Narrativa italiana Classici Con gli occhi chiusi
 

Con gli occhi chiusi Con gli occhi chiusi

Con gli occhi chiusi

Letteratura italiana

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Il romanzo fu pubblicato nel 1918. E' la storia, largamente autobiografica, di un'adolescenza, dei primi dolorosi incontri con la realtà e con l'amore. Pietro Rosi è un giovane fragile e sognatore, figlio di un oste rude e di una donna delicata. Pietro si innamora di una giovane contadina, Ghisola, sentimento che affronta "ad occhi chiusi". Quando a Firenze Ghisola, dopo essere stata l'amante di un uomo maturo, rimasta incinta, decide di sfruttare il sentimento di Pietro e di attribuirgli la paternità del figlio che aspetta, si trova costretta a sfuggirgli, perchè Pietro la "rispetta" e fa sfumare il suo piano. Scoperta improvvisamente la verità Pietro "apre" gli occhi e termina così la sua adolescenza.

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Con gli occhi chiusi 2018-08-11 13:35:31 LuigiF
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LuigiF Opinione inserita da LuigiF    11 Agosto, 2018
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Non un romanzo di amore

La lettura di "Con gli occhi chiusi" richiede un certo impegno e confesso di essere stato sul punto di abbandonarla. Non è tanto la forma a rendere il romanzo ostico quanto la cupa atmosfera di una civiltà rurale pervasa da estrema durezza. Un mondo contadino che ricorda, senza azzardare riferimenti letterari, da un lato “l'albero degli zoccoli” di Olmi senza la poesia e la religiosità degli umili e dall’altro il “Pinocchio” di Comencini privato però dell’umorismo grottesco e dell’ispirazione fiabesca.
Con gli occhi chiusi non lascia spiragli. La fatica di vivere non risparmia nessuno: dal padrone ai salariati fin giù ai mendicanti che si litigano un tozzo di pane.
In questo contesto si innesca una storia fragile ed autobiografica che vorrebbe essere d'amore. Pietro vive torbidamente una passione per la nipote di un salariato del padre. La ragazza, Ghisola, condotta dai casi della vita e forse anche da una certa qual predisposizione, va in città divenendo amante e mantenuta di un uomo maturo e rimanendo presto in cinta. Quando Pietro la raggiungerà con la sua promessa di amore, lei cercherà di nascondere la gravidanza nella speranza di concludere il buon matrimonio e liberarsi dalla triste e miserevole condizione. Pietro scoprirà l'inganno grazie ad una soffiata. Il suo "amore", assieme al romanzo stesso, avrà brusca conclusione.
Fin qui la storia. Non storia d'amore appunto, perché come acutamente osservato da Debenedetti nella sua critica, Pietro vive una "impotenza psicologica di amare" ed oscilla tra atteggiamenti possessivi e idealizzazioni artificiose che poco hanno a che fare col sentimento.
I personaggi, malgrado, o forse a causa, della natura autobiografica del romanzo, non paiono ben delineati e credibili e risultano psicologicamente acerbi.
Pietro, alter ego dell’autore, è morboso e scostante durante l'adolescenza per poi trasformarsi nell' ingenuo ed inconcludente idealista della seconda parte del romanzo.
Ghisola è anch’essa descritta in modo evanescente a tratti vittima a tratti carnefice.
Il più a fuoco è forse Domenico, padre di Pietro, che ha nella ricerca del profitto e dell'emancipazione sociale il suo coerente mantra personale. Disgustoso, impietoso, avaro, meschino, anaffettivo certo, ma anche un po'patetico nel suo attaccamento al denaro specie quando realizzerà la vanità di tutti i suoi sacrifici nell’accumulare una fortuna che l’erede indegno disperderà.
Del romanzo la cosa migliore mi paiono le delicate descrizioni paesaggistiche nonchè quelle urbane di Siena e Firenze, tratteggiate con sensibile gusto poetico tanto da farmi pensare che la poesia, piuttosto che la narrativa, fosse la vera vocazione di Tozzi.

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Con gli occhi chiusi 2016-11-20 05:46:27 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    20 Novembre, 2016
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Spiazzante ed anomalo

