.
A Laio, re di Tebe, viene vaticinato che suo figlio lo ucciderà. Quando sua moglie Giocasta partorisce Edipo, decidono di consegnare il neonato ad un pastore, perché lo abbandoni sul Monte Citerone. Il pastore, mosso a pietà, consegna Edipo ad un altro pastore, di Corinto. Questi porta il piccolo Edipo al re di quella città, Polibo, che non avendo figli lo adotta.
Edipo cresce come figlio di Polibo e futuro re. Da un oracolo viene però a sapere che è destinato ad uccidere suo padre e a giacere con sua madre. Sconvolto, per sfuggire al tremendo vaticinio abbandona Corinto e vaga per le montagne. Un giorno, nei boschi della Focide, ad un trivio Edipo dopo un alterco uccide un vecchio e la sua scorta.
Edipo giunge quindi a Tebe: la città è sotto il giogo della terribile Sfinge, che ne custodisce la porta sottoponendo ai viandanti il famoso insolubile indovinello, uccidendo chi non sa risolverlo. Edipo risolve l’enigma, la Sfinge si uccide e i tebani, grati, proclamano Edipo re della città: egli quindi sposa Giocasta e ha da lei quattro figli, due maschi e due femmine.
Tutti questi fatti sono antecedenti all’azione della tragedia di Sofocle, che inizia con Tebe preda di una pestilenza. Edipo ha mandato il cognato Creonte a Delfi per sapere dall’oracolo cosa fare per liberare la città dal morbo. Creonte torna e rivela ad Edipo che la causa della peste è il fatto che l’assassino di Laio vive in città, e deve essere trovato. Edipo, saputo da Creonte che Laio a quanto si sa è stato ucciso dai briganti mentre si recava dall’oracolo, emana un editto che decreta la maledizione e l’esilio dell’assassino del vecchio re. Creonte suggerisce ad Edipo di ascoltare il vecchio indovino cieco Tiresia, che forse potrà dire chi è il misterioso assassino. Tiresia viene convocato, ma si rifiuta di dire ciò che sa, ammonendo Edipo di non chiederglielo, altrimenti la verità sarà troppo dura da sopportare. Edipo si infuria per il rifiuto, insulta e minaccia Tiresia, che andandosene gli rivela che lui, Edipo, è l’assassino di Laio. Edipo, convinto che Laio sia stato ucciso da briganti, non solo non crede a Tiresia, ma sospetta che il vecchio sia stato lo strumento di un complotto di Creonte per detronizzarlo. Nel drammatico dialogo tra Edipo e Creonte quest’ultimo cerca di discolparsi, rivendicando la sua lealtà. Arriva Giocasta, che cerca di rassicurare Edipo, raccontandogli di come lei e Laio decisero di abbandonare il loro figlio perché morisse, e come in seguito Laio fu ucciso ad un trivio. Edipo chiede a Giocasta di essere più precisa circa la morte del primo marito e dalle risposte di lei comincia a capire di essere davvero l’uccisore di Laio. Siccome c’è un testimone, un pastore che da allora vive in campagna, Edipo lo manda a chiamare per sapere con certezza se sia l’assassino del re; quindi racconta a Giocasta della terribile profezia per cui avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre, e di come questa sia stata la causa che lo spinse ad abbandonare Corinto. Giunge a Tebe un messaggero che porta la notizia della morte di Polibo: Edipo quindi può salire sul trono di Corinto. Giocasta accoglie la notizia come la prova che la profezia di cui le ha parlato Edipo non si avvererà: suo padre è infatti morto di morte naturale. Il messaggero rivela però che Edipo non è figlio di Polibo: lui stesso lo portò alla reggia dopo averlo avuto da un pastore tebano sul monte Citerone. Giocasta, che ormai ha capito tutto, si ritira nella reggia. Giunge il vecchio pastore, che dopo molte insistenze di Edipo racconta di come diede il bambino proprio al corinzio che ha di fronte: quel bambino è proprio Edipo, che ormai, avendo compreso di non avere potuto nonostante tutto evitare l’avverarsi della terribile profezia, si ritira urlando nella reggia, dove scopre che Giocasta si è impiccata, e si acceca con le spille della sposa/madre.
La tragedia si chiude con Edipo cieco che dopo un dialogo con Creonte e uno struggente addio alle figlie abbandona Tebe. Sofocle scriverà anche il seguito della vicenda in Edipo a Colono.
Bellissima e tragicissima storia, quindi, intorno alla quale è stato detto e scritto moltissimo, tanto che oggi – soprattutto grazie alla lettura del mito in chiave psicanalitica – il termine edipico è entrato nell’uso corrente.
