Saggistica Arte e Spettacolo John e Joe. Un ratto che passa
 

John e Joe. Un ratto che passa John e Joe. Un ratto che passa

John e Joe. Un ratto che passa

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Il teatro di Agota Kristof si snoda sul filo di una comicità che a un certo punto deraglia nell’amarezza o nell’angoscia. In questo può ricordare Beckett (e senz’altro John e Joe non è esente da influenze beckettiane), ma il cuore dei testi della scrittrice è decisamente più politico che metafisico. I suoi personaggi, clownesco-laconici o istrionico-verbosi secondo le due diverse pièce, sono figure che le permettono di parlare dei temi che le stavano più a cuore, legati ai due sistemi politico-sociali antitetici in cui aveva vissuto e che, in entrambi i casi, suscitavano in lei profonde riserve. John e Joe è una riflessione sulla divisione del mondo fra chi ha e chi vorrebbe avere. I protagonisti sono due poveracci che vediamo sempre seduti al tavolino di un caffè, col perenne problema di come pagarsi le bevute finché, nella loro storia, entra un biglietto della lotteria… Un ratto che passa affronta invece il gioco di autoinganni e di mascheramenti dell’Io all’interno di una società totalitaria. Roll è un intellettuale puro e scrive poesie. Le due scene che si alternano lo mostrano nel salotto della sua casa borghese, alle prese con la moglie e certi ospiti non troppo graditi, e in una cella assieme al carceriere e ad altri personaggi, fra cui il losco «Ratto Carognone», per il quale è difficile non provare un’immediata, seppur colpevole, simpatia. Sta allo spettatore ricostruire i nessi temporali e le vere identità dei personaggi. Nel finale, agghiacciante, nulla sarà come sembrava.

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John e Joe. Un ratto che passa 2019-08-28 11:14:08 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Agosto, 2019
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Cucchiaini nel caffè...

Di recente ristampa è “Joh e Joe – Un ratto che passa”, opera teatrale a firma Agota Kristof edita da Einaudi. Quello delineato dall’ungherese classe 1935 è un teatro che si snoda su una comicità tipicamente Beckettiana con però gli immancabili temi della politica e del metafisico da sempre a lei cari.
John e Joe è il dialogo clownesco-laconico e istrionico-verboso tra due barboni che, seduti a un bar tra bicchieri di vodka, caffè e panini, non sanno come pagare il conto. Alla fine, uno dei due salderà il debito per entrambi portandosi via anche un biglietto della lotteria appartenente all’altro. Da qui si snoderà la seconda parte della pièce e si evincerà il messaggio di cui l’autrice ci ha resi destinatari. Con una scrittura precisa, non prolissa ma che nulla lascia al caso, ella si diletta nell’affrontare temi che vanno dal possesso, agli ordinamenti politici, al comunismo, al liberismo, all’umanità, in un crescendo di domande, di interrogativi, in un mix di caffè quando troppo dolci, quando troppo amari.

«E allora dimmi: a cos’è che pensi così spesso, Joe?»

Un ratto che passa si dedica a un gioco di autoinganni e di mascheramenti dell’Io all’interno di una società totalitaria. La scena è doppia: da un lato le vicende sono ambientate in un carcere, tra carcerieri, ospiti e il “Ratto Carognone”, dall’altro in un salotto borghese, con ospiti non molto graditi, con un’atmosfera al confine del surreale. Le due scene che si alternano permettono al lettore di ricostruire i nessi temporali e le vere identità dei personaggi sino ad un epilogo affatto scontato e dal retrogusto amaro che apre le riflessioni sul legame/non legame tra morale e diritto, tra giochi di potere e interessi personali.
Due scritti intelligenti, ben ponderati, ben strutturati che invitano chi legge a soffermarsi sulle problematiche trattate. Due componimenti forse minori della narratrice, e certamente non con la stessa portata dei lavori della stessa, ma comunque gradevoli e non privi di spessore.

«Ma è interessantissimo! Questo vecchio, che ha sacrificato la sua vita per un ideale e adesso si accorge che è stato inutile: i suoi compagni si sono trasformati in carnefici, e lui è la loro vittima. E continua a crederci, nel suo ideale. Ci si attacca. Non ti sembra strano? Avrebbe dovuto perdere la fiducia…»

«Potente? Ah! Ah! Ah! Tu sei più impotente di un lombrico, o dell’ultimo dei barboni. Il potere sta altrove. Tu sei solo l’arma del delitto. L’unico potere che hai è di rifiutarti di obbedire, e c’è un solo mezzo per farlo. Uno solo.»

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John e Joe. Un ratto che passa 2019-08-08 11:04:21 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    08 Agosto, 2019
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È amaro il fondo delle cose

Il libro contiene due opere teatrali scritte da Agota Kristof: “John e Joe” e “Un ratto che passa”.

John e Joe, di ispirazione beckettiana, è il dialogo quasi metafisico tra due barboni ben tenuti che siedono al tavolo di un bar, discettando sul modo migliore per pagare il conto. La scrittura sintetica, ma sempre arguta e attenta, deve rendere molto bene sulla scena perché molto spazio lascia alla capacità interpretativa degli attori, con una levità rara. Kristof non ha paura di lasciare agli spazi bianchi, ai silenzi, al ritmo delle battute tutto il carico dell’interpretazione e sicuramente non teme il rischio di incomprensione talora radicato nella sintesi. La situazione cambia quando uno dei due personaggi vince alla lotteria in maniera bizzarra. L’opera dell’autrice nota per la sua lacerante “Trilogia della città di K” è in realtà un’accurata riflessione sul tema del possesso e, di riflesso, degli ordinamenti politici che tentano di regolarlo: tanto il comunismo quanto il liberismo sembrano per l’autrice rilevare un fondo oscuro che rischia di annientare ogni relazione umana. E lo fa dire ai personaggi, che stanno prendendo il caffè: uno dei due non mette zucchero, e lo sente amaro, uno ne mette troppo e lo sente dolce. Allora i due personaggi uniscono i due caffè e lo bevono di nuovo: per l’uno sarà troppo dolce, per l’altro ancora troppo amaro.

Un ratto che passa complica invece la scena della rappresentazione, che da un lato è ambientato in un carcere, dall’altro in un salotto borghese, con una pletora di personaggi colti in medias res, tra battute sagaci e inevitabili incontri in società, in un’atmosfera sospesa e surreale in cui il confine tra vero e falso, tra realtà e fantasia diventa sempre più labile. Tra travestimenti e disvelamenti, niente è come davvero sembra, fino a un finale in cui tutto collassa e la psiche, frantumata, si ricompone. E questo valzer che all’inizio sembrava grottesco e di amara allegria, si scopre alla fine di una serietà spaventosa, aprendo con poche battute la lacerante distanza tra la morale e il diritto. Perché a volte le Leggi non sono giuste, perché a volte la giustizia è una pedina del potere.

Due opere diverse, ma animate da uno stile intelligente, calcolato, che lascia più spazio agli attori che non al testo. Certo, le opere non hanno la portata tragica o surreale di altri autori, come Beckett o Ionesco, ma restano una lettura gradevole non priva di spunti di riflessione.

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