Da un punto di vista culturale e letterario, esattamente come da un punto di vista sociale ed economico, l’Italia del primo novecento, l’Italietta giolittiana che si avvia verso la prima guerra mondiale e il fascismo è un paese sostanzialmente arretrato rispetto ai sommovimenti che scuotono il panorama culturale dell’Europa centro-settentrionale.
Mentre nelle maggiori aree culturali europee si affacciano i grandi scrittori che rivoluzioneranno per sempre il modo di fare letteratura, sull’onda della fine del mito positivista, della presa di coscienza della crisi della società borghese e delle scoperte dovute alla psicanalisi, l’Italia esprime correnti letterarie che importano con un cronico ritardo fermenti altrove già assopiti e superati. E’ il caso del verismo di Verga, Capuana e De Roberto, che costituirà il punto di riferimento culturale in Italia anche all’inizio del nuovo secolo, derivato in buona parte dalla scapigliatura milanese, in cui si può ritrovare, a scoppio ritardato di quasi un ventennio, il percorso letterario che in Francia portò dal decadentismo tardoromantico al naturalismo. Significativo del clima culturale del nostro paese nel primo decennio del ‘900 è il fatto che – se ci si riflette bene – il suo lascito più originale è ancora legato a questi canoni, per di più declinati secondo modalità ormai stantie e retoriche: l’opera pucciniana e verista (con tutto il rispetto per le pagine di grande musica che contiene) non può infatti essere considerata che il tipico prodotto culturale "di seconda mano", destinato ad una borghesia piccola, chiusa e di orizzonti ristretti, che per "trasgredire" si affidava all’estetismo dannunziano. Persino l’avanguardia italiana per antonomasia, il futurismo, è l’emblema – almeno nella sua componente letteraria – di una società intrisa di un iperpositivismo cialtrone che inevitabilmente fornirà il suo pieno appoggio al fascismo.
Eppure anche in questa Italia complessivamente arretrata, esattamente come non mancano esempi di attività industriali d’avanguardia e territori socialmente avanzati, si ritrovano scrittori che possono a tutti gli effetti essere ascritti al novero dei grandi autori di stampo europeo, che hanno saputo cogliere lo spirito del tempo e tradurlo in letteratura.
Il caso più noto è senza dubbio quello di Italo Svevo. Per questo autore è facile trovare la motivazione della sua anomalia rispetto al panorama letterario italiano del tempo: Svevo è di Trieste, città che di italiano aveva (ed in parte ancora ha) poco, crocevia di culture e facente anche fisicamente parte di una diversa entità politica sino al 1918. Trieste, sicuramente più vicina alla Vienna di Freud che a Roma, con la sua antica borghesia mercantile, ha consentito a Svevo di respirare per tutta la vita un’aria mitteleuropea in salsa italiana, come egli stesso ci ricorda nel suo pseudonimo.
Diverso è il caso di quello che a mio (ma non solo mio) avviso è uno degli altri grandi autori italiani del periodo, la cui opera, ed in particolare il primo romanzo, 'Con gli occhi chiusi', si distacca nettamente dai canoni naturalistici imperanti per farci entrare nella letteratura del disagio e dell’inettitudine, della mancanza di qualità che è tipica del primo novecento europeo. Federigo Tozzi, l’autore di questo romanzo, non è di Trieste o di Milano: è di Siena, città che – nonostante la sua gloriosa storia passata – all’epoca può essere considerata emblematica della provincia italiana. A Siena visse ed ambientò le sue opere maggiori, trasferendosi quindi a Roma dove morirà, trentasettenne, nel 1920.
Ebbe una vita, oltre che breve, tormentata e complessa, come è testimoniato anche dal suo passaggio dal socialismo giovanile a posizioni nazionaliste intrise di un cattolicesimo reazionario, e molte sue opere, tra cui 'Con gli occhi chiusi', riflettono con accenni autobiografici il suo tormento di vivere.
Incidentalmente faccio notare che sia Svevo che Tozzi furono quasi totalmente ignorati dal pubblico e dalla critica italiana dell’epoca: Svevo fu scoperto in Francia ancora vivente, mentre la gloria di Tozzi è quasi totalmente postuma. E’ anche questo un sintomo del provincialismo che caratterizzava la cultura italiana dell’epoca, che raggiunge vette paradossali se si pensa che i pochi che si accorsero di Tozzi in vita lo classificarono frettolosamente come verista, quasi non potesse esistere in Italia altra letteratura. E’ pur vero che l’involuzione politica di Tozzi si accompagnò ad un avvicinamento progressivo al verismo con i successivi romanzi 'Il podere' e 'Tre croci', ma il fatto che 'Con gli occhi chiusi' rappresenti un’opera dai caratteri persino strutturalmente totalmente diversi rispetto ad un approccio di tipo naturalistico balza agli occhi anche del lettore più sprovveduto.
Rispetto a quanto detto per Svevo, è apparentemente più difficile, nel caso di Tozzi, immerso nel mondo rurale della provincia toscana, attribuire le tematiche delle sue opere al contesto: nulla sembra più distante dall’idea di disagio esistenziale dai paesaggi senesi, dal piccolo mondo antico che circonda Tozzi.
Eppure 'Con gli occhi chiusi', scritto attorno al 1910, è uno dei romanzi più disperati dell’intera letteratura italiana, e la storia di non amore tra Pietro e Ghisola potrebbe benissimo essere ambientata nella periferia di una delle grandi città industriali del nord Europa.