Indubbiamente la trasposizione freudiana della vicenda, secondo la quale il figlio, per affermare la propria personalità e la propria sessualità, deve simbolicamente uccidere il padre e giacere con la madre è il lascito oggi più usato, ma anche abusato e banalizzato, del mito di Edipo e della tragedia di Sofocle. Ve ne sono però moltissimi altri, e tra questi, senza pretesa di esaustività di fronte a un così grande capolavoro, cercherò di illustrare brevemente quelli che ritengo più importanti.
La prima considerazione da fare a mio avviso riguarda la struttura dell’opera. Con Sofocle la tragedia greca raggiunge forse l’apice: egli accentua l’importanza degli episodi rispetto al ruolo del coro, ed esalta la funzione del dialogo tra i protagonisti, che a volte avviene anche a tre voci (nelle tragedie di Eschilo molto spesso l’attore interloquisce solo con il Coro o con il Corifeo). Questo fatto, accanto ad un uso del monologo esteso e riflessivo, da un lato esalta l’importanza della personalità del singolo, della sua psicologia nel determinare la vicenda, e dall’altro deprime specularmente l’importanza e l’influenza del sentire collettivo. La tendenza all’emarginazione del coro, che diverrà palese in Euripide, può essere letta come il segno dell’evoluzione della società e della cultura ateniesi (siamo in piena epoca di Pericle e Sofocle ricopre cariche pubbliche) verso modelli nei quali l’uomo, con il suo pensiero, la sua individualità e i suoi bisogni, è l’oggetto dell’azione pubblica e quindi dell’arte. La democrazia ateniese produce forme d’arte che non a caso saranno il modello di quelle prodotte dalla nascente democrazia borghese del XVIII e XIX secolo: il teatro di Sofocle è il grande precursore del teatro moderno anche nella sua struttura scenica.
In questo quadro, la figura di Edipo, la sua humanitas, la sua ribellione di fronte al fato e la sua sconfitta finale pongono come detto una serie di problemi ancora oggi in gran parte irrisolti.
Edipo può essere visto come il loico: si ribella al suo destino sino al punto di lasciare tutto per sfuggirgli. Risolve con la logica ed il ragionamento l’enigma posto da forze oscure, misteriose e che vengono dal passato (la Sfinge viene dal remoto oriente), e grazie alla logica conquista il potere. Potrebbe rifiutarsi di sapere la verità, come gli consigliano Tiresia ed il pastore, ma anche quando intuisce che sapere lo porterà alla disgrazia non si tira indietro: sapere è un imperativo morale, ed egli non può sapere di non sapere.
Formalmente è innocente, perché ha ucciso il padre e sposato la madre senza esserne cosciente, tuttavia non può non subire le conseguenze di ciò che ha fatto, proprio perché non è stato in grado di impedire che la profezia si avverasse, che generasse, attraverso di lui, i suoi macabri frutti.
Egli è quindi innocente e colpevole ad un tempo ma a mio avviso è emblematico che simbolicamente, attraverso la cecità, giunga ad un grado di conoscenza superiore, tanto che nell’Edipo a Colono egli, nel bosco sacro, predirà a Teseo il glorioso avvenire di Atene. L’interrogativo centrale posto dalla tragedia riguarda quindi a mio avviso le nostre responsabilità individuali rispetto alle conseguenze oggettive dei nostri atti, a prescindere dal nostro grado di consapevolezza e di conoscenza. Questa domanda, se ci si pensa bene, costituisce uno dei grandi interrogativi di sempre e in particolare dell’oggi. Quanto ciascuno di noi, con i propri normali comportamenti, con il proprio stile di vita, contribuisce allo sfacelo ambientale e sociale del mondo, allo sfruttamento della parte ricca del pianeta su quella povera, alle guerre che vengono scatenate per mantenere questo status quo? Cosa possiamo fare? Dobbiamo sapere ed essere coscienti, anche se questo ci può generare fastidi e problemi o è meglio continuare a vivere nell’indifferenza? Edipo ci indica una strada, difficile da percorrere, ma che è quella percorsa dai singoli e dalle masse che hanno cambiato la Storia. Edipo è l’opposto degli indifferenti contro cui si scaglierà Gramsci. Come è al tempo stesso colpevole ed innocente, si può dire che sia contemporaneamente sconfitto e vincitore.
Altri ci diranno che quella di Edipo era 'hybris', superbia di sapere, e che questa sua hybris è la causa per cui viene punito dagli dei: sono quelli che ci vogliono nell’ignoranza, e sono gli stessi che ci dicono che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che l’ingiustizia è giusta perché i migliori sono sempre al posto giusto, che abbiamo il diritto di vivere meglio di altri perché la nostra civiltà è superiore. Non dovremmo ascoltarli, dovremmo edipicamente uccidere questi cattivi padri per sostituirci a loro.

