Saggistica Arte e Spettacolo Morte di un commesso viaggiatore
 

Morte di un commesso viaggiatore Morte di un commesso viaggiatore

Morte di un commesso viaggiatore

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La presentazione e le recensioni di Morte di un commesso viaggiatore, opera di Arthur Miller edita da Einaudi. Andato in scena a New York nel febbraio del '49 per la regia di Elia Kazan, Morte di un commesso viaggiatore costituisce forse il più clamoroso successo teatrale del dopoguerra - un successo che, dagli Stati Uniti, dilaga in tutto il mondo. Partendo dall'idea di descrivere, in chiave quasi comica, quanto si agita all'interno della testa di un uomo, Miller lavorò sin dall'inizio sull'ipotesi di restituire - non solo letterariamente, ma anche e soprattutto sul piano della scrittura scenica - il coesistere di presente e passato nella vita di un essere umano. Willy Loman, l'esausto commesso viaggiatore vittima di un sistema fondato sulle leggi inesorabili della produttività, è stato ed è non solo il rappresentante di un'America già percorsa dai primi brividi del maccarthismo, ma anche un eroe tragico di straordinaria efficacia.

Di Arthur Miller (New York, 1915) Einaudi ha pubblicato: Il crogiuolo, Erano tutti miei figli, Morte di un commesso viaggiatore, Uno sguardo dal ponte, Vetri rotti, Il mondo di Mr Peters e Vetri rotti. Inoltre, sempre presso Einaudi sono usciti Una specie di storia d'amore e altre commedie ("Gli struzzi") e La discesa da Mount Morgan ("Supercoralli").

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Morte di un commesso viaggiatore 2013-12-04 04:05:43 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    04 Dicembre, 2013
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Ipocrisia e inconsistenza di un sogno

Nel più celebre dramma di Arthur Miller, in Willy Loman, anziano commesso viaggiatore, vengono rappresentate le ipocrisie del maccartismo e gli esiti fallimentari di una vita spesa per realizzare l’ossessione del successo e l’illusoria convinzione che la felicità materiale possa surrogare ogni altra forma di felicità.

In apertura di dramma, il commesso viaggiatore (“Ha portato i prodotti di questa ditta nei posti più fuori mano”) è reduce dall’ennesimo viaggio di un lavoro itinerante divenuto insostenibile (“Vuoi vedere che ha fracassato di nuovo la macchina?”): Willy è ormai incapace di far fronte a un ritmo non più appropriato all’età e alla fragilità psicologica (“Non ci sta con la testa. Ferma al verde, passa al rosso…”) causata da tensioni familiari, stress e desideri irrealizzati (“E’ un fallito come Biff ma in un modo diverso perché non si è mai rassegnato a riconoscere la propria disfatta ed è quindi più confuso e ostinato, benché apparentemente più soddisfatto”).
Anche le speranze riposte nei due figli, Biff e Happy, sono andate deluse (“E’ questo il suo premio – voltarsi indietro a sessantatré anni e vedere i suoi figli, per cui ha dato la vita, uno – un donnaiolo vanesio…”): nessuno dei due ha raggiunto il successo economico, nessuno dei due ha coronato i sogni materialisti del padre. Entrambi, trentenni e inconcludenti, sembrano schiacciati dal peso delle aspettative genitoriali: Happy svolge un lavoro di basso profilo, mentre Biff (“… avrò fatto più di venti mestieri”) non ha realizzato le brillanti premesse di giocatore di football e oscilla tra un presente di ladruncolo (“Lui non è che una barchetta che cerca il suo porto”) e un sogno agreste (“…potrei comprarmi un bel ranch”).
La famiglia si coagula intorno a Willy in un estremo tentativo di riscatto: Biff promette che andrà a cercare un lavoro da un vecchio conoscente, Willy stesso si rivolge al suo principale per cercare di ottenere un lavoro fisso a New York, ma viene liquidato in malo modo e licenziato (“A uno che ha dedicato trentaquattro anni della sua vita a questa ditta…”). Willy subisce l’onta di elemosinare i soldi necessari per tirare avanti presso un caro amico, Charley.
Figli e padre si incontrano al termine della giornata in un ristorante e si confessano confusamente le rispettive sconfitte (“Papà! Io non valgo una cicca! E neanche tu, papà!”). I due giovani, anziché cenare con il padre, si allontano in compagnia di due donne allegre. Tra padre e figlio scoppia una lite furiosa (“Scorpione velenoso!”; “Per amor di Dio, perché non mi lasci andare? Perché non prendi quei sogni bugiardi e non li bruci prima che succeda qualcosa?”), preludio di tragedia.
Nel finale Willy si lascia travolgere dal proprio rimorso per aver tradito la fiducia di Biff (“Che successe a Boston, zio William?”) ponendolo di fronte all’evidenza dell’infedeltà coniugale e causando nel giovane una crisi irreversibile.
Chiusura tragica tra requiem, funerale nell’indifferenza dei conoscenti e sospetto che Willy si sia suicidato per permettere alla famiglia di incassare il premio assicurativo sulla vita: proprio nel giorno in cui scade l’ultima rata del mutuo (“Ho pagato l’ultima rata della casa oggi. Oggi caro. E la casa è vuota.”)…

Il dramma ha avuto grande successo di pubblico, infinite repliche e due trasposizioni cinematografiche (nel 1951 con film di Laszlo Benedek e nel 1985 con un film che ha Dustin Hoffman come protagonista).
Nell’opera vi è una notevole confusione scenica tra passato e presente, con ricordi, che tornano e contaminano lo svolgimento dell’azione, proiettati dalla mente confusa del “commesso viaggiatore”. I riferimenti al consumismo (il frigorifero da sostituire, l’acquisto di un magnetofono che promette meraviglie…) e alle miserie della vita quotidiana (il tradimento, la rata incombente del mutuo, la vita che vale meno del premio assicurativo, il funerale andato deserto come quello del grande Gatsby!) acuiscono e ingigantiscono il senso di tristezza, vuoto e sconfitta che, tenendo in ostaggio il lettore/spettatore, lo inducono a riflettere sui valori veri della vita e sulla validità di un modello sociale fondato su esteriorità e prigionia…

Bruno Elpis

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... Il grande Gatsby di F.S. Fitzgerald
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