Pietro, il protagonista del romanzo dietro il quale non è difficile rinvenire l’autore, è un ragazzo senese, figlio di un contadino che si è arricchito gestendo una trattoria. Fuori città ha acquistato un podere – Poggio a’ meli – che coltiva tramite braccianti (gli "assalariati") che tratta con la stessa spietata durezza con cui tratta i dipendenti della trattoria. La sua debole moglie morirà presto, mentre Pietro cambia svogliatamente varie scuole. Adolescente, a Poggio a’ meli incontra Ghisola, una ragazzina nipote di due braccianti. Tra i due nasce una simpatia fatta anche di piccoli dispetti e violenze, che in Pietro si trasforma negli anni in un amore introverso, che non riesce o non vuole esprimersi. Ghisola asseconda questo sentimento con la prospettiva di fare un buon matrimonio e scalare qualche gradino sociale, ma Pietro – che quando è solo sogna il suo amore per lei – non riesce a rapportarsi con la ragazza - che nel frattempo ha avuto le prime esperienze con altri contadini – e rifiuta le sue profferte sessuali. Più tardi egli la cerca a Firenze, dove studia con scarso successo e dove Ghisola, per uscire dalla povertà è divenuta prima la mantenuta di un anziano signore quindi prostituta in una casa chiusa. Ella riesce a nascondere la realtà della sua condizione a Pietro, cercando disperatamente di darglisi perché possa considerarsi il padre del bambino che attende. Nel bellissimo, fulminate finale, Pietro arguisce la gravidanza di Ghisola e la lascia.
'Con gli occhi chiusi' è un romanzo che spiazza per tutta una serie di motivi.
Il primo e più evidente è quello, già citato, del contrasto tra l’ambientazione in alcune delle più belle contrade italiane e il disperato disagio sociale ed esistenziale che la storia ci propone. Le descrizioni del paesaggio senese e quella – celebre – della città (definita a ragione cubista nella bella introduzione di Marcello Ciccuto a questa edizione della BUR) ci restituiscono la magia, la calma immutabile di ambienti che ancora oggi possiamo ammirare quasi intatti. Questi paesaggi idilliaci sono però gli sfondi di una storia che secca la gola per la sua asciutta drammaticità. La campagna senese diviene quindi l’evidenziatore a contrasto di una crisi esistenziale che ha precise ragioni: la tremenda gerarchia valoriale di chi – il padre di Pietro – ha come unico obiettivo di vita far soldi, in base ai soldi giudica tutto e tutti e si comporta da vero padrone. Tozzi non esprime mai giudizi diretti, ma praticamente ogni gesto del padre di Pietro, sia verso il figlio sia verso gli altri personaggi del romanzo, è guidato esclusivamente da motivazioni economiche. Esemplare e terribile è l’episodio della morte del fedele cane Toppa, con il padre che interviene solo per raccomandare che ne venga recuperato il collare. Il rifiuto di Pietro della logica padronale, schiettamente borghese del padre, che si esprime confusamente in molti modi durante la narrazione, è il vero fulcro del romanzo, e di questo rifiuto fa parte anche il non amore per Ghisola, che Pietro vive, come il suo socialismo, come i vari abbandoni scolastici, essenzialmente come un atto di ribellione rispetto a ciò che il padre vuole fare di lui, vale a dire l’erede capace di continuare la sua opera di arricchimento. Rispetto a questa prospettiva, Pietro non può che avanzare nella vita con gli occhi chiusi.
Un altro fattore spiazzante del romanzo è lo stile di scrittura di Tozzi, fatto di un contrasto tra il frequente uso di toscanismi e termini desueti ed una struttura della frase inusitata. Il periodo tozziano, in genere già breve, è infatti sovente spezzato in brevissimi sottoperiodi separati da un punto e virgola, anche laddove sarebbe più ortodosso l’impiego della virgola. Non so da cosa derivi questo procedere a singhiozzo, ma è certo che – dopo un primo momento di sconcerto ortografico – questo tratto strutturale diviene uno degli elementi di fascino e (quasi paradossalmente) di modernità del romanzo.
Infine, non si può non notare come Tozzi costruisca quasi una gerarchia rovesciata della narrazione, nel senso che mentre gli eventi centrali della storia sono in genere solo accennati, una cura quasi maniacale viene dedicata a descrivere particolari secondari, quali ad esempio il cavallo della carrozza su cui a un certo punto sale Ghisola, l’ordine secondo cui la famiglia e i dipendenti si siedono a tavola nella trattoria, la piccola storia del cliente povero della trattoria conclusa con un lapidario (e meraviglioso) “Morì presto; e nessuno se ne accorse". In un mondo sottosopra, pare dirci Tozzi, in cui il disvalore è divenuto valore, anche la gerarchia delle cose deve essere cambiata, e la magrezza di un cavallo merita più attenzione della morte della madre di Pietro.
Sono questi elementi spiazzanti che fanno di 'Con gli occhi chiusi' un romanzo anomalo nel panorama italiano dell’epoca, che avvalendosi di un tono apparentemente dimesso dispiega argomenti e una struttura linguistica e narrativa che oserei chiamare sperimentali, di uno sperimentalismo più vicino alle grandi correnti culturali europee dell’epoca rispetto alle tronfie apologie delle macchine e del progresso di chi si sentiva avanguardia, senza accorgersi di essere nelle retrovie.

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