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Edipo re 2015-01-18 17:35:56 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    18 Gennaio, 2015
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Tragico conoscere

Tragedia dall’incalcolabile fortuna nei secoli, fu definita dall’autorevole voce di Aristotele nella Poetica la perfetta concretizzazione dei meccanismi dell’azione tragica: il passaggio da una situazione di felicità ad una di infelicità attraverso un mutamento non dovuto a un errore ma ad una peripezia e/o ad una agnizione, un riconoscimento, che è quanto accade nell’Edipo re.

Nel prologo troviamo Edipo, divenuto re di Tebe dopo aver liberato la città dal terribile mostro della Sfinge risolvendo il suo enigma, alle prese con la pestilenza che affligge la popolazione. L'oracolo di Apollo ha vaticinato che la città è macchiata dalla presenza dell’assassino di Laio, predecessore di Edipo, ucciso da briganti sulla strada verso Delfi. Edipo proclama dunque un bando che prevede l’esilio per l’assassino e per chiunque lo nasconda, lanciando sul responsabile delle maledizioni. Segue uno scontro verbale con l’indovino Tiresia, interrogato al fine di scoprire l’identità di colui che macchia Tebe; questo però ritiene più opportuno non parlare. Di fronte all’insistenza dell’adirato Edipo, Tiresia gli dice che l’assassino è lui. Il re inizia dunque a sospettare che lui e Creonte tramino per spodestarlo, generando l’indignazione sia di Tiresia, che gli predice che il colpevole sarà scoperto entro la giornata e mendicherà in solitudine fino alla fine dei suoi giorni, sia di Creonte, con cui ha una forte discussione. Interviene a separarli Giocasta, moglie di Edipo e sorella di quest’ultimo, la quale lo invita a non prestar fede agli oracoli: le era infatti stato predetto che Laio sarebbe morto per mano di suo figlio, invece è stato ucciso a un trivio da briganti mentre si recava a Delfi. A sentir queste parole, Edipo inizia a sospettare di esser lui l’assassino del re, ricordando di aver ucciso un vecchio uomo e la sua scorta a un trivio mentre si allontanava da Corinto: aveva infatti avuto un orribile vaticinio, secondo cui avrebbe ucciso suo padre e si sarebbe unito a sua madre. Manda dunque a chiamare l’unico servo di Laio sopravvissuto all’aggressione fatale, il quale si era subito allontanato dalla reggia tebana quando Edipo fu incoronato. Giunge poi un messo da Corinto ad annunciare la morte del re Polibo, padre di Edipo, che dunque si rincuora a sentir il fallimento di una parte della profezia. Quando chiede di sua madre, tuttavia, il messo gli svela che Polibo e sua moglie non hanno con lui alcun legame di sangue: egli stesso l’aveva preso quando era ancora in fasce da un servo di Laio, lo stesso servo sopravvissuto. La terribile verità, già intuita da Giocasta che tenta di distoglierlo dall’indagare oltre, è per Edipo vicina: il servo di Laio, giunto a palazzo, svela di non aver ucciso il neonato come ordinatogli.Il protagonista, in preda alla disperazione rientra urlando nel palazzo. Un messaggero annuncia dunque il suicidio di Giocasta e l’accecamento di Edipo con delle fibbie d’oro, in quanto non c’è per lui più nulla che valga la pena vedere. Compare poi Edipo che saluta e compiange il triste futuro delle sue figlie e implora Creonte, l’unico ora in grado di reggere la città, di esiliarlo, in quanto odiato dagli dei.

Il protagonista svolge una profonda analisi su se stesso per scoprire il mistero che avverte nel suo passato; tuttavia il progressivo disvelamento di ciò che non conosce lo porterà a scoprire una terribile verità, da cui molti tentano di distoglierlo (Tiresia, Giocasta, il servo di Laio), ma che costituisce il fulcro della vicenda esistenziale di Edipo. Identificandosi e non identificandosi nell’assassino di suo padre e nel marito di sua madre, Edipo marca un distacco tra la sua volontà e il suo destino. Sia lui che Giocasta hanno tentato di sfuggire al futuro vaticinato loro dagli dei, fallendo miseramente nei loro intenti. Si realizza così la vittoria del destino, in cui si manifesta il supremo volere divino, sulla volontà: Edipo è responsabile di un’azione compiuta involontariamente in adempimento ad una sorte cui riteneva di potersi sottrarre; ma il fato è cieco e si realizza al di là del volere umano. Si tratta di un tema che doveva profondamente colpire lo spettatore ateniese della seconda metà del V secolo, in cui si era ormai affermato il razionalismo, legato alla volontà e al concetto di responsabilità. La moderna cultura veniva così a scontrarsi con la lontana cultura magico-primitiva tipica del mito, che, per quanto lontana, non poteva che generare inquietudine e riflessione sul tema della colpa.
Il conoscere assume così nella vicenda di Edipo un alone di tragicità: simbolo della coraggiosa indagine su sé stessi, la sua figura si carica tuttavia anche di una valenza negativa. Chi vuol sapere più di quanto gli è concesso, pecca di tracotanza e viene inevitabilmente punito scoprendo la terribile verità che si cela dietro l’apparenza della realtà. Significativa è in questo senso la punizione che Edipo sceglie di autoinfliggersi: egli si priva degli occhi, quegli occhi colpevoli di non aver visto come avrebbero dovuto e, allo stesso tempo, di aver guardato dove non avrebbero dovuto. In tal modo il protagonista rifiuta platealmente la sua realtà.

Altra tematica al centro della tragedia è dunque quella del mutevole destino umano. “Guardate uomini di Tebe: Edipo è questi, che sciolse l’enigma famoso e fu potente tra gli uomini. Nessuno mirò senza invidia la sua fortuna; ed ora vedete in quale gorgo di sciagura è precipitato. E allora fissa il tuo occhio al giorno estremo e non dire felice uomo mortale, prima che abbia varcato il termine della vita senza aver patito dolore”. Così canta il coro nel canto d’esodo, chiarificando mirabilmente il concetto che il tragediografo esemplifica nella vicenda di Edipo: la vita dell’uomo è sconvolgentemente fragile e tutto ciò che lo riguarda è soggetto al cambiamento incontrollabile. Il passo dalle stelle all’abisso è terribilmente breve.

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Edipo re 2013-05-22 03:23:30 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    22 Mag, 2013
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Abbandonare Freud, senza riuscirci

Ho cercato di rileggere “la tragedia delle tragedie” senza pensare a Sigmund Freud, che si è ispirato al ciclo di Edipo per elaborare la sua teoria psicanalitica.
Ho provato a non pensare a “L’Edipo Re” di Sofocle come al prototipo del romanzo “giallo” in virtù della struttura della storia: scoprire le cause della misteriosa pestilenza che affligge Tebe e far luce sull’omicidio di Laio, facendo emergere il rapporto incestuoso tra Edipo e la madre Giocasta.
E quindi, ho letto una delle più belle tragedie della classicità gustandone la poetica corale: perché il coro ha un ruolo di coscienza collettiva, di partecipazione, di riflessione e, a volte, d’incoraggiamento.
Poi ho apprezzato l’atmosfera di tensione, creata dalle minacce della Sfinge e dal susseguirsi di profezie oscure, e la trama in sé, che procede per successioni concatenate fino all’esplosione della verità: l’uomo è fragile e solo di fronte alla potenza del destino. E la verità acceca.
“Edipo Re” ha un enorme potere tragico perché intesse quelli che, secondo Freud, sono i tre delitti primordiali: il parricidio-infanticidio di Laio, l’incesto di Giocasta, il cannibalismo della Sfinge. E allora – rovesciando la visuale - il complesso di Edipo assume valore simbolico e non è, viceversa, come sempre sostenuto, il mito che ha il potere dell’allegoria:
“Quando il velo della nascita si squarcia, allora egli vede il mondo ed è come rinato ... in realtà ... non faceva altro che rinnovare la situazione della cosiddetta scena primaria ... desidera rientrare nel ventre materno non semplicemente per rinascere, ma per essere trovato là … dal padre."

Bruno Elpis

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